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Caccia all'ideologico quotidiano
La verità deviata
Natale a tolleranza zero
Mary e Mary
Mary e Mary
Colui che dovette diventare don Giovanni Bosco nacque nel 1815 e morì nel 1888. Nel 1929 l’hanno fatto Beato e, completando un percorso di carriera più che onorevole, nel 1934 l’han fatto Santo, ritoccato all’insù dalla carica civile di “patrono degli apprendisti italiani”. Più in là non sembra esserci la possibilità di andare, a meno che un “più in là” non sia considerato il fatto che, dopo il film e dopo la fiction televisiva, è assurto al cielo del musical. Che l’efferatezza prenatalizia dei milanesi potesse anche annoverare Don Bosco il musical nell’interpretazione di Marcello Cirillo, infatti, lo apprendo dai manifesti affissi nelle vie cittadine non senza un primo superficiale sgomento. Si dà il caso, infatti, che il Cirillo vi appaia, in tali manifesti, pretesco a tutto tondo, sorridente di un sorriso a ventiquattro carati che il Don Bosco affidato alle amorose cure dei dentisti ottocenteschi poteva solo sognarselo, con il tricorno sulle ventidue e trenta e talmente infonzito – cito da Happy days – da ergere poco sotto lo sterno i due pollici alzati. Un Fonzy prefiltrato dal cow-boy di un immaginario western ancora da ben strutturare. Ohibò, dico ad Anna, così non va, non possono giungere a tanto, nell’indefessa opera aggiornatrice dell’iconologia cattolica, non possono giungere a tanto: si vada avanti così e santa Margherita Maria Alacocque ce la vediamo in tanga e guèpiére. Ma è Anna a spiegarmi che le cose non stanno esattamente così, che ho visto lucciole per lanterne. È vero che i pollici del santfuomo in versione Cirillo sono alzati, ma sono alzati perché il resto della mano, sia di quella destra che di quella sinistra, sta trattenendo la mantellina corta caratteristica dellfabito talare del prete ottocentesco e puntualmente raffigurata, infatti, nel repertorio iconografico dedicato a Don Bosco. La mia indignazione, pertanto, sarebbe fuori luogo.Fossi meno ignorante, certe cantonate non le prenderei. Nel 2006 leggo Cannibali e missionari e, in grave ritardo, scopro la Mary Mc Carthy. Cerco invano un suo saggio che mi era stato suggerito dalla lettura del suo libro. Mi interessano le sue idee in rapporto agli investimenti sociali sull’opera d’arte ed alle ipocrisie borghesi in proposito. Per quanto faccia, non lo trovo e decido di dormirci sopra – metaforicamente – sulla Mc Carthy.Come passa il tempo. Nei giorni scorsi decido di tornare alla carica dell’autrice e ordino da un distributore di libri tutti quelli che ha della Mc Carthy. Ne porto a casa quattro. Il primo che leggo è una sorta di cronistoria degli uomini e delle donne che ha incontrato tra il 1936 e il 1937, Intellettuale a New York. Oltre al modo con cui erano comunisti certi intellettuali americani in quegli anni e oltre a darmi un’idea dell’effervescenza sessuale dell’autrice medesima – dice che un mese senza aver provato un uomo diverso, in pratica, non l’ha mai passato – mi dice pochino. Il secondo si intitola Un’infanzia ottocento. Mi ci butto. E’ un romanzo in cui c’è una lei che parla in prima persona, che si chiama Molly, che è nata nel 1880, e che racconta le vicende della sua vita di privilegiata, nell’aristocrazia inglese, fino al 1901, allorché muore la Regina Vittoria. Ci riscontro l’arguta eleganza nella costruzione della frase, la saggia quanto aciduzza critica del costume, la capacità di far emergere poco alla volta le contraddizioni dell’epoca di cui si occupa – i tratti tipici della Mc Carthy. Soprattutto, sono particolarmente lieto – una lietitudine che deriva al lettore dalla sensazione di competenza di una mappa ormai domestica - di riscontrare, in una pagina dedicata alla vita di collegio della protagonista – quando aveva tredici anni – una sorta di anticipazione – almeno sono propenso a pensarla tale – di quelli che saranno i temi fondamentali del libro che, più tardi, le darà la notorietà, Il gruppo. Il far comunella con le compagne di scuola, il farne parte – con l’ossequio delle regole implicite nel farne parte – e il non farne parte. C’è perfino un cenno ironico a quegli stessi guanti di capretto nero che indosserà una protagonista del gruppo. Ne ricavo, insomma, tutte quelle gioie di familiarità e connivenza che spettano ad un lettore nel momento in cui si innamora di chi ha scritto quel che sta leggendo – gioie durevoli: fino a quando non arrivo al termine del libro. Qui le cose si complicano e l’intero castello di certezze che mi ero costruito mi frana addosso. Leggo la nota editoriale di Maria Stella, correttamente apposta dopo la fine del breve romanzo e scopro che questo è stato pubblicato nel 1924 e che, se è stato pubblicato nel 1924, vuol dire che c’è qualcosa che non va. La Mc Carthy è nata nel 1912. Per quanto precoce dubito che possa aver pubblicato Un’infanzia ottocento nel 1924. Indago. Non ci vuol molto: le Mc Carthy sono due, una perlopiù scritta Mc Carthy, l’altra perlopiù scritta Mac Carthy, con la “a” fra la “m” e la “c” , entrambe legate a quel prefisso che, incorporato nei cognomi gaelici, designa il “figlio di”. Tutto il ben di Dio che le ho attribuito – quell’unitarietà di stile che l’avrebbe caratterizzata, quella singolare matrice di pensiero, quella peculiare acutezza di analisi – gliel’ho attribuito a vanvera. L’anticipazione de Il gruppo non era anticipazione di alcunché. O meglio.Cose che possono capitare a chi, come me, non legge terze e quarte di copertina per non farsene condizionare. Deluso per aver scoperto di aver sbagliato frontiera sulla quale avanzare, dicendomi che, comunque, non era stato tempo perso perché avevo casualmente conosciuto una brava scrittrice, tuttavia, a questo punto mi ritrovavo a dover affrontare un travaglio più complesso.Tutta la lettura che ne ho fatto presumeva che l’io narrante fosse un travestimento dell’autrice medesima, un calarsi nel corpo e nell’anima di un’altra – più giovane di lei di una trentina di anni, vissuta in un’epoca che lei non ha potuto vivere direttamente. In ragione di ciò ad ogni citazione, ad ogni minimo particolare relativo ad oggetti ed a comportamenti umani felicemente colti in una sorta di forma cui non si poteva lesinare una ratifica di autenticità, ad ogni sfumatura dei linguaggi praticati nell’epoca descritta, scattava in me l’ammirazione per la scrittrice che tanto sagacemente aveva saputo operare, soltanto grazie, presumibilmente, a profonde ed accuratissime ricerche storiche senza le quali il tutto – dal primo all’ultimo elemento costitutivo della sua narrazione – avrebbe potuto suonare immediatamente fasullo. Un’ammirazione che, invece, - a scrittrice cambiata – non dico che non avrebbe dovuto esserci – bravissima anche lei, non ho alcun dubbio – ma che avrebbe dovuto avere tutt’altro senso. Perché la sua non è una ricostruzione sulla base di accurate ricerche storiche, ma ricordo, memoria personale di vicende direttamente vissute. Il che non impedisce affatto, beninteso, che la sua sia comunque una ricostruzione e neppure impedisce che il tema del gruppo – narrato dalla McCarthy della Giovinezza ottocento – anticipi il tema narrato dalla MacCarthy de Il gruppo. In ogni caso, per me, tutto da rifare.Alla stessa stregua dovrei ricominciare daccapo la mia percezione del manifesto – con gli almanaccamenti successivi: io vedo un gesto che Don Bosco non avrebbe mai potuto fare, perché certi modelli di gestualità tutta americana, ai tempi suoi, erano ancora di là da venire. Per capirlo – per capire che vedo l’oggi soltanto con gli occhi di oggi e che pertanto sto forzando un’interpretazione, tuttavia, ho avuto bisogno di qualcuno che mi facesse vedere una mantellina che non avevo visto – una mantellina che in quanto tale, conferendogli senso storico, giustifica il gesto o, meglio, lo riduce a pratica utile – a funzionalità -, quasi annientandone l’eventuale portata ideologica. Il che non impedisce affatto, beninteso, che i due pollici alzati alludano – almeno alludano – alla garrula arroganza di un don Bosco di centocinquant’anni dopo infonzito – e cowboyzzato - per l’occasione.F. A.Note e addendaDi Cannibali e missionari mi sono occupato ne La tazzina venefica, nella Caccia del 29 ottobre del 2006. Intellettuale a New York è pubblicato da Il Mulino, Bologna 1994; Il gruppo è stato pubblicato da Mondadori, Milano 1964, poi è stato riproposto da Einaudi, Torino, 2005.Un’infanzia ottocento della MacCarthy precedente è stato pubblicato da Sellerio, Palermo 1990.Autobiografia, biografia altrui e finzione hanno molto in comune – più di quanto siamo soliti ammettere. Sono narrazioni di qualcuno. La memoria ci gioca spesso tiri mancini in virtù dei quali ci viene garantito un certo grado di serenità. Chi più di noi stessi, d’altronde, ha bisogno – urgentemente bisogno - di una storia di comodo ? Tuttavia, anche se il nostro cervello, presumibilmente, funziona così – e funziona bene, come un artefatto evolutivo magari non economicissimo ma indubbiamente produttore di ottimi risultati –, nulla e nessuno ci esenta dalle nostre responsabilità in merito a ciò che ricordiamo ed alla pretesa tutta politica che in rapporto a ciò qualcun altro modifichi i propri comportamenti – accreditandoci, obbedendoci, inchinandosi di fronte alle nostre verità rivelate, conservando come reliquie le quattro frottole che abbiamo messo assieme.Intrisi di presupposti, senza la minima percezione del loro peso, ci accingiamo a capire – interpretiamo e riteniamo quel che ne risulta come l’unico risultato possibile. Allorché sbattiamo il muso contro l’evidenza di una contraddizione insanabile, quando ci rendiamo conto di esserci ingannati per pigrizia e per calcolo – da una pigrizia così opportuna da sembrare calcolo – ci toccherebbe – e ci tocca – ricominciare daccapo. E, all’improvviso, ci sentiamo smarriti.
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