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Caccia all'ideologico quotidiano
Arredi controversi
Cenere alla cenere
Un aggettivo ed un nome alla deriva
Una scelta alla radice dei nostri atteggiamenti
Uno dei più bei saggi di Ludwik Fleck si intitola Guardare, vedere, sapere. Se ne trova una traduzione italiana in un volume recentemente pubblicato dalle Edizioni Melquiades – La scienza come collettivo di pensiero – che raccoglie altri cinque saggi di Fleck tradotti in italiano per la prima volta da Carola Catenacci. Laddove discute del modo con cui il bambino riconosce la forma delle cose, Fleck ricorre innanzitutto all’esempio delle lettere alfabetiche. Nel riconoscere una “B” maiuscola, dice, noi non ci ricordiamo più di un particolare che, invece, avevamo imparato – la sezione superiore della lettera non deve essere più grande della sezione inferiore. Alla stessa stregua, nel riconoscere la lettera “E” maiuscola, noi dimentichiamo che il segmento centrale non può essere più lungo del segmento superiore e del segmento inferiore. I dettagli della figura, insomma, tendiamo a dimenticarli come tali ed a formare interi, unità di ordine superiore. Se non fosse così vedremmo lettere e sillabe ma mai le parole e se non fosse così vedremmo soltanto degli alberi e mai la foresta. Procedendo nella sua serrata argomentazione – verso la dimostrazione di quanto siano illusi e pericolosi coloro che ritengono possa darsi una descrizione oggettiva del mondo valida per tutti e per sempre – Fleck fa anche l’esempio della forma della casa e dice che “una situazione possibile è quella in cui un abitante di Varsavia vede una casa laddove un abitante di New York vede un cumulo di rovine”.
Sul proscenio degli illusi Fleck ci mette i fisici. O, almeno, quel certo tipo di fisici che sostiene essere possibile effettuare una “osservazione oggettiva” di “un fatto elementare isolato”, indipendente dalla predisposizione, condizionata psicologicamente o sociologicamente, a vedere più o meno ‘forme soggettive’ – o dalle operazioni mentali di chi guarda, direi io. Quel certo tipo di fisici che ritiene essere possibile misurare i fenomeni del cosiddetto “mondo esterno” senza “minimamente tener conto del nostro stile di pensiero”. Tutto l’argomentare di Fleck porta invece alla conclusione che “è impossibile isolare l’oggetto di osservazione dallo stile di pensiero” e che noi guardiamo sì con i nostri occhi, ma “vediamo con gli occhi del corpo collettivo” cui apparteniamo.
A differenza dei tanti che ci raccontano mirabolanti storie dell’umanità in cui, grazie al genio dei Galileo e dei Newton, ad un dato momento sarebbe comparso il pensiero scientifico con tutto quello che di straordinario ne sarebbe seguito, Fleck sostiene che “il modo di pensare tipico delle scienze naturali è sempre esistito. Lo si poteva trovare tra gli artigiani, i marinai, i barbieri-chirurghi, i conciatori di pelli, i sellai, i giardinieri, ed anche, probabilmente, nei giochi dei bambini”. Ovunque, vorrei aggiungere, vi sia qualcuno che cerchi di far tornare i conti della sua esperienza – di solito va così, adesso è andata diversamente, sarà bene che me ne faccia una ragione. Ciascuno di noi, quotidianamente, fa i suoi piccoli esperimenti. Il risultato se lo ricorda, gli serve per vivere di più e meglio e cerca di ridurre il tutto a istruzioni ripetibili, eseguibili magari dai propri figli, o da chiunque, al fine di evitare e far evitare errori che possono costar caro. Le scienze naturali, al contrario della magia, costituiscono un “modo di pensare specificamente democratico”. “Definisco democratico il modo di pensare tipico delle scienze naturali”, dice Fleck, “perché esso si basa in ogni momento su organizzazione e controllo, rigetta il privilegio dell’origine divina ed aspira ad essere accessibile ed utile a tutti”. E tuttavia.
“E tuttavia” – non può non rendersene conto, Fleck – “l’esperienza ci ha insegnato che ogni democrazia ha le sue piccole menzogne, dal momento che si desidera che un governo sia imponente, maestoso – non semplicemente utile o saggio (…) Quindi le scienze naturali hanno la loro filosofia naturale e la loro Weltanschauung”. E’ così che, forse un po’ ingenuamente, forse spinto alla superficialità da un eccesso di ottimismo, Fleck individua il morbo filosofico nel corpo delle scienze naturali – un morbo che spesso ne stravolge quel senso democratico che dovrebbe invece essere insito nella loro natura. Manco passa per la testa agli scienziati di “riconoscere la natura collettiva del pensiero. Che cosa rimarrebbe”, si chiede Fleck, “del rinomato genio ?” – un genio, mi permetto di aggiungere, che sembra sempre pronto a porsi al servizio del potere. Fleck conta in una sociologia del pensiero – un’utopistica teoria della conoscenza comparata – che “troverà un modo per immunizzare le masse contro la propaganda assoluta. Come scienza comparativa si opporrà al fanatismo, il nemico numero uno del genere umano”.
Il mio primo impatto con la tragedia degli ebrei polacchi avvenne nel 1957. Avevo dodici anni ed andai a vedere I dannati di Varsavia di Andrzej Wajda. Soltanto molti anni dopo, scoprii che, nell’originale, il titolo era Kanal, che in polacco stava per “fognature” e che rendeva fin troppo bene l’idea – mentre il titolo italiano era il risultato di un artificio in virtù del quale una strenua lotta per la sopravvivenza di un popolo veniva trasformato, ad uso e consumo dei ragazzini come me, in un banale film di avventura claustrofobica. Il che non impedì, tuttavia, che, già allora, gli infondessi buona parte di quel contenuto di ineluttabile verità storica cui peraltro onestamente ambiva – correlando pertanto, nell’intera mia esperienza successiva, il nome di Varsavia all’orrore angosciante di un vano dibattersi fradici in bui cunicoli maleodoranti – senza scampo.
Fleck nasce nel 1896 da una famiglia ebraica a Leopoli, che all’epoca è ancora nell’Impero Austro-Ungarico, prima di tornare polacca. Si occupa di microbiologia. Nel 1936 pubblica l’unico libro che ha scritto, Genesi e sviluppo di un fatto scientifico. Nel 1942 è deportato ad Auschwitz con la famiglia. Sopravvive. Tornerà a Varsavia nel 1952, prima di trasferirsi in Israele dove muore nel 1961. Ogni volta che mi imbatto in persone che hanno condiviso un’esperienza simile alla sua mi chiedo se possano e come possano guardare il mondo, vederlo e averne conoscenza allo stesso modo di chi non ha condiviso quell’esperienza o, addirittura, allo stesso modo di chi quell’esperienza gliel’ha imposta. Quando leggo le sue acutissime analisi sul come riconosciamo una forma – quando mi ritrovo il nome e l’immagine di Varsavia buttato lì con la massima discrezione come un esempio qualsiasi – mi chiedo se questa sua attenzione così scrupolosa all’atto del dimenticare non sia, prima ancora che un rilievo scientifico particolarmente significativo, una sorta di crampo in cui si è trasformata un’esigenza personale imprescindibile – la lingua che batte su un dente che duole e che di dolere non smetterà mai più. Il suo esempiuccio buttato lì in pasto ad un lettore inavvertito e magari inavvertente – dove un americano vede una casa un polacco vede un cumulo di macerie – mi commuove e, soprattutto, mi commuove la sua consapevolezza – mai messa da parte, mai dimenticata anche durante gli anni orribili che ha vissuto, mai posposta ad alcun dolore per quanto grande possa esser stato - di quanto conti la teoria della conoscenza nelle disgraziate vicende tutte umane conseguenze del potere di qualcuno su qualcun altro – una consapevolezza che, nel proporci le alternative tra passività e attività, tra ricezione di un mondo bell’e fatto e partecipazione alla sua costituzione, tra io e noi, tra individuale e collettivo, tra scienza del potere e scienza democratica, ci costringe a guardare, vedere e sapere la natura politica della scelta che, comunque la si metta, siamo chiamati a fare.
F. A.
Nota
Genesi e sviluppo di un fatto scientifico è stato pubblicato da Il Mulino, Bologna 1983. Per la storia del ghetto di Varsavia, cfr. G. e R. De Caro, Storia senza memoria, Colibrì, Paderno Dugnano 2008, pagg. 73-142.
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