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Il test delle calzature

Il test delle calzature

In quanto a scarpe ho alzato bandiera bianca da un pezzo. Da quando l’ideologia sportiva se ne è impossessata, cominciando a figliare ibridi gommosi a prezzi sempre più esorbitanti, mi sono rifugiato in simil-clark a buon mercato, si fa per dire che, perlomeno, mi consentono di mantenere lo stesso passo di sempre e quella sorta di rappresentazione dignitosa di sé  che ciascuno di noi affida fin che può al proprio incedere. Mi sono fermato di fronte a quella vetrina di scarpe, pertanto, più per farmi del male che per eventualità di trasformarmi in cliente – un’esigenza di conferma: così vanno le cose al mondo e, per quanto mi dia da fare, poco pochissimo praticamente nulla posso fare per mutarne il corso. Un tripudio di scarpe che mai calzerei e prezzi che mai potrei permettermi di pagare. Tuttavia, in quel tripudio – scarpe appaiate, destra e sinistra in mostra entrambe; scarpe disappaiate, destra di un tipo e sinistra come sua variante o viceversa - ho notato qualcosa che non avevo notato prima – qualcosa che ho considerato come segno.

A quanto sembra, nel sapere degli antichi –  ovvero in quel che rimane di Ippocrate e di Aristotele –  era già compresa l’idea dell’ipocondria. La parola – un composto di “ipo” e di “condria” – designa semplicemente ciò che sta sotto lo sterno, ma il concetto medico di ipocondrio implica la cavità addominale compresa tra le arcate costali e la fossa iliaca. Reni, pancreas, stomaco, colon, fegato e milza sarebbero dunque situati nell’ipocondrio.
    Tuttavia, in quelle 145 opere che, fra il 1601 e il 1827 sono state dedicate all’argomento, si sono nettamente delineate due correnti di pensiero diverse: chi, in base alla vecchia teoria degli umori, curava il digestivo e l’evacuotorio, e chi, in cerca di novità, attribuendo al cervello la responsabilità del male, curava i nervi. A ben vedere quel che accade nel Novecento – quando dopo la prima guerra mondiale le diagnosi di ipocondria cominciano a quadruplicarsi nell’ambito degli ospedali psichiatrici – sembrerebbe che abbiano vinto questi ultimi, ma, nell’ideologia medica popolare – e nel suo linguaggio – la metafora dell’ipocondria ha continuato a galoppare liberamente, colpendo un po’ ovunque e finendo quindi con il designare ogni erronea rappresentazione di malattia, ovvero ritenendo ipocondriaci tutti coloro che dichiaravano sensazioni dolorose di qui o di là senza che della causa di questi dolori si potesse avere uno straccio di riscontro empirico. In considerazione della sua vaghezza originaria ed in considerazione del suo strabordare nello psichico, suggerirei pertanto di lasciarla perdere: nonostante sia stata inserita nel 1980 nel Manuale Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali, o proprio per questo, come categoria diagnostica direi che sarebbe ora di non usarla più. Neppure scherzosamente nelle chiacchiere amichevoli. In linea di massima mostra più le cattive intenzioni di chi l’attribuisce che l’effettivo stato morboso di chi la subisce.

Molière mise in scena Il malato immaginario nel 1673. Lo storico della medicina Jacques Leonard dice che l’ipocondriaco era lui stesso, che nella figura di Argante, Molière esorcizzava il proprio timore delle malattie buttandola su quel ridere che, in quanto “trattamento morale”, individuava come possibile terapia, se non come l’unica terapia possibile.

Afferma Paolo Repetti nel suo Lamento del giovane ipocondriaco che “nessun maniaco depressivo allinea perfettamente le pantofole, la destra è sempre qualche millimetro più avanti della sinistra” ed io, pur continuandomi a chiedere che tipo di maniaco sia quello che le allinea perfettamente – perché comunque nella categoria sarei tentato di inserirlo –  mi sento come uno che ha scoperto un nuovo sintomo ma non sa di che.

Dalla pantofola alla scarpa il passo – la metafora è d’obbligo – è breve. Nella vetrina innanzi alla quale mi sono fermato, proprio quelle sul proscenio, otto paia di scarpe – tutte quelle appaiate, destra e sinistra uguali – erano disposte in modo che la destra sopravanzasse la sinistra di un qualcosina. A questo punto il segno – segno di uno stile espositivo, segno di un processo di valorizzazione in atto, segno di un linguaggio persuasorio, segno di una cultura, in definitiva –  a questo punto, beh, il segno è diventato sintomo. In questo caso – non sentendomela più di attribuirne la responsabilità alla sola vetrinista e solo a quella vetrinista –  il sintomo di una patologia sociale.


E’ a questo punto che mi sorge un dubbio. E’ ormai notte fonda. Vado in camera e, a fianco di quel letto che è pronto ad accogliermi dopo questa faticosa giornata, vedo che, come al solito, ho già provveduto a disporre le mie pantofole. A partire dal tallone sono leggermente divaricate, ma – senza nemmeno bisogno di un righello – è evidente che la destra è posta di un buon centimetro e mezzo più avanti della sinistra. E, a pensarci bene, credo di averle sempre messe così. Comincio a pensare che, sia in quanto segno che in quanto sintomo, questa faccenda mi riguardi.

Molière interpretò personalmente la parte di Argante, il malato immaginario, ma per quanto io possa essere disposto ad accettare l’idea di Jacques Leonard – che lui volesse esorcizzare la propria ipocondria buttandola sul ridere di se stesso –  non posso dimenticare affatto che questa parte Molière non la recitò a lungo. Una congestione polmonare, ovvero un afflusso eccessivo di sangue nei vasi polmonari, lo fece secco esattamente una settimana dopo. A dimostrazione che, comunque – pur liberata l’ipocondria da ogni meccanismo fisiologico e ridottala a mera degenerazione relazionale –  non aveva tutti i torti.

F.A.


Nota

Il Lamento del giovane ipocondriaco di Paolo Repetti è stato pubblicato da Mondadori, a Milano nel 2000. L’affermazione in questione è a pagina 12. La vicenda di Molière è raccontata da Jacques Leonard in I malati immaginari, in J. Le Goff e J.-C. Sournia, Per una storia delle malattie, Dedalo, Bari 1986. Per la moltiplicazione delle diagnosi nel Novecento, cfr. E. Shorter, Psicosomatica, Feltrinelli, Milano 1993, pp. 336-342.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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