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Pubbliche offese

 

Visto che nelle vicende umane la tragedia si mescola spesso con la farsa, nessuno si sarà stupito che qui a Milano il dramma palestinese sia sfociato in una polemica tanto grottesca da sfiorare il ridicolo, quella, per intenderci sulla preghiera degli islamici in piazza Duomo.  L'ecumenismo, si sa, oggi non è particolarmente di moda, ma che davanti a una chiesa si preghi lo stesso Dio che, sia pure in forme e tradizioni diverse, viene invocato al suo interno non dovrebbe proprio dare fastidio a nessuno.  E il fatto che una manifestazione politica piuttosto tesa, di quelle che di solito mandano in tilt gli addetti all'ordine pubblico, si concluda pacificamente con una preghiera collettiva, piuttosto che – mettiamo – con l'assalto a un consolato o un qualche atto di vandalismo, be', questo dovrebbe rallegrare chiunque.  In fondo, ci piaccia o meno, quella islamica è una componente riconosciuta del panorama culturale della città e ai suoi riti pubblici dovremo ben abituarci.  Avrei capito (se non condiviso) qualche perplessità se i manifestanti avessero preteso di pregare dentro la cattedrale, ma estenderne la sacralità e l'esclusività alla piazza circostante mi sembra francamente troppo.

            Invece no: certi cittadini eminenti si sono offesi e hanno considerato quel gesto una “profanazione” per la quale hanno invocato riti riparatori e preteso delle scuse, accusando di lassismo l'arcivescovo, che pure quelle scuse aveva accettato, dimostrando di condividerne l'opportunità.  Quando poi, una settimana dopo, un'altra manifestazione si è conclusa con una nuova preghiera, questa volta di fronte alla Stazione centrale, qualcuno di loro è riuscito a protestare lo stesso.  Mescolando con disinvoltura fenomeni diversi e riferendosi al fatto che nel corso dei due cortei erano state bruciate alcune bandiere – un gesto discutibile, ma comunque attinente alla sfera del simbolico e del nonviolento – si è parlato di “pantomime che violano reiteratamente la legge” e di “atti vergognosi” che vanno moralmente isolati.  Nel senso che la piazza è mia e me la gestisco io e che nelle vie di questa città non dev'essere considerato lecito alcun gesto di critica del governo israeliano, secondo una logica sulla quale ci siamo intrattenuti prima.

            Banalità, mi direte.  Un po' meno banali, forse, sembrano le parole del ministro La Russa che ieri, presente in Duomo, ha trovato il modo di dire che “nessuno vieta di pregare”, ma sia chiaro, che “quando si unisce la volontà di esternare posizioni politiche al diritto di esercizio della religione, quello diventa un atto da condannare”.  Un'espressione di laicismo intransigente che personalmente potrei anche condividere, ma che sulla bocca di un esponente di un governo notoriamente prono a qualsiasi diktat pontificio, perennemente prosternato al bacio della Santa Pantofola e affatto indifferente a qualsiasi problema di laicità dello stato, fanno una impressione strana.  Nel senso che di fronte all'impudenza, specie quando si mescola con l'ipocrisia,  non si sa mai se piangere o ridere.  Ridiamoci sopra che forse è meglio.

 

C. O.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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