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Saldi anatomici, poetici e linguistici
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Saldi anatomici, poetici e linguistici
Nel 1963, utilizzando una sceneggiatura di Cesare Zavattini, Vittorio De Sica diresse Il Boom , con Alberto Sordi nella parte di un aspirante all’arrampicata sociale. E’ la storia di uno che arriva lì lì per vendersi un occhio pur di compartecipare di una nascente società dei consumi – quella del boom economico, per l’appunto – che, nella corruzione di uomini e cose, imponeva costi morali crescenti fino all’insopportabilità. La contraddizione colta da De Sica era tutta lì: denaro e successo come logica conseguenza della perdita di sé o, almeno, di una parte cospicua di sé. Una vita che vale un occhio della testa.
La messa in vendita di un rene da parte di una signora dei nostri giorni, allora – nei giorni scorsi, una signora di Rovigo, sposata e con un figlio, ma con un mutuo pendente, l’ultima di una lunga serie in offerta dalle cronache del mondo, pubblicizzata quasi all’incentivazione da parte dei telegiornali – è la logica deriva di quell’ormai lontano principio. Boom o non boom, per chi sta dalla parte sbagliata della tavolata sociale, è lo stesso. Sia che si tratti di avere accesso ai salotti della buona borghesia, sia che si tratti di una missione di mera sopravvivenza tra gli scaffali dell’enorme supermercato in cui siamo stati gettati, il mezzo è sempre quello – vendere qualcosa di sé.
La legge Bacchelli fu istituita nel 1985 per garantire un assegno vitalizio a quei nostri concittadini cui il potere riconosce illustrità e indigenza. Nel 2006, per esempio, ne hanno usufruito
Dina Forti, come attivista per la liberazione dei popoli africani, Guido Turchi, come compositore, Navia Maria Goltara, come cantante lirica e fin quell’ Aldo Braibanti, come studioso, regista e sceneggiatore nonché, soprattutto, vittima di quello Stato medesimo che, dopo averlo ridotto a mal partito anni prima, ha deciso di tenerlo in vita alla meno peggio. Il Bacchelli che dà il nome alla legge è Riccardo, scrittore molto letto nella prima parte del Novecento, che, peraltro, allo Stato prodigo nei suoi riguardi, non portò via un granché visto che la legge intervenne in suo favore nell’agosto del 1985 e che lui tolse il disturbo appena un paio di mesi dopo.
Ora si dà il caso che i benefici di questa legge – 1500 euro al mese, se ho ben capito - tocchino allo scrittore Guido Ceronetti e ora si dà anche il caso che, come un principe rinascimentale in vena di scialacquare soldi che intanto non sono i suoi, intervenga il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi – un sindaco dello schermo, perché ben più potente di qualsiasi altro sindaco che Salemi abbia mai avuto – sbuffando critiche nei confronti delle avare istituzioni. Legge Bacchelli ? Macché legge Bacchelli, dice Sgarbi, Ceronetti merita di più, merita un posto di senatore a vita, non avrebbe dovuto aspirare alla pietà, ma – bensì - allo stesso onore che toccò al poeta Eugenio Montale. Al che Ceronetti ribatte che sarebbe lietissimo di ricevere il vitalizio previsto dalla legge, ma, mai e poi mai, lo stipendio di quei senatori a vita che in un mese incassano quanto lui incasserebbe in un anno – che quella dei 1500 euro al mese è la sua misura e che avrebbe più di uno scrupolo ad approfittare di un’istituzione, come quella del Senato, che, giudicandola superflua, non vede l’ora che sparisca dal nostro ordinamento. Così, rinunciando al più, Ceronetti mantiene salda un’ottima opinione di sé. Ma arraffando – o sperando di arraffare –, comunque, il meno. E qui siamo alle solite: l’artista, la sua libertà che spesso si trasforma in opposizione e rifiuto, la sua appartenenza alla società operosa, lo statuto di privilegiato che, in un modo o nell’altro, questa società gli concede. La sua povertà non è onta, ma vanto o, almeno, vanto dovrebbe essere. Ma la sua accettazione di un modesto contributo statale sa anche di vendita di qualcosa di sé e della propria storia, una resa al minimo grado della resa o, vissuta dall’interessato – ed è ciò che mi auguro per quanto tutti gli dobbiamo -, la consapevolezza di poter passare, con il sorriso sulle labbra, ad esigere da una cassa comune cui si ha versato per tutta una vita.
Non vorrei sbagliarmi ma, mutate le proporzioni, il meccanismo mi sembra analogo. Gli gnocchi (io, a dire il vero, avevo scritto “i gnocchi” e volevo scrivere proprio “i gnocchi”, ma il programma del mio computer mi ha corretto) in quanto piccoli pani tondeggianti figurano già nei Canti carnascialeschi di Lorenzo de’ Medici – roba databile al 1492 – e soltanto più tardi diventano una designazione specializzata per quelle formine fatte di pasta di farina e patate che ogni tanto allietano le nostre attuali tavole. In virtù dell’acume di qualcuno che difficilmente vincerà il premio Nobel, la scoperta della gnocca – brutto segno per il sesso, che sembra essere sempre di più un sottoprodotto del gastronomico – è ancora successiva.
Nella Semantica dell’eufemismo (Giappichelli, Torino 1964, poi, con il titolo Le brutte parole, Mondadori, Milano 1969), Nora Galli de’ Paratesi registra alcune decine di nomi riservati all’organo sessuale femminile, ma non “gnocca”. Che, dunque, ha pochi anni di vita.
Già sufficienti, tuttavia, perché qualcuno – come la cantante Marina Fiordaliso, l’altro ieri sera, durante la trasmissione televisiva Ciak si canta – ne sforni una versione al maschile. La cantante parla di un maschietto che le piace e lo definisce “gnocco”, una maschilizzazione che ripete pari pari il percorso con cui si è giunti a “figo”. Tutto chiaro, quindi, e tutto lecito ? Tutto lecito sì, in definitiva, perché in fatto di lingua nessuno è padrone, ma non tutto chiaro, perché, appunto perché è proprio laddove nessuno è padrone che al singolo possono sfuggire le proprie responsabilità. Nel caso della designazione dell’organo sessuale femminile, voglio dire, si maschilizza a partire non dall’osservato empirico – non dal dato anatomico -, ma dalla categoria mentale, ovvero dal dato anatomico valorizzato. Il caso della gnocca risulta così risultato di una procedura che ha già riscosso i suoi successi – per esempio, nell’ambito metaforico della botanica. Come tale, però, è sia maschile che un’imitazione. Il maschio produce metafore in proprio, insomma, mentre la femmina partecipa dell’innovazione linguistica in modo gregario. Vive di un surrogato. E’ presumibile, dunque, che pronunciando quel giudizio Fiordaliso si sia sentita molto trasgressiva, ma non si è resa conto di aver replicato una soluzione linguistica tipicamente maschile – un caso di subordinazione culturale, insomma, che apparentemente avrebbe potuto essere interpretato come un caso di emancipazione, Quando dico che con le parole che diciamo, spesso, andiamo oltre la sfera della nostra privatezza e della nostra singolarità, intendo riferirmi a casi simili: l’esemplare, inconsapevolmente – anche ritenendo di essersi difeso a spada tratta -, può svendere tutta la classe cui appartiene.
Molto tempo prima di accettare volentieri uno stipendio da senatore, Eugenio Montale partecipò alla fase iniziale e creativa de “Il Primato” di Bottai, la rivista più importante della fase di crisi del regime fascista, quella cui era demandato il compito di ricreare adesione di popolo tramite l’adesione peraltro ben pagata degli intellettuali.
Montale non era stato un fascista convintissimo, ma, nonostante in molti, poi, abbiano fatto finta di dimenticarsene, aveva richiesto per ben due volte l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista. E tutte e due le volte gli avevano detto di no. Nel 1937, a Firenze, infatti, era stato convocato in questura per accertamenti e inserito nella lista dei “soggetti a sorveglianza”. Ciò non impedì che Bottai lo chiamasse a collaborare alla sua rivista e che lui accettasse di buon grado. Come racconta Mirella Serri ne I redenti (Corbaccio, Milano 2005, pag. 31 e pagg. 49-51), collabora fino al 15 maggio 1943 – più e meno alacremente e, soprattutto, passando dagli articoli all’invio di poesie. Il punto nevralgico è questo. Lo sottopongo alla riflessione di chi, pronto a conceder loro lasciapassare nella storia, stravede per i poeti in nome delle virtù mistiche della loro parola. Con gli articoli è meglio andarci piano, il prosaico è sempre a rischio di maggior univocità, ciò che si dice lo si paga con maggiore certezza – è come se la cassa fosse più vicina. Con la poesia, invece, ci si può abbondare. L’estetico aspira all’eterno ed alla neutralità. L’artista non porta pena o, meglio, la porta così dentro di sé che, dall’esterno, può essere attribuita a checchessia. Ecco perché, allora, da un certo momento in poi – allorché, guarda caso, le cose del regime si mettevano male -, Montale non lesina sue poesie al “Primato” di Bottai. Riduce la propria compromissione e aspetta tempi migliori, commerciando di sé, sagacemente.
F. A.
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