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Caccia all'ideologico quotidiano
Tratti biografici, più e meno geniali
Ultime tentazioni
Dire e non dire
Tratti biografici, più e meno geniali
Scavo in due biografie, sia in quella di lui che in quella di lei.
Lui ha una paura folle dei frigoriferi e del cibo. Dice che i primi sprigionano gas eventualmente letali e del secondo non c’è da fidarsi perché è quasi sicuramente avvelenato. Il risultato è che si riduce a trentun chili. Ha pure paura dei medici ed è particolarmente freddoloso: per metà dell’anno lo si vede in giro con un passamontagna. Ha un senso dell’olfatto molto sviluppato. Crede nell’esistenza del diavolo, nei viaggi nel tempo e nel cosiddetto terzo occhio, quello pineale, che darebbe una mano nel percepire quelli che lui chiama “gli oggetti astratti”. Visto che crede nel diavolo, non ci mette un granché anche a credere in Dio – con il quale saremmo in contatto tramite l’inconscio – ed a ritenere che tutto – anche la più piccola cosa – sia stata creata con uno scopo ben determinato e, tuttavia, è anche convinto che in questa nostra vita mai entreremmo in contatto con la realtà di cui, peraltro, esisterebbero ben tre versioni – una oggettiva, una soggettiva ed una non sarebbe né oggettiva e né soggettiva ma che, comunque, non dipenderebbe da noi.
Lei dirige una piccola azienda ed è soddisfatta del suo lavoro. E’ un’appassionata numismatica, gioca a ping-pong ed è pure una provetta scacchista. Si definisce socievole, raramente arrabbiata e nemica di ogni disputa. E’ in pace col mondo, insomma. Ama frequentare gente allegra che apprezzi il suo senso dell’umorismo e le piacciono gli uomini arguti.
A quanto sembra lui convive con un suo doppione. Una sorta di fantasma che non lo molla un attimo. Tanto è vero che, una volta che va in albergo, prenota – e paga – due camere. Una per lui e una per l’altro.
Lei abita a Kiev, grande città dell’Ucraina. Mi arriva una sua lettera sul computer dell’ufficio. In un italiano molto stentato, dice che nonostante tutta la gente allegra che frequenta si sente sola e che è per questo che ha deciso di scrivermi. Mi chiede qualcosa di me – pochino a dire il vero: solo che preferenze ho in fatto di femmine e se faccio sport – e mi chiede anche una mia fotografia. Intanto me ne manda una sua. Dice anche che spera che, con questa lettera, possa nascere un’amicizia, che, poi, se a me venisse in mente di trasformarla in qualcosa d’altro – per esempio in una relazione più seria – a lei, me lo dice già adesso, a lei andrebbe benissimo.
Dicevo che per lui “nulla avviene per caso”. E, allora, pone a sé e pone agli altri quesiti di questo genere: “Non è sorprendente che la morte di Einstein sopraggiunga quasi quattordici giorni dopo il venticinquesimo anniversario dell’istituto in cui lavorava ?”. Oppure constata per sé e per tutti noi che “Se osserviamo più da vicino le circostanze della morte di Roosevelt non possiamo liberarci dall’impressione che vi sia sotto un mistero che non è stato chiarito. Egli è morto a circa una settimana dalla prima seduta delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto aprire a San Francisco”. Oppure trova straordinariamente interessante il fatto che nell’arco di mezzo anno – siamo nel 1953 – tutti i principali oppositori di Eisenhower siano morti (oppositore politico straniero, Stalin, e all’interno Robert Alphonso Taft) e che anche il presidente della Corte suprema è morto. Qualcosa di così strano, secondo lui, non è mai successo prima e la probabilità che accadesse era di 1 su 2000.
Lui ne trae la convinzione che al mondo “vi sono leggi che riguardano la struttura del mondo al di là delle cause naturali”, io ne trarrei cattivi auspici sul suo stato di salute e mille altre cose nessuna delle quali per lui particolarmente lusinghiera, ma – ora – non è questo il punto.
Il punto è che lui è il matematico Kurt Goedel, uno dei geni più riconosciuti del XX secolo al quale dovremmo mirabili scoperte decisive che, evidentemente, non verrebbero messe in dubbio alcuno da certi tratti della sua singolare biografia. Leggere qualsiasi enciclopedia per crederci e, soprattutto, I demoni di Goedel di Pierre Cassou-Noguès, pubblicato in versione italiana pochi mesi or sono.
Anche il libro di Cassou-Noguès è corredato di alcune fotografie: il genio seduto in unfaula universitaria, il genio con la moglie nel giorno del loro matrimonio, il genio – anni dopo – anziano, pencolante al fianco dellfanzianissima madre, seduta su un muretto, a Princeton. Sono fotografie che non riservano nessuna sorpresa. Goedel ha lfaria malata e lfespressione inquietante che i tratti più nitidi della sua biografia farebbero presagire. Sembra la conferma vivente di tutte le malevole teorie che vorrebbero problematico il rapporto tra sanità e genialità matematica.
La fotografia allegata alla lettera che ho ricevuto da Kiev, invece, qualche sorpresa – entro certi limiti – la riserva. Pur interpretando subito correttamente lfinfelice metafora che esprime – una più e meno timida, più e meno circospetta, forma di trattativa sessuale a testimonianza sia delle difficoltà di ordine economico e culturale in cui si dibattono certi paesi sia della percezione che in questi paesi si ha di noi italiani, dei nostri agi e dei vizi scaturiti da questi agi – questa fotografia si guarda bene dal rappresentare alcunché dellfapparato retorico cui la fanciulla ha fatto ricorso nel suo elaborato messaggio. In essa, infatti, non cfè traccia né di numismatica, né di ping-pong, né, tantomeno, di scacchiere, ma con una mossa che, per drasticità e affinità semantica, potremmo chiamare gla mossa del cavalloh, cfè lei, biondina, qualcosina in più dei ventfanni, bicchiere da whisky in mano, danzante in reggiseno e mutandine – lfinequivocabile posa di chi, più che alle monete antiche, è interessatissima a quelle moderne.
Bene bene Goedel non lo è mai stato. Nel 1935 sembra non poterne più della vita americana e vorrebbe rincontrare suo fratello che era rimasto a Vienna. Prende un piroscafo, scende a Le Havre e raggiunge Parigi, da dove telefona al fratello pregandolo di raggiungerlo. Qui però la documentazione di Cassou-Noguès si inaridisce. Non si sa cosa il fratello gli abbia risposto e di un suo arrivo a Parigi non cfè traccia. Goedel non ha mai spiegato cosa gli è accaduto. Lfunica cosa certa è la questione dellfalbergo. Ef lì che ha prenotato due camere – per tre notti – invece di una; ed è lì che, ancora una volta, è saltata fuori la storia del suo doppio, mentre – forse – se non si fosse trattato di un genio matematico, si avrebbero potuto formulare ipotesi meno fantasiose. Come quella – in fin dei conti sensatissima nonostante fossimo oltre settanta fa, ma si sa che Parigi è Parigi – che anche Goedel potesse aver ricevuto una lettera come quella che ho ricevuto io o, anche senza lettera, avesse accolto con maggior benevolenza di quanto abbia fatto io una comunicazione del genere.
F.A.
Nota
Per gli inquietanti risvolti della vita di Goedel e per una loro interpretazione (non sempre attendibile) in rapporto al suo pensiero, cfr. Pierre Cassou-Noguès, I demoni di Goedel, Bruno Mondadori, Milano 2008.
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