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Un posacenere pieno di mozziconi

Il musicista spagnolo Manuel De Falla (1876-1946), compose La vida breve nei primi anni del Novecento, ma, per quanto si sia dato da fare – andando a Parigi, parlando con grandi protagonisti della musica come Albéniz, Dukas, Debussy e Ravel; proponendola invano a Ricordi – non riuscì a rappresentare la sua opera che nel 1913, il primo di aprile, al Théatre du Casino di Nizza. Da qualcuno venne definita come una “zarzuela tragica”.

Al filosofo Guido Calogero (1904-1986) dobbiamo soprattutto La conclusione della filosofia del conoscere, un saggio del 1938 – saggio che costituì la base del suo pensiero successivo. Vi sosteneva la tesi che, così come l’Ottocento era stato la tomba della metafisica, il Novecento sarebbe stato la tomba della gnoseologia, ovvero della teoria della conoscenza. Disgraziatamente sbagliava su tutta la linea, perché così come dall’Ottocento, checché ne pensassero i positivisti, la metafisica ne è uscita più florida ed invadente che mai nonostante l’inconsistenza di sempre, così dal Novecento la gnoseologia ne è uscita serena, vispa e pimpante come se gli esseri umani non potessero proprio fare a meno di rovinarsi l’esistenza fidando in qualche teoria della conoscenza. Tuttavia, Calogero – pur non riuscendo a sferrare il colpo mortale a quella filosofia cui era legato più di quanto ritenesse – qualcosa di buono ha fatto: socialista liberale, antifascista convinto tanto da essere allontanato dall’insegnamento e confinato in un paesino dell’Abruzzo, cercando di stabilire il primato dell’etica, ha diffuso una cultura dell’altruismo, l’idea della stretta necessità di riconoscere l’altro, praticando tolleranza e dialogo – sostenendo che occorre capire i mondi mentali altrui allo stesso modo che si desidera che gli altri cerchino di capire il nostro.

Con il termine zarzuela, in Spagna, si designa parecchie cose: la residenza ufficiale dei re, alcuni toponimi, un piatto a base di pesce (coda di rospo a tranci, calamari, cozze e vongole) e un genere di spettacolo, qualcosa che sta tra teatro, canto e musica, un sorta di operetta, insomma. La “grande zarzuela” tocca più le corde del drammatico, mentre la “zarzuelita” assume un carattere decisamente comico.

Rimanendo nella sfera semantica ed emotiva di Manuel de Falla, Alvaro Bertani definisce “zarzuela tragica  in un prologo, tre atti e un epilogo” la sua nitida, affettuosa e pur equilibratissima biografia di Luciano Bianciardi, protagonista di una “vita breve” – come è detto nel sottotitolo – giocatasi essenzialmente Da Grosseto a Milano – come è detto nel titolo.
    Come nella maggior parte dei casi di narratori, anche Bianciardi io l’ho letto in ritardo, ma fortuna o sagacia volle che questa sua prima cosa letta lasciasse il segno. Si trattava de Il lavoro culturale. Era uscito nel 1957, ma io lo lessi soltanto nella sua seconda edizione – che è del 1964 – quando avevo diciannove anni. Mi confermò un’opinione che faticosamente e non senza dubbi e incertezze mi si andava formando. Che sotto la sacralità della Cultura con la C maiuscola non ci fosse granché. Che questo tipo di cultura fosse una mera funzione del Potere. E che gli intellettuali sono pronti a servire qualsiasi regime.
    Bianciardi è caustico e amaro. Scrive un po’ da diario e un po’ da saggista alla mano. Rende conto di un tradimento e di una viltà generazionale che riguarda tutti coloro che hanno studiato e che non hanno saputo usare del privilegio di questi studi per far del bene a chi non ha potuto godere di privilegio di sorta. Sa che la cosa lo riguarda direttamente. Perché c’è dentro anche lui – con la sua voglia di rivolta e con le necessità mediatorie del quotidiano. Ci si rovina il fegato, letteralmente. Con largo anticipo individua e descrive la matrice del male che ci attanaglia tutti quanti, anche oggi, quando delle  categorie di un tempo si sta perdendo anche il ricordo e, dunque, quasi non ci accorgiamo più di nulla – beatamente assopiti da forti dosi di analgesici sociali. La copertina dell’edizione feltrinelliana fu un piccolo capolavoro di grafica dovuto a Silvio Coppola: una biro appoggiata ad un posacenere, zeppo di cicche e di frammenti di minerva, a tutta pagina. Eccolo il lavoro culturale: ecco cosa ne rimaneva sopra le ponderose scrivanie dove, producendo il Pensiero, si orientavano i destini intellettuali del Paese; ecco quella che, con metafora da capitalismo illuminato, veniva detta “industria culturale”.
 
Bianciardi di questa industria partecipò obtorto collo e a modo tutto suo, ovvero – a differenza di tanti altri – potendosi sempre sentir libero da padroni. Ed è qui che la zarzuela che lo riguarda comincia ad essere “tragica”. Con La vita agra, nel 1962, ha successo e denaro, ma anziché, così come fan tutti, clonarsi all’infinito e vivere di rendita in romanzi fotocopia, sceglie la propria individualità. Rifiuta di sfruttarsi come scrittore affermato, cambia generi e punta su analogie urticanti – come quella fra quel poco di puro che c’è stato nel risorgimento italiano e quel che sarebbe stato opportuno avvenisse ai tempi suoi, dove c’era sì una lotta di indipendenza da fare, ma non dagli austriaci, bensì dalla subordinazione agli interessi di un’economia torva e stolida, sorretta da una morale bacchettona e avvilente. Montanelli gli offre quattrini sonanti affinché lui inizi la collaborazione al “Corriere della Sera” e lui risponde “no, grazie”. Preferisce scrivere quel che gli pare, su riviste come “ABC” o “Kent” – riviste perennemente ed ambiguamente in bilico fra denunce per pubblicazione oscena e vilipendio alla religione e impegno per i diritti civili. O preferisce tradurre – lavoro faticoso, impegnativo e mal pagato che, nella sua poca visibilità comporta svantaggi materiali quanto vantaggi morali. Scelte che hanno il loro peso.

Muore nel 1971, a quarantanove anni, sapendola lunga sullo scempio che ci sarebbe toccato.
Dalla sua “vita breve” raccontata da Bertani, vengo a sapere che Bianciardi fu allievo di Calogero, prima e dopo la guerra. Si laureò con lui, nel 1948, con una tesi dedicata a Il problema del conoscere nel pensiero di John Dewey che, oggi, sinceramente, mi appare come la tessera che mi mancava per completare l’intero mosaico. La critica alla filosofia condotta da Calogero – non disgiunta da quella, pur limitata anch’essa e tuttavia apprezzabile, condotta da Dewey – mi sembra
che abbia potuto costituire quella matrice culturale cui Bianciardi mai ha rinunciato in tutta la sua vita – una matrice culturale che, nonostante l’ambiente in cui le vicende della sua vita l’hanno costretto, lo ha reso immune dalle affezioni più comuni dell’intellettuale e dell’autorità, così che, oggi, posso ricordarlo come qualcuno che, spendendosi, mi ha dato qualcosa.

F. A.


Nota

Da Grosseto a Milano – La vita breve di Luciano Bianciardi è stato pubblicato da ExCogita, a Milano, nel 2007.  La conclusione della filosofia del conoscere di Guido Calogero è stato pubblicato da Le Monnier, a Firenze, nel 1938.  Per le notizie su De Falla, cfr. F. Testi, La Parigi musicale del primo Novecento, EDT, Torino 2003, pp. 386-393.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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