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Due aggiustamenti di un paradigma in costruzione - Françoise e Veronica

 

 

In Milou a Maggio – un film che Malle ha diretto nel 1990 –  una nipotina piuttosto indagatoria e curiosa chiede fiduciosamente al nonno perché la zia leghi alla spalliera del letto, per i polsi, l’amica  del cuore e il nonno le risponde che, “probabilmente, è per affetto, per non lasciarla andar via”.

La nipotina avrà undici, dodici anni. E’ bambina, è incantevolmente bambina, ma bambina in un’epoca del proprio sviluppo in cui già all’occhio esperto del nonno – come all’occhio espertissimo di un camionista di passaggio – “promette bene”. Incassa la risposta del nonno e tace.

 

 

L’altro giorno, Veronica, la mia nipotina di quattro anni, racconta a mamma e nonna che, proprio nel frangente in cui loro due si sono allontanate per un attimo, nel film, su Sky, la protagonista si è fatta una doccia con un maschietto, che lui ha allungato le mani proprio verso quei luoghi del corpo femminile che già le appaiono come dotati di forte criticità e che la fanciulla in questione ha lasciato fare volentieri. Mamma e nonna hanno risposto prontamente che tali gesti andavano di certo classificati come dimostrazioni di affetto, ma Veronica ha prontamente ribattuto di no, perché il maschietto in questione – ha detto – era “uno sconosciuto”.

 

Quell’attività umana sottoposta al massimo condizionamento sociale che è il conoscere – purché non sia il conoscere metaforico della filosofia – implica sempre una ripetizione. Conosco il gioco degli scacchi o conosco la tal persona perché, nelle circostanze opportune, saprei giocarlo – e quindi ripeterne le regole – o perché, nelle circostanze opportune, saprei ri-conoscerla, ri-presentarmela mentalmente per talune caratteristiche o ricostituirmele direttamente, queste caratteristiche, in un secondo incontro. Se così stanno le cose, lo sconosciuto, è qualcosa di costituito parzialmente per la prima volta, uomo, maschio sì, ancora privo di tutta quella serie di caratteristiche che, nelle ripetizioni successive, ne verranno a costituire il paradigma relativamente stabile facendone un personaggio– perché un gioco rimane tale fino a che qualcuno non ne modifica una regola e perché una persona, nonostante il tempo che se la mangia via e nonostante gli insulti della vita, evolve sulla base di uno ed un solo progetto morfogenetico. Quando Veronica – a quattro anni – definisce “sconosciuto” qualcuno, in quelle determinate circostanze, tuttavia, fa molto di più. E’ già capace di mettersi nei panni di un’altra persona, di attribuirle una storia e di concatenarne gli eventi in modo tale che il temporaneo ospite sotto la doccia, almeno sulle prime, non abbia giustificazione alcuna. Tuttavia, sulle seconde, da quel che i due fanno sotto la doccia, Veronica – forse nebulosamente ma non senza convinzione - è anche in grado di concedere un margine di legittimità alla situazione. Non se ne allarma un granché, l’annota, e per classificarla ne chiede prontamente ragione non appena chi la sta accompagnando al mondo, e chi fino ad ora non l’ha mai tradita, le si presenta a tiro.

 

Il maggio di Milou non è un maggio qualsiasi. Il titolo è ambiguo. Milou, in realtà, si trova anima e corpo nel maggio, in quel maggio – quello francese, nel 1968. La bambina che s’intrufola in camera della zia e che vede l’amica placidamente addormentata e legata nuda al letto – con gli interrogativi conseguenti giudiziosamente posti ad un nonno amato e stimato nell’esatta misura in cui è restìo al conformismo ed all’ipocrisia sociale, serve a Malle quanto la radio accesa che trasmette i discorsi di De Gaulle, le notizie o allarmate o entusiaste – o allarmanti o entusiasmanti – che arrivano da Parigi, la paura dei borghesi e la gioia dei giovani, le tante crepe nel muro ottuso di una società che, suo malgrado, mostrano le alternative di una vita innegabilmente migliore: dove il sesso venga vissuto con maggiore libertà, dove il lavoro e l’esigenza di denaro risultino meno ossessivi ed oberanti, dove le differenze vengano valorizzate e dove le relazioni umane, pertanto, s’intreccino e si dipanino più ricche, più aperte, più pulite. Parecchi anni dopo, dunque, Malle ordisce una sua trama per farci capire – in un terreno comunque sconosciuto, prova a tentoni di condividere una memoria con chi può averla e ne propone una nuova di zecca a chi di questa memoria non può disporre: a entrambi, in definitiva, offre una chiave interpretativa che, al contempo, concerne quei giorni lontani quanto la sua attualità, ovvero quel 1990 in cui, ritiene sensato e opportuno, per sé e per tutti, riandare con  un affetto comprensivo direttamente proporzionale alla sensazione di perdita – irrimediabile e sgomentevole – della cui entità magari non ci si accorge subito e proprio in ragione di ciò, con il passare degli anni, ancor più dolorosa.

 

Anche Milou ha le sue attenzioni cautelose nei riguardi del tempo altrui che corre nonostante tutti gli sforzi per fermare il proprio. In cerca di quei granchi di cui, da un giorno all’altro, dovrà fare a meno causa l’irresponsabile sfruttamento capitalistico che, nonostante tutto, da quel maggio ne uscirà più vispo e insolente che mai, in cerca di quei granchi che da domani galleggeranno impudriti nell’inquinamento industriale, Milou  va con la nipotina al torrente e fa per spogliarsi e buttarsi nudo in acqua, come in tutte le precedenti occasioni di pesca festosa. Senonché è trascorso un anno dall’ultima volta e la bambina, nel frattempo, lui l’ha ben notato, è cresciuta. Così, dopo essere rimasto a torso nudo ed essersi tolto le scarpe, ha un attimo di incertezza mentre sta per togliersi i pantaloni e decide per il no. Al che Françoise – resa in tutta la sua dubbiosa tenerezza da Jeanne Herry-Leclerc – glielo chiede: “ma come, non te li togli ?” e lui le mente, dicendo di no, che non se li toglie per non prendere freddo. Sarà il ’68, d’accordo, ma rivoluzione non significa ignoranza del pudore proprio e mancanza di considerazione del pudore altrui. L’amore – anche quello di un nonno nei riguardi della sua nipotina – esige una sua segnaletica nitida.

 

 Le due spiegazioni sono analoghe. Il sesso vi è registrato sotto la voce “affetto”. Veronica è figlia di una ragazza nata nel 1983, pochi anni prima che Malle concepisse il suo film – una ragazza che del 1968 può sapere quello che Malle e tutti gli altri dicono di ricordare o dicono di sapere. Ragazza che evita di inerpicarsi in una spiegazione difficile – perché una fanciulla può scambiarsi effusioni con uno sconosciuto sotto la doccia, sconosciuto a lei o sconosciuto soltanto a chi guarda che sia – e trova una soluzione affidandosi ad un significato che sa condiviso dalla bambina e che, in teoria, potrebbe anche sussumere l’altro – quello proprio. Milou, più o meno, fa la stessa cosa – perché la spiegazione che è chiamato a fornire non è affatto più facile – amore fra membri del medesimo sesso, amore e legacci, sessantotto o non sessantotto, a fronte dei paradigmi invalsi si pongono comunque come questioni complicate. Potrei scorgere nell’analogia una sorta di unità culturale – c’è qualcosa di comune nel modo con cui si cerca di costruire un mondo di significati, nel modo con cui alcuni adulti educano i bambini. Ma un’unità culturale, ovviamente, in evoluzione. E’ nella loro reazione che emerge una differenza sostanziale. Françoise sembra accettare la spiegazione del nonno, china il capo e tace – oppure, arguisce dalla ostentata e frettolosa distrazione del nonno che la risposta va presa con le pinze dell’indulgenza, china il capo e tace.

            Nel diniego di Veronica – no, non era questione di affetto, quello era uno sconosciuto – è lecito, invece, ravvisare l’esito di una negoziazione. Non c’è né ingenuità né furbizia, ma calcolo ed esplicita confidenza dei suoi risultati. In ogni caso un sapere immenso e la pratica consolidata di una relazione. Da Françoise a Veronica sono trascorsi diciannove anni – nemmeno tutti loro, anzi, perlopiù non loro -, anni altrui, dove, pur tra mille contraddizioni – abiure, viltà più e meno alla chetichella, falsificazioni, nuove repressioni e ipocrisie riverniciate di fresco, persecuzioni e orgogliose resistenze -, qualcosa di quel che ha dato vita all’una è rimasto. Per dare vita all’altra.

 

F.A.

 

P.S. :   Le tre spiegazioni sono analoghe. Anch’io registro sotto la voce “affetto” lo sguardo con cui Malle racconta le cose che racconta – cose che concernono il sesso – e il quadro ideologico di  cui questo sesso fa parte –  selezionate e soppesate dal rappresentante di un genere. Sbrigativamente, diciamo che la categoria ha le spalle forti.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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