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Chi ride e chi no

Gli emuli dell'Abate di Lasche

La processione che si morde la coda

 

 Gli emuli dell'Abate di Lasche

Visto che ci conosciamo da tanti anni, posso farvi una confidenza di natura privata.  In seguito a vari accidenti su cui non è il caso, adesso, di soffermarci, io devo sottopormi con regolarità a certe cure.  Non sono, in sé, terapie particolarmente complesse, ma di fastidio ne provocano un po', e, soprattutto, possono rendere piuttosto complicata la vita: è per causa loro, così, se tra febbraio e marzo – quest'anno – ho dovuto saltare questo nostro appuntamento domenicale per più di un mese.  Ma la loro caratteristica principale –  dopo anni di pratica, ormai, posso assicurarvelo senza tema di smentite – è quella per cui, dopo averle coscienziosamente applicate, ci si ritrova assolutamente al punto di prima, con tutti i propri acciacchi così com'erano e senza percepire giovamento alcuno.  La cosa, naturalmente, non preoccupa affatto i medici, che mi assicurano imperturbabili che quelle cure patentemente inutili mi tocca farle lo stesso: se mi comportassi altrimenti, a loro dire, dio sa quali danni me ne deriverebbero e a quali drammatici peggioramenti dovrei sottostare.  E visto che al peggio non c'è mai limite, l'argomento è, a suo modo, definitivo e me ne devo accontentare.  Pure, resta in me vivo il sospetto che un simile modo di ragionare non sia né logicamente ineccepibile né metodologicamente corretto e visto che ai problemi logico metodologici, grazie alla frequentazione dell'amico Accame, mi dedico da una vita, ho l'impressione di ritrovarmi, come si suol dire, cornuto e mazziato, con una gamba sempre più malconcia da trascinare e una giustificazione insoddisfacente sulla quale arrovellarmi.
     La medicina, si sa, ha i suoi limiti.  Tuttavia, vi sarete accorti anche voi che quel tipo di argomentazione consolatoria – la logica, per intenderci, del “sarebbe potuto andare assai peggio” –  è straordinariamente diffuso anche in altri campi.  In politica, per esempio, alligna con vigore straordinario.  Dopo il passaggio elettorale di domenica scorsa, per esempio, non c'è stato leader, alto, medio o basso, della sinistra o presunta tale che non l'abbia, in una forma o nell'altra, fatto suo.  Sì, ci hanno detto più o meno tutti, abbiamo perso quattro milioni di voti in un anno, ne abbiamo dispersi due e mezzo in liste sotto il quorum, siamo ridotti al ballottaggio a Firenze e a Bologna, ci abbiamo rimesso l'Umbria e le Marche, a Milano è andata come è andata, ma, in fondo... in fondo possiamo considerarci soddisfatti lo stesso.  L'odiato Berlusca non ha raggiunto il livello che si era proposto, il suo progetto di egemonia si è  infranto clamorosamente (?), la dialettica democratica del Paese si regge ancora.  E poi, e poi...  andiamoci piano nello stracciarci le vesti.  Sì, i radicali li abbiamo cacciati a calci dalla lista perché se no la Binetti e la Bindi ci restavano male, ma il loro due e sei per cento va conteggiato lo stesso a nostro favore.  Altrettanto va detto per le liste a sinistra e se non sono riusciti a fare il quorum non è colpa nostra.  La differenza in cifre assolute tra i due blocchi non è poi clamorosa come sembra e in definitiva, guardiamoci pure negli occhi, le cose sarebbero potuto andare molto, ma molto peggio.
     Ciascuno, com'è noto, si consola come può.  Chi lo fa con la filosofia, chi con il grignolino e chi, semplicemente, chiudendo gli occhi di fronte alla realtà.  Mio padre, ricordo, citava sempre la mitica figura dell'Abate di Lasche, quello che i calci intu cü i piggiava per frasche – che prendeva per carinerie i calci nel sedere – e viveva beato e contento, senza recare molestia a nessuno.  Ma quando la consolazione è troppo palesemente autogiustificatoria, quando, cioè, ti viene proposta da quelli stessi che, con le loro scelte e le loro strategie, ti hanno cacciato nella situazione da cui devi essere consolato, be', il discorso è abbastanza diverso.  Tutti possono sbagliare, ma tutti possono pretendere che chi ha sbagliato ne tragga le debite conseguenze, ritirandosi, per esempio, a vita privata e rinunciando ad avanzare delle proposte che da troppi anni si rivelano fallimentari.  Oltretutto, hanno raggiunto quasi tutti da tempo l'età della pensione.  Invece niente: sono ancora lì imperterriti al loro posto, pronti a ricominciare i soliti giochi.  Potrebbe andar peggio, naturalmente, ma non è facile immaginarsi come.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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