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Un aggettivo ed un nome alla deriva

Due tipi di astuzia

Spero che non mi fraintendiate, ma, francamente, di questa idea del processo breve non riesco a scandalizzarmi.  Lo so anch'io che non basta porre un limite temporale ai processi per avere delle sentenze rapide, che per far funzionare la “macchina” della giustizia vanno predisposti mezzi e risorse e che inventare a getto continuo nuove tipologie di reato non è il modo migliore per snellire le procedure, ma, insomma, da qualche parte bisogna ben cominciare e quella di mettere una scadenza all'attività dei giudici mi sembra, per cominciare, un'idea abbastanza accettabile.  In fondo, quello della lunghezza dei processi è veramente uno scandalo nazionale e quali che siano le risorse a disposizione del sistema giudiziario nessuno ha mai sostenuto che oggi vengano utilizzate al meglio.  Di tribunali in Italia non c'è certo penuria, tutti fin troppo dotati di personale, e se, per un motivo o per l'altro, funzionano male e producono poco, è anche vero che bisogna sforzarsi di evitare che le magagne dello stato ricadano sulla testa dei cittadini.  Dire che prima bisogna provvedere alle risorse e poi si potrà pensare alle scadenze significa solo voler rimandare all'infinito la soluzione del problema.
    Certo, dispiace che a questo ragionevole passo si sia giunti soltanto perché spinti dalla necessità di parare le chiappe all'orrido Berlusconi, ma anche di questo, credo, è possibile farsi una ragione.  Personalmente sono convinto che Berlusconi, come tutti i ricchi e i potenti, non si riuscirà a processarlo mai e a condannarlo tanto meno, e in questa prospettiva se le sue necessità tattiche comportano l'emanazione di un provvedimento di utilità generale, ben venga quel provvedimento e amen.  Consideriamolo un caso di eterogenesi dei fini o, meglio ancora, una manifestazione di List der Vernunft, di hegeliana “astuzia della ragione”.  Sappiamo tutti, o almeno dovremmo saperlo, se invece di dissipare in sciambole la giovinezza l'avessimo dedicata all'approfondimento della Fenomenologia dello Spirito, che i protagonisti della storia, siano essi eroi o  tiranni, agiscono per realizzare le proprie passioni e ambizioni, ma prima o poi sono destinati a perire o soccombere, mentre la Storia continua il suo corso, mettendo a frutto il loro operato a prescindere dalle motivazioni dei singoli.  Berlusconi non è un eroe e nemmeno un tiranno, ma a volte si comporta come tale e può essere un sollievo per tutti pensare che quando se ne andrà – e se ne andrà certamente, prima o poi – lascerà in eredità ai suoi posteri il processo breve.
     Questo non esclude naturalmente che il disegno di legge della maggioranza contenga, nei suoi tre brevi paragrafi, più sciatterie e iniquità di quante si possono sopportare.  Ma bisogna capirli, poveretti: il tempo stringeva, incombeva la ripresa del processo Mills e non c'era tempo per le minutiae.  E poi si potrà non essere d'accordo sulle singole definizioni, quelle che includono i corruttori ed escludono gli immigrati clandestini, ma è ovvio che i limiti alla durata del processo, come i termini della prescrizione, vanno modulati sui vari reati e sulla casistica si potrà utilmente dibattere.
     Quello che assolutamente non si può accettare, la carta messa male che fa crollare l'intero castello, a me sembra piuttosto il principio per cui del processo breve potranno avvalersi soltanto gli imputati incensurati.  E perché mai, di grazia?  L'essere incensurato è una di quelle “attenuanti generiche” che si fanno valere in sede di sentenza , ma non possono influire sul processo.  Una cosa sono le attenuanti e un'altra i diritti.  Se quello di essere giudicati entro un ragionevole lasso di tempo è un diritto, deve valere, non si scappa, per tutti.  Inserire in quel testo una limitazione del genere è stata, a pensarci, una imperdonabile gaffe.
     D'altro canto si capisce. In questo nostro paese è diffusa, specie tra gli elettori del centrodestra, ma mica solo tra loro, la strana idea per cui più gente si manda in galera più sicurezza e tranquillità ne derivano per tutti gli altri e l'idea di una norma che tolga ai magistrati la possibilità di condannare con comodo può fare imbufalire parecchi.  Ecco allora la trovata: sì, è vero, è una legge da cui molti imputati si avvantaggeranno, ma – tranquilli! – solo quelli per bene, solo i buoni.  Per i cattivi ci si potrà prendere tutto il tempo che serve.  Che è una contraddizione, naturalmente, perché in un processo i buoni e i cattivi  si distinguono dopo la condanna, non prima, e se lo si fa prima si ottiene quella che una volta si chiamava – e dovrebbe chiamarsi tuttora – giustizia di classe.  E chi lo propone confessa coram populo che dei diritti dei cittadini non gliene può può fregare di meno e che la sua è proprio una legge ad personam.  Ad personas, al massimo, e quindi sommamente ingiusta, ed esposta – oltretutto –  ai più seri dubbi di costituzionalità.  Probabilmente chi ha elaborato quel testo l'ha considerata una mossa astuta, ma il suo non era, evidentemente, un caso di astuzia della ragione.

C. O.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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