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Caccia all'ideologico quotidiano
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La processione che si morde la coda
La processione che si morde la coda
Fra i vari episodi della storia culturale francese che Robert Darnton prende in esame ne Il grande massacro dei gatti c’è l’analisi delle 426 pagine manoscritte nel 1768 da un anonimo cittadino di Montpellier. In esse vi si può riscontrare anche l’ampio resoconto che vien dato delle processioni realizzate in occasione di ricorrenze varie di ordine religioso e civile, secondo una distinzione che, prima della rivoluzione francese, valeva in modo meno drastico, forse, di quel che avrebbe potuto valere dopo. Minuziosa è la descrizione di queste processioni in relazione al posto che spettava alle varie tipologie di cittadini illustri: avanti a tutti stavano i rappresentanti del clero e primi fra questi i rappresentanti delle confraternite religiose, seguiti da un corteo di orfani affidati alla pubblica carità; poi, tutti gli ordini del clero – i domenicani, i cordiglieri, gli agostiniani, i carmelitani, i carmelitani scalzi, i padri della misericordia, i cappuccini, i recolletti e gli oratoriani – disposti in ragione della data del loro insediamento in città, poi il clero secolare e quindi i consoli che, occupando i più alti uffici municipali – dice Darnton – “segnavano il punto di giunzione tra autorità civili e religiose”. Dopo i consoli, venivano le guardie e quindi i magistrati – divisi a loro volta, per abiti e colori, a seconda del posto che occupavano nella loro gerarchia -, poi i tesorieri di Francia e infine la lunga fila dei dignitari del tribunale di grado inferiore. Qui l’anonimo diarista si interrompe, ma, come fa notare Darnton, la processione in realtà poteva continuare con tutti i rappresentanti dei gradi inferiori della burocrazia regia, perché, in quanto cerimoniale, la processione “esprimeva l’ordine corporativo della società urbana”. “Era una petizione di principio dispiegata per le strade, con la quale la città si rappresentava a se stessa” – come se, aggiungo io, ribadisse i criteri con cui, allo sguardo ossequioso e timorato di chi non ne aveva, dovevano essere esercitati i poteri.
Si ha un bel dire a qualcuno “gioca!”, ma se il gioco non scaturisce da un suo dispositivo mentale bello e pronto per funzionare in quel modo, non solo costui non gioca, ma – a maggior ragione se è un bambino – della richiesta stessa soffre, non si capacita di un obbligo che si esprime fin sui meandri più intimi della sua libertà. Gli atteggiamenti non possono essere assunti a comando. Considerare qualcosa in termini di gioco o di lavoro – o in termini di gioia o di fatica – dipende da noi e dalle condizioni in cui operiamo – condizioni che, perlopiù, governano gli schemi stessi con i quali categorizziamo una nostra azione come scelta o come imposizione, come volontarietà o meno. Si ha un bel dire, poi, “gioca” con questo o con quello. Alla sofferenza della contraddizione si rischia di aggiungere l’efferatezza di subirla in pubblico. In una pagina de La cascata, Margaret Drabble - sorella di Antonia Susan Byatt: vorrei ricordarlo senza che ciò suoni sminuente per nessuna delle due – ricorda il panico che la prese in un lontano giorno d’infanzia, allorchè la madre le ordinò di andare a giocare con la cuginetta, appena giunta in visita e mai vista prima. Trovava “sconveniente” quell’ordine, come lo troverebbe al suo presente di adulta se qualcuno le dicesse di “andare a fare all’amore” – una sconvenienza che, di soppiatto, induce nella bambina prima una rassegnazione alla passività della relazione sociale e poi un senso doloroso dell’essere in pubblico così acuto da indurla al silenzio prima ancora di aver tentato di buttar lì una parola.
Si dà il caso – ma dire che si dà il caso non rende l’idea – si dà il caso e un insieme di ragioni o, ancor meglio e più propriamente, di “misteri”, che, in occasione della processione del Corpus Domini, in questi giorni a Campobasso, venga organizzato un torneo di calcio giovanile ed un convegno intitolato Responsabilità, etica e talento – convegno al quale vengo invitato in qualità di relatore senza che neppure per un attimo mi passi per la testa l’idea di rifiutarmi. Ci vado, e con un viaggio lungo giusto come la fame, ci arrivo, in tempo non per rifocillarmi ma per spezzare quel poco o quel niente di pane della mia scienza che mi rimaneva. La sala, come si suol dire per l’edificazione del proprio io, era gremita in ogni ordine di posti, ma, con mia sorpresa – dato il tema – non tanto di popolo in età, per l’appunto, di assumersi responsabilità, somministrare etica e individuare nonché valorizzare talenti quanto di giovani virgulti, innocenti in tute colorate, cammellati e diligentemente assisi, ben compresi della loro dolente necessità di dolenti figuranti. Insieme a me, dopo o prima, avrebbero dovuto parlare un’altra mezza dozzina di relatori, ma, come se di tempo se ne avesse a iosa e come se la mia pancia fosse piena, l’officiante si è ben guardato dal darci la parola. Prima le autorità. È così che abbiamo sentito l’ampio e benevolo discorso del sindaco neo eletto senza bisogno di ballottaggio alcuno, ed è così che poi è toccato al rappresentante della Regione come, giocoforza – ci mancherebbe – a quello della Provincia. Non bastando, la parola è stata poi data all’assessore uscente e poi a quello entrante, al presidente della locale sezione degli enti sportivi ed al presidente nazionale dell’ente patrocinatore e, infine, all’”amico di noi tutti” cui titolo migliore e più sensato per prendere la parola in quel consesso non era stato escogitato, ma che ebbe l’indubbio merito di chiudere la processione. Applausi, applausi per tutti. Che si sono complimentati – nessuno escluso - per il meraviglioso convegno che, prima o poi, sarebbe seguito e che in nessun caso hanno dimenticato di rivolgersi ai troppi bambini lì fisicamente presenti e, buon per loro, mentalmente ben lontani: tutti hanno detto loro “divertitevi”, “giocate”, “divertitevi”, “come la vostra età esige, pensate solo a giocare”. Oltre un’ora di inviti a divertirsi, mentre il convegno vero e proprio – mia relazione compresa – ergendosi impietoso, era ancora di là da venire.
Mentre aspettavo cercando di rintuzzare fame e angoscia riflessa, mi capita di posare lo sguardo sul manifesto di quella che nessuno esitava a definire “lodevole iniziativa”. Sullo sfondo azzurro di un cielo molisano c’è un pallone da football, le mani protese di un giovane portiere in volo e un nugolo di bambine vestite da angioletti con bianche ali vaporose disposte come candeline di una disordinata torta nuziale in un tipico carro che costituirà uno dei dodici misteri della processione dell’indomani. Segni caratteristici di apparati liturgici che, nell’intrigo della storia dell’oppio dei popoli, hanno finito con l’imparentarsi.
Spesso – forse sempre – se chi detiene ed esercita anche alla meno peggio un potere si prova a dettare i principi etici da cui potrebbe discendere felicità e benessere dei suoi sudditi, capita che, già nelle soluzioni con cui conferisce una forma ed un corpo alla propria retorica, capita che provochi una sorta di cortocircuito ideologico in virtù del quale la contraddizione in cui vive si rende palese. Capita che la formula del dulcis in fundo, pertanto, si trasformi, suo malgrado, nella formula omologa e contraria dell’in cauda venenum. Il calciatore famoso – quello che era “un ragazzo come voi”, quello che è nato lì e che lì è cresciuto, quello che non rinnega le proprie radici, quello da prendersi a modello perché è salito sull’ascensore sociale giusto non per caso ma per merito -, è dunque chiamato a portare, come si dice, la propria testimonianza ed a porre, tra i flash dei fotografi, la parola fine al convegno. Tuttavia, questa star mi ricorda qualcosa – e presumibilmente ricorda qualcosa a ciascuno dei compiaciuti e compiacenti presenti. Nell’osservarlo dal basso in alto, alla tribuna, apparendomi finalmente in tutta la sua valenza di mistero a sé stante, lo posso finalmente associare al titolo del convegno, Responsabilità, etica e talento ed alla moltitudine di ragazzini coatti e depressi che abbiamo davanti. Per il talento non so o, meglio, lascerei perdere, ma per quanto concerne responsabilità ed etica raramente si avrebbe potuto fare di meglio: è lui, infatti – lo sanno tutti e lì se lo tacciono tutti -, uno di quei calciatori famosi che quest’anno sono stati sospesi dall’attività sportiva per essere stati trovati positivi alla cocaina.
F.A.
Note Il grande massacro dei gatti di Robert Darnton è stato pubblicato da Adelphi, Milano 1988. Per i riferimenti in questione, cfr. pagg. 144-148. La cascata è stato scritto nel 1969. Nel 2000, da Luciana Tufani editrice in Ferrara, ne è stata pubblicata una traduzione in italiano a cura di Giorgia Sensi. Sarà necessario tornarci – sia per l’opera in sé che per quanto rivela sul rapporto tra le due sorelle scrittrici. Per quanto concerne i “misteri” – nella fattispecie quelli di Trapani, non quelli di Campobasso -, voglio anche ricordare il racconto di Rocco Pollina, Il XXI mistero, Coppola editore, Trapani 2008.
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