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Caccia all'ideologico quotidiano
Icone vere e presunte
Demoni e insetti
Una città diversa
Demoni e insetti
Dobbiamo sempre tener presente che qualsiasi messaggio è interpretato da qualcuno in un modo e in tutt’altro modo da qualcun altro. E’ un principio di tolleranza fondamentale: riconoscere che i miei processi mentali in virtù dei quali assegno significati a questo e a quello non possono costituire regola per nessuno. Ogni tanto tendo a dimenticarmelo.
Da un po’ di tempo in qua – in omaggio al principio che una ciliegia tira l’altra – soprattutto se la prima è buona – ovvero in omaggio alla persuasività sottile di quel principio associativo che vuole che una cosa molto valorizzata ne tiri un’altra cedendole parte del proprio valore per poi, se va bene lo scambio, moltiplicarlo al momento opportuno, vediamo pubblicità che non riguardano più una sola merce, ma due. Ne è un esempio quella – recentissima – che, sulle prime , sembra la pubblicità dell’ultima produzione cinematografica vaticanica, Angeli e demoni, mentre, sviluppandosi, si assume anche il compito di pubblicizzare le automobili della Lancia o, meglio, si rivela per una pubblicità della Lancia. Angeli o demoni che siano, insomma, l’importante è che, una volta usciti dal cinema, non vedano l’ora di comprarsi quell’automobile e solo quella.
Nei recenti dibattiti televisivi più o meno apertamente dedicati alla campagna elettorale in corso, ricorre spesso un argomento sul quale i rappresentanti politici del centro destra e quelli del centrosinistra concordano. Il rispetto per chi ha votato loro contro. Soprattutto quelli di centrosinistra sembrano sensibili alla questione. Dicono così non va, distinguono, si oppongono, qualche volta si irrigidiscono e alzano perfino il tono della voce, ma non appena dall’altra parte gli vien detto che occorre rispetto per il popolo che ha votato, ecco che i toni si smorzano, i volti si ricompongono, i gesti si placano e si è particolarmente lesti nel garantire a questo popolo tutta la stima di cui, da parte loro, godrebbe. Ovviamente, c’è da sperare che tutto ciò – sia da una parte che dall’altra – sia una messinscena – che, in realtà, ciascuna delle due fazioni pensi che chi ha votato per l’altro sia o incapace o in malafede. Ma sulla necessità di questa messinscena varrebbe comunque la pena di riflettere. Ne La fondazione della metafisica dei costumi – un’opera del 1785 -, Kant dice che “ciò che io riconosco immediatamente come legge per me, lo riconosco con rispetto; e questo non è altro che la coscienza della subordinazione della mia volontà a una legge, senza alcuna mediazione della sensibilità”. Ne La critica della ragione pratica – opera che vide la luce circa tre anni dopo -, approfondendo, ribadisce che, a suo avviso, il rispetto è “la coscienza di una libera sottomissione della volontà alla legge”. Già la parola la dice lunga: il morfema “sp” è tipico del “guardare” e del “riguardare” (lo troviamo in parole come “spia”, o come “ispettore”), e il prefisso starebbe per la direzione verso cui si guarda, “indietro”, come quando, per l’appunto, passa un’autorità. Ora, dico io, se a questi duellanti televisivi sta tanto a cuore il parere altrui non si capisce perché non lo facciano proprio. In caso contrario, se qualcuno dichiara opinioni che ritiene sbagliate deve dire che sono sbagliate e che sbaglia colui che le sostiene. Poi, se voglio avere rispetto di me stesso, sarà bene che dica anche il perché. Il rispetto per l’altro comincia nel rispetto per sé stesso. Eleggo autorità cui kantianamente sottomettermi per libera scelta e, presumibilmente, a ragion veduta, se eleggo ad autorità cui sottomettermi l’avversario cui dico di contrappormi, innanzitutto, non ho rispetto per me stesso. E’ come se dichiarassi ai quattro venti che, alle mie opinioni, tengo pochissimo.
Gli si dice che per l’avversario ha votato la gran maggioranza del popolo? Bene, c’è soltanto da rammaricarsi di non essere stati convincenti – si dovrà cercare nuove e più chiare argomentazioni, nuove e più chiare forme espressive -, ma nulla, nella situazione in quanto tale, può indurre a modificare le proprie opinioni. Il popolo sbaglia quanto sbagliano i singoli individui che lo costituiscono. Se le proprie opinioni le si riteneva giuste prima – a parità di condizioni – saranno giuste anche dopo – e se qualcuno dicesse che le condizioni non sono più pari proprio in virtù del fatto che quelle idee sono rimaste in dotazione ad una minoranza, gli si risponda che le idee valgono in quanto tali e non per il potere che implicano. Si sia fieri di essere minoranza e ci si dia da fare perché le proprie idee possano conquistare la maggioranza.
Ci passo una, ci passo due, ci passo la terza volta – qualcosa non mi torna -, la quarta decido di andarci apposta. Di fronte al grande manifesto affisso in via Luigi Nono, ho tutto il tempo di analizzarlo nei più evidenti elementi che lo costituiscono: c’è uno sfondo nero nero che non promette niente di buono, una scritta in giallo in caratteri di minacciosa fantasia orientaleggiante, altre scritte in caratteri spigolosamente squadrati bianchi dai perimetri rossi, sei fotogrammi che inscatolano altrettanti insetti. La scritta in giallo è un nome che mi è noto fin da bambino, il nome dell’eroe delle mie prime letture, il Sandokan, che qui, però, risulta immediatamente strappato al suo contesto salgariano. Più che combattere contro gli inglesi, a metà Ottocento, per la libertà della sua isola di Mompracem, qui Sandokan, anche a giudicare dalle immagini riprodotte in quei fotogrammi, combatte contro zanzare, acari, ragni, formiche e vespe – è un insetticida o, meglio, a giudicare dall’ampiezza della gamma dei suoi nemici, è una linea di insetticidi. Le altre due scritte, infatti, dicono rispettivamente “insetti clandestini ?” – ed è una domanda – “ferma l’invasione”, sottinteso tramite Sandokan, ed è la risposta. L’estate è vicina, le zanzare stanno già affilando i loro pungiglioni, ragni, acari, formiche e vespe ci stanno accerchiando prima di dare il via alla loro soluzione finale. Il minimo che si possa fare è difendersi. Il messaggio è chiaro e, se i miei principi sull’ambiguità potenziale di ogni comunicazione non mi sostenessero, sarei tentato di archiviarlo in via definitiva correndo dall’insetticidivendolo più vicino a far incetta di Sandokan. Ma non ci vado.
Non ci vado perché ho capito cosa non mi torna. Fino ad oggi – sessantaquattro anni di competenza linguistica più e meno espressa – non ho mai categorizzato un insetto come “clandestino”. Perché non ho mai visto un insetto con tanto di passaporto o di carta d’identità e perché l’insetto, in quanto tale, nella sua minuscolità intrinseca, se Dio vuole è sempre clandestino: se ne avessimo l’ampia percezione che ce ne offre il manifesto di Sandokan non vivremmo più. Come sempre, la ridondanza è sospetta. Di “invasione”, poi, a dire il vero, ne potrei aver parlato a proposito di formiche – qualche anno fa, al mare, mi ricordo una sciagurata vacanza in cui potrei aver usato questa espressione -, ma ad un’invasione di acari e soci, sinceramente, non ho mai assistito. L’invito, infine, è troppo perentorio – sa di imperativo. Se, invece, rivolgessi le mie attenzioni, non alla sfera semantica dei miei rapporti con gli insetti, ma alla sfera semantica dei rapporti di altri con altri, ecco che quello che poteva sembrare un messaggio chiarissimo e univoco, all’improvviso, diventa oscuro e polivoco o, meglio, chiarissimo in tutt’altro significato. Nell’apparato retorico di alcune forze politiche – alcune di quelle impegnate in questa campagna elettorale -, infatti, figurano spesso sia termini come “clandestino” e come “invasione”, e ciò mi induce a non poter considerare del tutto casuale né innocente il messaggio perché surrettiziamente consigliante un’analogia in merito alla quale “insetto” non designerebbe più quella particolare specie animale ma un essere umano. Qualcuno potrà rimanere in dubbio tra la prima, la seconda e la terza interpretazione – indeciso se trovarsi di fronte alla pubblicità di un insetticida o ad un programma elettorale, o a tutte e due – e il principio di tolleranza insito in ogni relazione comunicativa glielo consentirebbe, ma a me, sinceramente, riuscirebbe difficile giustificarlo. Non solo se fosse certezza – come di fatto è -, ma anche se rimanesse al solo stadio del dubbio, ce ne sarebbe più che a sufficienza per preoccuparsene seriamente – come se ci accorgessimo all’improvviso che qualcuno vicino a noi è gravemente malato e che lo stadio di questa malattia non consentirà più in alcun modo una serena convivenza..
Ci andrei cauto con Sandokan. Prima di scegliere i nomi occorre pensarci bene. Le analogie reggono bene fin che reggono e, a volte, possono mostrare crepe paurose. È vero che Sandokan difende la propria isola, Mompracem, dagli invasori inglesi. È vero che, pur con molti alti e bassi, in questa sua opera risulta micidiale, è vero che ne fa secchi stecchiti parecchi – e fin qui diciamo che nel suo nome possiamo sentirci più forti nella sempiterna nostra lotta contro le zanzare e gli altri insetti molesti. Ma è anche vero che, alla fine, nella vana speranza di far fuori gli inglesi, fa saltare lfisola intera. Non so se mi spiego.
Stavo per andarmene quando ho visto il manifesto azzurro affisso alla sua sinistra. “Contacta”, l’azzurro cielo è perfetto per chi vuol vederci chiaro – credo sia una pubblicità di lenti a contatto. Ma lo slogan è una constatazione severa: “Lenti. A destra e a sinistra ogni mattina”. Non so se mi spiego. Sia a destra che a sinistra, come, appunto, sono pronti a stare tutti questi morigerati e timorati del popolo, così perbenino, abilissimi rappresentanti dei propri interessi che, tra loro, mostrano tanto reciproco rispetto.
F.A.
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