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30/03/2008

Un’improvvisa e irrevocabile incompatibilità
Palle di piombo, di ferro, di pietra
Fatti (non troppo) privati
L’arte utilitaria

Un’improvvisa e irrevocabile incompatibilità

Al mercato rionale, così variopinto e popoloso, si constata l’incertezza del momento e la diffusa percezione della precarietà del proprio benessere. Ai banchi classici, quelli caratterizzati da un’unica e ben precisa tipologia di merci, si affiancano banchi nuovi, dove ci si trova una sull’altra le merci più diverse accomunate da un prezzo – un solo prezzo, apparentemente molto basso, a portata di qualsiasi borsa in qualsiasi momento. Ivi, compaiono perfino cartelli che trasgrediscono le regole più ferree della compravendita: vuoi cambiare ? “No problem”, come si dice ogni volta che il problema c’è davvero ed è di difficile soluzione, no problem, hai tempo quindici giorni, torni, riporti la merce e ne prendi un’altra. Al mercato rionale, uno come me – allergico alle merci quanto alle graminacee - che si gode il primo sole di primavera prima che gli arrivi la mazzata dei pollini, si pone anche domande sulla relatività della relazione mercantile. Se ci fosse stata quella maglietta lì o quella scarpa là, nello stesso mercato in una mattinata primaverile di trenta o di quarant’anni fa, se ci fosse stata, sarebbe stata comprata ? Se sì perché sì, se no perché no. La tentazione è quella di dirsi che, da un certo momento in poi della nostra storia, qualsiasi cosa – soprattutto per quel che concerne il codice vestimentario -  poteva risultare vendibile esattamente come qualsiasi altra. La tentazione è quella di dire che, negli anni Sessanta, è stato sciolto il nodo antico che implicava una gerarchia familiare e l’assegnazione del potere di acquisto soltanto a chi in questa gerarchia occupava una posizione sovraordinata rispetto agli altri – lo stesso nodo che implicava moralità e indumenti, imponendo il colore delle mutande, l’area del reggiseno, la lunghezza della gonna e del golfino. La tentazione di rispondersi così c’è, ma è subito rintuzzata dalla consapevolezza che ogni esercizio di viaggio nel tempo ha una sua intrinseca relatività. Questo banco innanzi al quale mi sono soffermato, per esempio, è qui, è ora qui, perché di cose ne sono accadute, ma non tutte queste cose pertengono, per così dire, al medesimo universo del discorso. Ciò che per lungo tempo potevamo trattare come un universo isolato si è gradualmente rivelato in relazione aperta con molteplici altri universi. Ragionare del nostro sistema, cercando di capirne le evoluzioni interne, può essere un’ottima cosa e condurci a importanti consapevolezze sul modo con cui funziona il nostro organismo sociale, ma nulla vieta che, di punto in bianco, le derive di altri sistemi interferiscano – e sensibilmente. Questo banco di essenze orientali, tutte queste boccette coloratissime di profumi, queste pelli e queste stoffe lavorate secondo tradizioni che non ci appartengono, queste persone che ce le offrono con modi di fare che ai nostri occhi appaiono fra l’incerto, il cauto e una manifestazione della propria dignità di persona cui non siamo mai stati educati, trenta o quaranta anni or sono non potevano esserci – e non potevano esserci per gli affari loro ben prima che per gli affari nostri. No, mi dico, e respiro a fondo, e assaporo, no questo odore, no. Non avrebbe potuto esserci.

L’ex presidente della Società Francese dei Profumieri, Maurice Maurin, ha pubblicato un libro con il quale intende tessere le lodi della Saggezza del creatore di profumo. Al di là del comprensibile grido di dolore con cui accompagna la sua forte richiesta di considerare la profumiera un’arte alla stessa stregua di pittura, musica e scrittura, Maurin vi sostiene la tesi che “la costante oppressione giudaico-cristiana nei confronti dell’olfatto ha totalmente bloccato il costituirsi di un vocabolario specifico della profumeria”. Si tirerebbe avanti, insomma, con termini presi da altre arti – come quando si parla di una “nota” o di una “forma”, o di un “fresco” o di un “caldo” -, ma i termini propri nati fra i profumi per i profumi sarebbero troppo pochi.
Il suo ragionamento è essenzialmente il seguente: le religioni politeiste erano amiche dei profumi, resine e legni aromatici venivano bruciati per rendere più benevoli gli dei; il cristianesimo ne ridusse drasticamente, però, l’uso – limitò i riti all’incenso ed alle rose -, bandendoli come possibili fonte di seduzione e di peccato. C’è voluto il Rinascimento, con le sue tecniche di distillazione con vapore acqueo, e ci sono volute le molecole di sintesi – un risultato della chimica di metà Ottocento – e, già che ci sono lo aggiungo io, c’è voluto il venir leggermente meno del potere temporale dei papi, per risollevare le sorti sociali e ideologiche del profumo. Grossomodo riesco a seguirlo, ma del tutto d’accordo con lui non lo sono.

Il nostro occhio può discriminare una quantità esorbitante di colori – chi ci vende i computer, d’altronde, ce ne promette addirittura milioni – e tuttavia i nomi dei colori, anche per gli specialisti, non superano le poche migliaia. Il nostro tatto può discriminare una quantità notevole di percetti fisici e tuttavia i nomi che noi riserviamo alla loro qualità non sono poi tanti. Così per il rapporto fra l’udito e i nomi della qualità dei percetti uditivi e per quella dei percetti olfattivi. Per certe esperienze tattili, per esempio, abbiamo tre alternative, come “caldo”, “freddo” e “tiepido”, nonostante si sia ben consapevoli di quante gradazioni diverse possano caratterizzarle: il caldo può essere “scottante” o meno, il freddo può essere “pungente” o meno, mentre il tiepido – se rimane tiepido – sembrerebbe non offrire alternative. Il linguaggio asseconda principi di economia: forma le parole di cui c’è stretta necessità in rapporto alle esperienze più frequenti e si guarda bene dall’inzepparsi di parole raramente utili o designanti esperienze così discriminanti da essere poco condivisibili. Dobbiamo capirci e dobbiamo capirci senza pretendere la luna, ma alla meno peggio. Il caldo che sento io sarà sicuramente diverso dal caldo che sentiresti tu, ma, intanto, per le necessità di una prima comunicazione, dicendo “caldo” ci siamo capiti. Nel caso, poi, si andrà ad un’analisi ulteriore: caldo quanto ? Caldo caldo, bollente o brucia come il fuoco ? Pertanto, credo che, soprattutto per parole così importanti come quelle che costituiscono una sorta di vocabolario di base – parole che designino costrutti mentali dal minimo apporto categoriale -,  l’oppressione giudaico-cristiana chiamata in causa da Maurin non sia così rilevante come lui vorrebbe. C’è una selezione naturale che per la selezione culturale costituisce ancora un osso troppo duro da rodere.

Racconta Maurin che la tradizione musulmana favoriva l’uso dei profumi più da parte dei maschi che da parte delle femmine. Essendo dunque la Spagna il paese europeo che ha avuto più contatti diretti con il mondo islamico, va da sé che, per lunghi secoli – anche dopo essersi liberati dagli arabi -, furono proprio gli spagnoli i maschi più profumati d’Europa. Nonostante, mi tocca ancora notare, la profonda colonizzazione culturale che ne fece la Chiesa Cattolica.

Questo banco di fronte al quale mi sono soffermato – con le sue associazioni di colori esotici e con la miriade di boccettine colorate che offre diligentemente disposte in file come piccole divisioni di un esercito della fragranza -, questo banco, dicevo, promette profumi di giunchiglia e di tuberosa, di iris-violetta, di mughetto, di fiori d’arancio, di mandarino. Sembra che svitando una ad una quelle minuscole capsuline protettive, nell’aria di una Milano che ha un estremo bisogno d’aria,  possano sortirne essenze di sandalo, erba angelica, fieno greco, involucri di noce moscato, le resine delle fave di tonka o il balsamo del Perù, il tolu, l’opoponax, lo zenzero tonico o il muschio di quercia. E invece no. Perché questo odore, qui, davanti a questo banco non c’è. E’ aggredito e sopraffatto senza scampo da quella che, per certi versi, si potrebbe chiamare una “cultura diversa”. Dove, anche qui, magari è possibile discernere, ma dove è difficile assegnare altrettanti nomi diversi a quel che si discrimina. Potrei riconoscere i totani, i gamberoni, il merluzzo, le acciughe e le sardine, le cozze. Non so. Quello che so è quello che vedo. Di fronte, c’è il banco del pesce.

F. A.


Note

La saggezza del creatore di profumo di Maurice Maurin è pubblicato dalle Edizioni della Meridiana, Firenze 2007. Le tesi di cui riferisco sono espresse a pag. 11 e pag. 47.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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