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Un aggettivo ed un nome alla deriva

 

Un aggettivo ed un nome alla deriva
Partendo dal principio che Dio, coscienza, dovere e legge sono menzogne, che la vita è priva di finalità e che volontà individuale e Stato si oppongono, il filosofo Max Stirner – in un libro di cui avrei fatto volentieri a meno e che, invece, almeno fino all’epoca della prima guerra mondiale, ispirò il pensiero e l’azione di molti anarchici, L’Unico, pubblicato nel 1844 – arriva a dire che, eliminato lo Stato è eliminato il diritto e il diritto verrà sostituito dalla “potenza” del singolo individuo. “Padrone della mia forza sono io, nel momento in cui acquisto consapevolezza d’essere unico. Nell’unico il possessore si dissolve nel nulla creatore, dal quale è nato”, dice Stirner senza rinunciare ad un apparato retorico enfatizzante, “Qualunque essere superiore a me, sia esso Dio o l’uomo, impallidisce al sole di questa mia coscienza d’esser l’Unico. Se in me stesso nell’“Unico”, io faccio convergere la mia causa, essa diventa proprietà del singolo da cui tutto si crea e che ogni cosa e sé stesso consuma; ed io potrò dire veracemente”, “Io”, è la famosa conclusione del suo libro, “ho riposto la mia causa nel nulla”. Lo voglio – potremmo riassumerne la tesi così –  e dunque è giusto. Anche essere antisemita.

Mi dico che non può essere per via di Clara di Beaulieu, il personaggio fondamentale di quel Padrone delle ferriere che Georges Ohnet pubblicò nel 1882. Poveretta: straziata dalla scelta tra due uomini e due classi sociali – tra l’amore di chi non può avere e l’affettuosa abnegazione di chi ha e di cui, forse, farebbe volentieri a meno; tra la sua aristocrazia al tramonto e la borghesia industriale rampante.

Una risposta a Stirner o, meglio, un sintomo della sua persistenza nel mondo, mi arriva l’altro giorno al supermercato. Fra uno scaffale e l’altro, ci ferma una gentile signora dall’accento veneto che ci chiede se vogliamo assaggiare un bibanese. Non capisco la parola e allora lei mi esibisce la Cosa chiarendomene la provenienza: da Bibano, frazione di Godega di Sant’Urbano in provincia di Treviso. La faccio più breve di come è andata. All’ora in cui eravamo al supermercato io non riesco ad ingurgitare alcunché e pertanto l’assaggio è toccato ad Anna, che, da efficentissimo macchinario chimico qual è, ne ha sfornato un’analisi in quattro e quattrotto – un’analisi che avrebbe potuto liquidare la questione per sempre se, vuoi perché conosce i miei gusti e vuoi perché la relazione instaurata era meno molesta di quelle consuete allorché si tratta di commercio,  non si fosse conclusa con un gentile acquisto di una confezione del prodotto da parte nostra. E’ una volta a casa – in virtù di questo collaudo per interposta persona – che ho potuto riconsiderare il bibanese come una tarda deriva del pensiero di Stirner.

Mi dico che non può essere neppure per la Clara dell’Egmont di Goethe. l’eroica fanciulla che si uccide per non sopravvivere alla fine dell’amato, condannato a morte per le sue idee di libertà. E nemmeno per la Clara della Maria Maddalena di Christian Friedrich Hebbel. Sedotta da un sordido fidanzato impostole dai genitori è consapevole di quanto le convenzioni borghesi le renderebbero la vita impossibile a fianco dell’uomo che ama e, in segno di radicale protesta contro il mondo, preferisce gettarsi in un pozzo.

Pinzato sulla confezione c’è il foglio illustrativo che, oltre alla Cosa, grida ai quattro venti una parola: “Unico”. Poi, più in piccolo, c’è da leggere: “Unico. Così unico che ne sforniamo due milioni e mezzo di esemplari ogni giorno. Tutti diversi” – Stirner sembra trionfare nella colazione del mattino o nei pranzi dei tanti restii al pane. Trattasi di un impasto di farine scelte, – ci mancherebbe, qualcuno l’avrà pur scelte e nessuno ne potrebbe dubitare, –  olio extra vergine di olive italiano al 100%  – avessimo mai pensato nel Sessantotto che quel patriottismo di cui cercavamo di liberarci sarebbe tornato più rigoglioso di prima –  niente conservanti, niente additivi, “lasciato riposare per oltre 18 ore” –  il cui risultato ad un certo punto si pluralizza: vengono modellati e stirati a mano, usufruendo infine di leggero spolvero con semi di sesamo. Coerentemente all’italianità, ci han messo perfino una corona –  poi si scopre che si tratta di “un prodotto Da Re” anche perché, per l’appunto, lo produce un’azienda che si chiama Da Re spa. La meticolosità del paratesto rende quasi superfluo il testo – che, in questo caso, è un grissino.

Che sia per via di Clara Middleton, un’altra eroina ottocentesca ? Quella de L’egoista di George Meredith, quella che, pur partendo da una posizione di sottomissione borghese, pian piano prende coscienza di sé, si ribella, scopre l’esigenza di una propria autonomia dal maschio – marito o no che sia – e finisce con lo sfilare per Parigi, durante una manifestazione di protesta, indossando il berretto frigio. No. No. Anche se. Ma no. Sembrerebbe che non c’entri.

Apro, constato, assaggio, ne prendo una manciata e li dispongo su un tovagliolo. Corro a prendere il metro. Si va dai 10 centimetri scarsi di massima lunghezza ai 4,2, mentre la larghezza si attesta fra i 2 centimetri e i 2 e mezzo. La mano del paziente stiratore dev’essere abilissima. Da lì non si sgarra e la forma oblungo-bomboloide garantisce irregolarità ben distribuite. Nell’epoca in cui ciascuno di noi è massa inconsapevole, ecco che l’individualità del grissimo viene garantita. Se li voglio è giusto che li voglia e questo è il massimo di anarchia che può passare il convento. Non fosse per un particolare ci sarebbe perfino da esserne contenti.

Sarà mica per via di Clara Calamai? Quella che apparve a seno nudo ne La cena delle beffe di Alessandro Blasetti. Non dovrebbe. E’ un film del 1941 – e si tratterebbe di una deriva lunghissima, un rapporto di causa e di effetto non lungo quanto quello tra Stirner e i grissini, ma quasi. Tenderei ad escluderlo. Ma non si sa mai.

Dal Supermercato all’Università Cattolica il passo è più breve di quanto si possa pensare. Tra il tempio in cui si dispensa il sapere spirituale e il tempio in cui si dispensa la cultura materiale – verrebbe da dire: sapere contro sapore – c’è più affinità di quanto i rispettivi ministri sono disposti ad ammettere: il commercio fagocita checchessia e non si ferma neppure di fronte agli studi teologici. L’altro giorno, all’ingresso dell’Università Cattolica, venivano distribuite agli studenti confezioni di Durex, profilattico anatomico, accompagnate da un dotto opuscolo con il quale si invitava a diventare “collaudatore durex” affrontando altresì un “piano di studi” della Durex Academy. Giocando su qualche doppio senso alla Alvaro Vitali, vi si parla di “Storia dei preliminari”, di “Lingua straniera”, di “Principi di pressione tettonica” e di “Filosofia dell’eccitazione”, invitando a seguire le lezioni di teoria e anche quelle di pratica. Ben diversamente dal caso dei grissini, comunque, in questa circostanza – lo dico per la serenità del Senato Accademico dell’Università Cattolica – tempo, luogo e collaudo non coincidevano. Ma, anche qui, un particolare mi lasciava perplesso.

Il primo particolare che stona concerne il confronto tra la rappresentazione del babanese e la mia costruzione del percetto empiricamente inteso. Nell’Unico fotografato nel depliant illustrativo il grissino in questione esibisce cristalli di sale qua e là, distribuiti apparentemente a caso sulla sua superfice; in uno dei tanti, in uno qualsiasi, dei grissini che posso estrarre dal pacchetto ed effettivamente mangiare, di cristalli di sale non ce n’è traccia. Viene il sospetto che quei cristalli vogliano renderlo meno Unico di quanto la retorica preposta al suo commercio darebbe ad intendere. Di fatto, lo rendono già Due – uno dentro e uno fuori.
    Il secondo particolare che stona concerne il nome proprio, che, se usato esemplarmente – in un contesto in cui il cognome non è obbligatorio e, non essendolo, infatti non c’è – presuppone la condivisione del processo in virtù del quale si è guadagnato quest’uso . Ma qui – senza che a nessuno passi per la testa un’interpretazione psicoanalitica alla Alvaro Vitali – abbiamo lasciato il grissino e siamo passati al preservativo. Dicono le istruzioni per il buon collaudatore: “Segui le lezioni di teoria e quelle di pratica con le Videolezioni della tua docente dedicata, la professoressa Clara”. Clara ? Cosa ha fatto questo nome per meritarsi tutto questo ? O, meglio, cosa ha fatto almeno una persona che l’abbia portato per far sì che il proprio nome venisse connesso a tutta la competenza sessuale necessaria per poterne diventare docente ? Cos’ha combinato questo Unico, l’unica Clara, che, all’improvviso – alla faccia di Stirner –  diventa Tutti, tutte le Clare del mondo ? Sono di quelle domande che, in quanto inevase, lasciano il segno. Come il fatto di essere stati al supermercato piuttosto che all’Università Cattolica, danno la certezza di essersi persi qualcosa.

F. A.


Nota

Vedo che lo “stirati a mano” va molto fra i grissini (a Torino, a Cuneo, a Ferrara, etc.). Uno dice: il fatto di essere stirati a mano garantisce “fragranza e freschezza”. E perché mai? In virtù di quale rapporto fra causa ed effetto ? Ogni tanto, ad alcune formule retoriche sarebbe bene dare un occhio.
Per il brano di Stirner, cfr. M. Stirner, L’unico, Fratelli Bocca, Torino-Milano, 3° ediz. 1921, pag. 335.


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a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

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