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Caccia all'ideologico quotidiano
Le malizie di Sant'Antonio
Ordine e ordinanze
Il presidente albicocca
Le malizie di sant’Antonio
Scrivo su due computer, alternativamente – uno in ufficio, l’altro a casa. Ma l’ufficio sta a Firenze. Un tempo mi portavo dietro un dischetto e, in linea di massima, soddisfaceva le mie esigenze: riportarmi a casa, in copia, quanto avevo scritto in ufficio. Da quando hanno inventato la chiavetta, comunque, è tutta un’altra storia. Ci sta una quantità straordinaria di roba. Se a Firenze avessi anche scritto due divine commedie me le porterei a Milano dentro un oggettino che è più piccolo di un accendino. La tengo nella tasca sinistra della giacca.
Per non essere di buonumore, in questo periodo, ho miei buoni motivi. Prima dell’estate ho deciso di riprendere in mano un libro che sto scrivendo da circa quindici anni, un libro nei cui confronti me la son sempre presa calma e cui, anzi, ho sempre anteposto altri libri, saggi, articoli vari, conferenze, gli stessi interventi per questa “caccia all’ideologico quotidiano”. Non è che ritenga questo libro meno importante, anzi, direi che lo ritengo se non il più importante, quello che avrei sempre voluto scrivere e di cui maggiormente sento il bisogno. Le cose vanno così: uno si forma un’idea nella testa, ci pensa e ci ripensa, la mette alla prova, funziona, e ogni libro che legge, ogni situazione che vive, fin buona parte del male cui assiste, gli sembra che tutto possa migliorarsi di botto soltanto nel momento in cui è riuscito ad esprimere quell’idea ponendola a disposizione del mondo intero. Fino a che non l’ha fatto, la coscienza gli rimorde.
Tuttavia, com’è noto, fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare – un mare di cose da fare, un mare di studi che richiedono tempo e pazienza. E questo libro non vien fuori. E’ tutto strutturato, capitolo per capitolo, ma, come scrivo una riga, mi si aprono nuovi scenari, nuovi interrogativi, necessità di andare a pescare questa o quest’altra citazione che taglierebbe la testa di quel toro che, curiosissimo, ritorna alla carica in tutte le circostanze. Mai scrivere a pezzi e bocconi. L’argomentazione guadagna dall’unitarietà – anche stilistica – con cui la esprimiamo e perde ogniqualvolta, avendo lasciato trascorrere del tempo mentre la snoccioliamo, cambia di ritmo, di respiro, fin di lessico.
La faccio breve: sono passati almeno cinque mesi e, al di là degli appunti che ormai sono diventati una montagna, avrò scritto sì e no una o due paginette di cui, peraltro, non mi sento neppure tanto soddisfatto. Ovvio che non sia di buonumore.
Martedì sera, prima di tornare a Milano, lavoro un’oretta per farmi un file dove annoto tutte le informazioni utili ricavate da un libro di Mary Roach e, potendo tirare fino a notte inoltrata – come dire? – mi consento uno svago. Rimugino sul libro che non va avanti, mi dico che prima o poi andrà avanti ma che, per il momento, sarà bene rassegnarsi. Meglio lasciar perdere e pensare ad altro. E’ così che mi si materializza sorniona e furbesca una ideuzza che, apparentemente, chiede soltanto un po’ di attenzione affettuosa. Me la rigiro un po’, apro un file sulla chiavetta bella e inserita nell’apposita fessura del computer, e provo ad articolarla per iscritto. Premessa e presumibile indice. Nelle condizioni in cui sono, in pochi minuti, ne sono sedotto. Chiodo scaccia chiodo e libro scaccia libro. Torno a Milano e mi ci dedico – l’altro verrà, intanto vogliamo bene a questo. Tolgo la chiavetta, me la metto nella tasca sinistra della giacca e me ne vado a dormire.
La tragedia ha inizio giovedì pomeriggio. Sono a Milano, ho un attimo di tempo e non vedo l’ora di buttarmi su quel progettino. Poi devo anche ricopiare il file sul libro della Roach. Ma nella tasca sinistra della giacca la chiavetta non c’è. Mi viene in mente che ho cambiato pantaloni. Ma la chiavetta non è nelle loro tasche. Guardo nel borsone con cui trasporto su e giù le mie cose, guardo per terra, guardo qui e guardo là, man mano in posti sempre più improbabili, fino a quando rinuncio. Lo sconforto lascia presto il posto ad una sorta di disperazione rancorosa che, con il passare delle ore, si fa depressione acuta. Un complotto universale non solo mi impedisce di scrivere il “mio” libro, ma anche il suo succedaneo, il suo flebile surrogato, per non parlare dell’ora di lavoro persa sul libro della Roach. Passa un amico a trovarmi, mi vede e si accorge che c’è qualcosa che non va, gli racconto la cosa e lui, svignandosela alla svelta prima che io potessi investirlo con tutte le mie tesi contro la cultura esoterica e contro la superstizione, se la cava con la consueta formula accusatoria: “Hai invocato Sant’Antonio – Sant’Antonio sant’Antonio dalla bella barba bianca fammi trovare quello che mi manca -, no ? Be’, così impari”.
Una giornata di mestizia. Vago senso neppur tanto vago di persecuzione. La mia vita privata del suo senso. Rimuginii e borbottii. Qualche scrollata di capo negli scarsi limiti concessimi da una cervicale ormai in cemento armato. Sospiri. Prove tecniche di tirare avanti. Nonostante tutto.
Ma c’è il lietofine. Sembrerebbe. Arriva una telefonata: una signora tenacemente anonima, sagace e provvida come un biglietto vincente di lotteria – non so se devota per conto suo e per conto terzi a Sant’Antonio – comunica che, nella tal portineria del tal palazzo della tal piazza, in una busta intestata a mio nome, è pronta e disponibile – salvata dal pattume delle strade milanesi – la mia chiavetta. Con tutti i suoi tesori.
Inforco la bicicletta e corro, arrivo e – fino ad allora ci credevo poco – tutto va davvero come sembrava che le cose dovessero andare. La chiavetta è la mia. Torno a casa, verifico e c’è tutto: il progetto del libro nuovo e gli appunti sul libro della Roach.
Il libro di Mary Roach in questione ha per titolo Godere e per sottotitolo Orgasmo: il curioso accoppiamento fra scienza e sesso. E’ un libro scritto in stile eccessivamente giornalistico-brillante per i miei gusti ma, indubbiamente, interessante e zeppo di informazioni utili o apparentemente utili. Se mi fosse capitato fra le mani in coincidenza con un umore diverso, probabilmente, mi ci sarei dilungato, ma, date le circostanze, è stato già tanto se ne ho preso alcuni appunti. I quali cominciavano con una serie di testi – credo di non facilissima reperibilità - che mi sono sembrati particolarmente promettenti. Li cito qui nell’ordine: L’uso dell’aspirapolvere nelle morti dovute ad autoerotismo, La vagina estroflessa isolata, Sesso asciutto e bagnato, Emissione di suoni e sesso umano, Come entrano nell’utero gli spermatozoi, Osservazione ecografica di una “masturbazione” fetale in utero, Preveniamoli ! Una guida per uomini e donne con perdite dal passaggio posteriore, Gestione chirurgica di un’epidemia di amputazioni del pene in Siam, Elettroeiaculazione domestica e, infine, Il rapporto sessuale come potenziale cura per il singhiozzo intrattabile. Ora, mi dico, per potermi ridare la chiavetta la salvifica signora – che non smetterò di ringraziare - l’ha dovuta attaccare ad un computer e leggerne il contenuto. Per capire chi ne era il proprietario ha dovuto darsi da fare parecchio. Magari anche leggendo i miei appunti bibliografici sul libro della Roach. Poi e soltanto poi ha potuto provare con la guida telefonica. Non posso fare a meno, allora, di chiedermi se, quell’anima beneficamente pia, si sia convinta di aver avuto a che fare con una persona perbene politicamente e scientificamente impegnata o con un maniaco sessuale.
F.A.
Nota
Godere di Mary Roach è edito da Einaudi, a Torino nel 2008. Il titolo originale è Bonk che chi sa l’inglese mi assicura stia per Scopare. Il che non migliora la percezione che altri possono avere di chi prende appunti in merito.
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