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30/03/2008
Un’improvvisa e irrevocabile incompatibilità Palle di piombo, di ferro, di pietra Fatti (non troppo) privati L’arte utilitaria
L’arte utilitaria
Una contraddizione palese che affligge la figura dell’artista nella cultura mercantil-borghese è quella che, da una parte, lo vorrebbe libero come un frillo, tutto genio e sregolatezza, trasgressore di norme e di linguaggi, bocca di una verità vilipesa e repressa dai sistemi di potere costruiti sulle merci, mentre, dall’altro lato, ne constata lo zelo nell’eseguire, in nome e per conto di ogni sorta di committenza, protestando fuoco e fiamme, peraltro, nel caso questa committenza si guardi bene dall’arrivare. Tuttavia, in proposito, andrebbe fatta un’utile distinzione: quella fra “committenza esplicita” e “committenza implicita” - fra il semplice rapporto di chi ordina e paga e chi esegue ed incassa e fra il più complesso rapporto in cui chi paga resta nascosto nell’anonimato di una forte, fortissima, ineludibile pressione sociale e chi, meno consapevole del proprio ruolo, allora, esegue e, a volte – quando gli va bene -, incassa.
Nella prima metà del Novecento, Massimo Bontempelli fu scrittore famoso. Da carducciano alle prime armi – ai tempi in cui scriveva anche sotto un curioso pseudonimo - subì una specie di conversione al futurismo, fu fascista convinto, insignito del titolo di accademico d’Italia nel 1930, ma anche espulso dal Partito Nazionale Fascista nel 1939. All’inaugurazione dei Littoriali dello Sport, a Torino, nel 1933, Bontempelli confuta l’opinione dei molti che ritenevano non correre affatto “buon sangue” fra sport e letteratura, che fra il leggere un libro e l’assistere ad una partita di calcio vi fosse contraddizione e che la sana educazione alla lettura perdesse clienti per colpa dello sport. Sosteneva, invece, che al tempo suo si leggeva più di prima, che la guerra mondiale avesse trasformato gli italiani – che una generazione di sedentari fosse stata ormai sostituita da una generazione di attivi -, che il senso stesso della gara sportiva fosse già un fatto di alto valore spirituale, che, con il concetto di primato – tipico di una visione individualistica del mondo – si facesse avanti il concetto di squadra e che quest’ultimo, infine, fecondasse la disciplina del singolo. Con il che calcio e fascismo risultano non solo perfettamente compatibili ma fatti quasi l’uno per l’altro. È il tipico caso di una committenza implicita: Bontempelli libera il gioco del calcio dalla sua dimensione plebea e lo ratifica alla cultura alta – avvicinandogli gli intellettuali, rendendolo oggetto letterario, lo trasforma in strumento politicamente appetibile. Qualcosa circola nellfaria, ad un certo livello, e lfintellettuale situato allfaltezza sufficiente per coglierlo, provvede a portarla ad un altro livello. Così è stato per Umberto Eco, negli anni Sessanta, nei confronti dei fumetti e del feuilleton. Così è stato per Roland Barthes, più o meno negli stessi anni, nei confronti di quella moda che, in modo molto meno sistematico ma non perciò meno profondo, aveva già reso dignitosissimo oggetto di analisi Georg Simmel nei primi anni del Novecento.
Purtroppo per lui e per la sua memoria, Bontempelli va anche bene come esempio di un caso di committenza esplicita. Nel 1932, infatti, scrive 522 Racconto di una giornata. E’ un romanzo su commissione – a testimonianza del fatto che le tecniche pubblicitarie di ieri non sono affatto né meno raffinate né meno furbe di quelle di oggi. Pagato dalla Fiat, che aveva bisogno di trasmettere messaggi positivi intorno all’idea di acquistare automobili di media cilindrata – quell’utilitaria che già a livello semantico rivela la propria natura ideologica -, Bontempelli risfodera l’anima futurista e si prodiga in una visione euforica e demenzialmente positiva del progresso. La sua automobile – la protagonista della sua edificante narrazione – non si contrapporrebbe alla natura, ma, in quanto macchina, artefatto dell’uomo per il miglioramento della società umana, si umanizzerebbe, integrandovisi alla perfezione. Come se le violette e le libellule non aspettassero altro, da madre evoluzione, che i gas di scappamento. Sotto la balla del “realismo magico” – un realismo magico che verrà anche più tardi, negli anni Sessanta, invocato per concretizzare più o meno nascostamente alchimie neofasciste – e con il suo pacchettino di banali metafore antropomorfiche – l’automobile è soggetto femminile, emotiva e pur capace di autodeterminazione -, Bontempelli incassa il suo premio di scrittore al servizio di un regime e, come tale, si mostra meritevole di una lauta mancia da parte degli industriosi ladroni che, approfittando del regime stesso e dei suoi eroi di carta, fanno lievitare i propri profitti.
Prima della conversione al futurismo, Massimo Bontempelli usava uno pseudonimo, architettato affinché svolgesse le sue funzioni al minimo regime possibile. Minimo Maltempelli. Sotto falso nome sì, ma badando a che, con poco sforzo, il nome vero fosse recuperabilissimo ai più. E’ la scelta, a ben vedere, di certi artisti rivoluzionari – anche dei tanti vaschirossi cui la vita così com’è fa schifo ma delegando ai politici il compito di cambiarla – la cui rivoluzionarietà è giusto sbandierata di quel tanto che può favorir loro l’ingresso trionfante in quel mercato nel quale, una volta ben dentro, di esigenze rivoluzionarie sentiranno meno l’urgenza, accontentandosi, così, di ripetersi ai fini di incassi sicuri. Anche allorché il senso di quel che han fatto una volta – come nel caso dell’orbo ed untuoso elogio dell’automobile da parte di Bontempelli – si sia ben presto rivelato falso, contraddittorio di sé e dannoso ai più.
F. A.
Note
Per Massimo Bontempelli e la sua vicenda, con particolare riferimento ai suoi rapporti con lo spettacolo di massa in genere e con il calcio in particolare, cfr. rispettivamente J. T. Schnapp, 18BL – Mussolini e l’opera d’arte di massa, Garzanti, Milano 1996, pp. 57-59 e A. Brambilla e S. Giuntini, Scrittura e sport, Libreria Editrice Universitaria, Verona 2003, pp. 31-32. 522 – Racconto di una giornata è stato ripubblicato da Lucarini, Roma 1991.
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