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L’oro di Giotto

 

A volte, quando riusciamo ancora a raccontarcela, la storia è impietosa. Nonostante la stesura dei Fioretti di San Francesco sia stata eseguita parecchi anni dopo la morte del santo, nonostante l’incertezza di certe attribuzioni e la certezza di certi comportamenti – come quello che vide il santo partecipare alla quinta crociata per liberare i luoghi santi dai musulmani –  nonostante tutto ciò a san Francesco l’aureola è rimasta abbastanza integra. Rimane tuttora la persona buona e mite che parla agli animali, che dà tutto il suo ai poveri, che chiama sorella e fratello ogni catastrofe che gli possa capitare, che si oppone ai potenti – il cui primo esemplare resta il papa, rappresentante di una chiesa ricca per ricchi, estranea a quella povertà che, per taluni, avrebbe contraddistinto l’ispirazione originaria del cristianesimo. A questa immagine tutta rose e fiori del santo ha contribuito non poco Giotto da Bondone, lautamente pagato dal papato per illustrane la vita nella basilica di Assisi.

 

Fra i costituenti di quel complesso chimismo sociale che fu il sessantotto e i suoi immediati dintorni non mancò la ribellione all’autorità delle arti e degli artisti.

            Giusto nel 1968, uscì un saggio di Jean Gimpel (1918-1996) intitolato Contro l’arte e gli artisti. Gimpel, storico e collezionista, studioso del medioevo, era figlio e fratello di mercanti d’arte, fatto che, evidentemente, lo indusse alla riflessione  con ben soppesata cognizione di causa.

Nel suo libro prende in esame il modo con cui nasce l’artista nel senso che attribuiamo noi oggi al termine: l’artista come cittadino particolare, l’artista come genio, come portato a certe attività e non ad altre, come lavoratore capace di trasformare in oro tutto ciò che tocca quando gli va bene o di cavarsela o non cavarsela nell’indigenza più assoluta quando gli va male. Ne segue le fasi della nascita – allorché smette i panni dell’umile artigiano, nella Firenze del Quattrocento – e l’irresistibile sviluppo fino ai giorni nostri, quando ormai, tessendo “l’apologia dell’oscuro e dell’enigmatico”, misticismo e irrazionalismo, l’arte è diventata una vera e propria religione di cui gli artisti sono diventati i sommi sacerdoti. Con la complicità silenziosa di tutti quanti.

Fra le rare eccezioni, Gimpel cita un passo di Proudhon che, ne Il principio dell’arte e la sua destinazione sociale, nel 1863, accusa gli artisti di formare “una classe a parte”. Forse ottimisticamente, Proudhon dice che ci si potrebbe intendere “con un filosofo, uno scienziato, un imprenditore d’industria, un militare, un giurista, un economista”, ovvero “con tutta la gente che calcola, ragiona, combina, computa”, ma intendersi con un artista “è impossibile”.

 

Sostenendo la tesi che proprio lui sia da considerarsi come il primo “pittore borghese”, Gimpel dedica un capitolo del suo saggio a Giotto da Bondone. Abilissimo imprenditore, organizza su basi industriali la sua bottega, investe i propri guadagni acquistando beni immobili, compera terre, le affitta a mezzadria o le rivende al momento opportuno, compera telai e li affitta ad operai tessitori, concede prestiti imponendo tassi d’interesse da usuraio e assume esattori per perseguitare chi non riesce a pagare. Data la sua pubblica rilevanza, nel 1334 viene nominato alto funzionario della città di Firenze ed ha il buon gusto di morire due anni dopo, alla vigilia di quella che Gimpel definisce come “la prima crisi del capitalismo europeo”, un crack bancario che porrà fine all’egemonia finanziaria di Firenze – prestiti esorbitanti al re d’Inghilterra, che si era ben guardato dal restituirli.

 

La gloria di Giotto è fatta allora, innanzitutto, di quattrini – e per l’una e per gli altri, com’è noto, si tratta sempre di stare dalla parte giusta. Il San Francesco che riceve le stigmate, o quello che, con il medesimo zelo, predica agli uccelli o al papa Onorio III, il San Francesco che dona il proprio mantello al povero è un San Francesco su commissione. Nella disputa fra francescani “spirituali” – quelli che vorrebbero seguire gli insegnamenti del santo alla lettera – e francescani “conventuali” – quelli che, diciamo così, si dicono pronti e disponibilissimi ad un ragionevole compromesso tra voto di radicale povertà e salvaguardia della proprietà, il papato è con questi ultimi e, ça va sans dire, Giotto non sgarra di una virgola dal parere del papato. E’ il generale dei conventuali che lo assolda per conto del papa ed è in ragione di questi presupposti che, nei suoi favolosi e favolistici  contesti ambientali, Giotto rappresenta un san Francesco sempre in ordine e bene in carne, a suo agio fra i ricchi, d’amore e d’accordo con il papa. Giotto, insomma, si presta a fornire del santo l’immagine che la Chiesa vuole fornirne, più zelante ancora di quanto gli vien chiesto scrive perfino una poesia contro la “povertà volontaria” definendola “ipocrita” – svolge fin nei minimi dettagli la funzione che, dopo di lui, in omaggio a nuovi papi, a re, a principi e ad arricchiti vari, svolgeranno quegli artisti che, ascendendo finalmente nella scala sociale, potranno reclamare un posticino tutto loro nella storia che conta.

 

Un’idea di cosa si miscelasse nella fucina del sessantotto e dei suoi dintorni, un’idea di cosa è rimasto, magari trasformato e reso ormai irriconoscibile, e di cosa è letteralmente sparito dalla coscienza collettiva, lo si può arguire anche da alcune pagine che Antonia S. Byatt  - in Una donna che fischia - dedica alle forme con cui un’Antiuniversità, nell’Inghilterra di quegli anni, tentò di contrapporsi all’Università istituzionale, ai suoi saperi ed al modo con cui questi suoi saperi venivano somministrati agli studenti. C’è un momento della sua narrazione che mi sembra particolarmente illuminante in proposito: quando sulla porta dell’Antiuniversità poteva esser letto un volantino che ne annunciava il programma di studi che prevedeva testualmente quanto  segue:

"Il pensiero di Mao-Tse-Tung, genio stupefacente, filosofo, poeta, generale statista";

"La teoria corretta è reale perché è la teoria corretta";

"Analisi permanente dell'ideologia borghese";

"Ho visto cieli nuovi e una terra nuova. Dove cercheranno l'autenticità i giovani, disgustati dal materialismo e dalla grettezza dei genitori ? Possiamo cambiare le menti - letteralmente. E le menti cambiano la materia";

"i segni dello Zodiaco e la loro natura esoterica";

"Si offrono anche consultazioni private con i Tarocchi";

"Chiaroveggenza e contrasto delle influenze maligne".

            Che non tutto avesse propriamente a che fare con un’eventuale rivoluzione proletaria mi sembra evidente. Che molto di questo sapere alternativo fosse invece adattissimo perché la cultura borghese uscisse più viva e più vegeta che mai dalla bufera mi sembra altrettanto evidente.

 

Se c’è un costituente di quel complesso chimismo sociale che fu il sessantotto e i suoi immediati dintorni che mancò del tutto di un minimo di fortuna fu, per l’appunto, la ribellione all’autorità delle arti e degli artisti.

 

Nel suo commento alla Divina Commedia, d’altronde, Benvenuto da Imola racconta di Dante che incontra Giotto a Padova, intento alla sua pittura rimanendone estasiato. Questo suo stato di beatitudine, tuttavia, sarebbe stato disturbato dal sopraggiungere di un figlio di Giotto che a Dante sarebbe apparso di una straordinaria bruttezza. Al che un improbabilissimo, odiosissimo e dementissimo sommo poeta avrebbe chiesto al sommo pittore come mai era in grado di fare tanto bene le figure dipinte e tanto male quelle vere, ricevendo in risposta, invece di un ceffone, una lapidaria freddura da maschietto al terzo aperitivo: “E’ perché faccio le prime di giorno e le altre la notte”. Da lungi, allora, dura la schiavitù nostra dall’estetica e dagli interessi che serve –  senza che si veda all’orizzonte qualcuno o qualcosa che possa liberarcene. Il pittore borghese – non diversamente dal poeta - fa mercato della propria arte e, di transazione in transazione, acquisisce prestigio sociale e potere.

 

F.A.

 

Nota

 

Contro l’arte e gli artisti è stato ripubblicato da Bollati Boringhieri, a Torino, nel 2000. Il mirabile capitolo su Giotto va da pag. 32 a pag. 42.  Il saggio di Proudhon fu pubblicato a Parigi, da Garnier, nel 1865. Il romanzo della Byatt è stato pubblicato da Einaudi, a Torino, nel 2002. E’ il quarto e ultimo di una serie iniziata con La vergine nel giardino e proseguita con Natura morta e La torre di Babele. La citazione del volantino è a pag. 270.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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