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Caccia all'ideologico quotidiano
Le villette del ferroviere
Essere e avere
Una nuova culla
I notturni del commensale di lusso
Sono qui, dove la mia cervicale sta lottando e soccombendo a cuscini abnormi che sembrano contenere soltanto particelle elementari di vello prepubere di undicenni nubiane – non reggerebbero una piuma di scricciolo -, sono qui e dolgo a destra, dolgo al centro e dolgo a sinistra, non dormo e mi dico. Mi dico che la regola vuole che, in nessun caso – dicasi e leggasi nessuno – si debba cenare in grande albergo – neppure in quel caso tutto mio in cui io sia esentato dal pagarne il presumibilmente cospicuo conto. E mi dico che sbaglia chi sia indotto a ritenere che questa regola sia vecchia e superata dai tempi – tempi di globalizzazione dei mercati e di comunicazioni iperveloci, tali da rendere fin plausibile, che so, ordinare dei piatti di pesce a Genova, dove il pesce in questione nei piatti in questione può ritrovarcisi solo e soltanto dopo aver fatto il giro dei frigoriferi, delle cucine e dei piatti rimandati indietro allo chef a Milano, a Roma, a Palermo, a Istambul, a Tirana, a Budapest, a Vienna, a Monaco di Baviera, a Stoccarda, a Bruxelles e, infine – se non vado errato-, a Caracas. Mi dico anche che, nonostante il dolore fisico ed il sentimento di vergogna di me che mi pervade, sarebbe opportuno andare con ordine. Il ristorante era deserto e deserto sarebbe rimasto. Avevamo colto il direttore in camicia, ancora sorpreso nonostante la prenotazione e, al richiamo, il cameriere – che probabilmente era in bagno – non è parso degno di menzione per solerzia. Quando è comparso – inquietante come uno di quei personaggi di Shining che ai loro bei tempi avevano ricevuto un’accettata in mezzo al cranio – avevo comunque già comunicato al direttore che avrebbe fatto meglio ad informare chi di dovere che una grave forma di intolleranza alimentare mi costringeva alla larga – alla larghissima – da qualsiasi forma di latticino. Fu così che la prima portata che mi si mise davanti fu una conchiglia strabordante di riccioli di burro. Ma non è stata la nausea, mi dico, non è stata la nausea che immediatamente si è impossessata di me a determinare più di tanto l’approfondito giudizio che, più tardi – poco più tardi -, ho dovuto emettere nei confronti delle poche e fin troppe portate che hanno costituito la mia modesta cena. Avevamo ordinato insalata di polpo con olive taggiasche e tagliolini al pesce spada – niente secondo, ottimisticamente, per non appesantirmi -, il tutto ben innaffiato da una bottiglia di Pigato. Ora – ora che soffro - mi dico che solo alla vista di quei cinque brandelli sclerotizzati di poliuretano inespanso avrei dovuto alzarmi e fuggire ululando. Cosa che invece non ho fatto: ho centrato in punta di forchettina una dopo l’altra le due striminzite olivette taggiasche e poi mi son messo di buzzo buono, nel tentativo di triturare l’intriturabile – che era stato scaldato nella vana speranza di mascherarne l’antica e ormai durevole rigidità. Ai fini del superamento delle difficoltà di deglutizione ho ritenuto opportuno di aiutarmi con il vino e ora mi dico quanto sarebbe stato meglio che non l’avessi mai fatto. Ho bevuto e non ho creduto al palato, ho guardato l’etichetta e non ho creduto ai miei occhi: in un paese in cui è doc perfino il vino servito alla mensa dei frati, lì, nel grande albergo a non oso pensare quante stelle – nel cuore pulsante della città che comanda -, lì il Pigato era semplicemente definito come “vino del ponente ligure”, che, come definizione ontologica, a termini di legge, non farebbe una piega neppure se applicata ad uno sciroppo di amarena particolarmente diluito. Spesso, nella vita, mi sono lamentato dell’incoerenza dei sistemi: incoerenti i sistemi filosofici, incoerenti i comportamenti degli umani, incoerenti i discorsi che questi esseri umani fanno in difesa dei loro porci comodi. Be’, non è stato questo il caso. Il grande albergo, come sistema di ristorazione, è un sistema perfettamente coerente. Appena in vista – aguzzandola, questa vista -, i tagliolini sembravano provenire dalle medesime cucine e dalle medesime arti: grigiastri, 20 grammi scarsi, non erano stati scolati bene, contenevano tre o quattro pirulicchi biancastri e mezzo – dicesi mezzo – pomodorino mignon garantito ogm, crudo. Traducendo in attualità alcuni archetipi di cui avevamo avuto prenatale percezione nell’iperuranio platonico, ricategorizzammo i pirulicchi biancastri come residuati di pesce spada anteguerra e, ancora con il sussidio dell’ineffabile vin bianco, buttammo giù in due – non più di due – frettolose forchettate. Tutto ciò, mi dico, in quanto esperienza vissuta comporta il dolore che provo e, in quanto ricordo, l’accresce. Mi dico anche che mai e poi mai avrei potuto immaginare che anche il caffé sarebbe stato esattamente all’altezza di ciò che l’aveva preceduto – che un caffé, oggi come oggi, lo si può bere buono quasi ovunque e che, comunque, se sei in Italia, mi dico, non puoi sbagliare. E invece no. Anche qui ci siamo sbagliati. In un grande albergo a non oso pensare quante stelle può essere servito con il sorriso sulle labbra – un sorriso che a quel punto sappiamo tutti essere sorriso di scherno, del cameriere che lo fa e del cameriere che lo sa che noi lo sappiamo -, un caffé tiepido e acquoso che avrebbe fatto perdere la pazienza perfino a Giobbe. Ma non a me che, ora – saranno le tre, saranno le quattro -, con la cervicale che non trova requie, in questa stanza dello stesso grande albergo dove non riesco neppure a spegnere tutte le luci, con lo stomaco che lancia muggiti preoccupanti, sudando freddo, mi dico di non farlo più, cercando anche di ricordarmi quante sono state le volte in cui già me lo son detto. Ad ulteriore dimostrazione che già non è maestra di vita la storia loro, figuriamoci la storia nostra. E più me lo dico meno dormo.
F. A.
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