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25/05/2008
L'eccezione e le regole
Un esempio da seguire?
La cancellazione dell’ultimo atto
La cancellazione dell’ultimo atto
La conquista del posto accanto al finestrino, nel viaggio in treno, ha sempre avuto il suo fascino. I primi viaggi in treno, con mio padre, li ricordo come appuntamenti eroici prima ancora che cominciassero. Si andava in stazione con molto anticipo e si attendeva su banchine brulicanti. Allorché il treno faceva la sua comparsa in cima ai binari, mio padre e altri coraggiosi gli correvano incontro, lo assaltavano ancora in movimento e vi si precipitavano dentro. A me ed a mia madre toccava poi il compito di trascinarci le valigie e riuscire a scorgere il mezzo busto di mio padre che, se l’impresa gli era riuscita, sporgeva trionfante e minacciosamente urlante dal finestrino abbassato. Spesso, io stesso, con le valigie, venivo spinto dentro il finestrino e, spesso, questa impresa comportava un posto seduto per l’intera durata del viaggio e un posto seduto accanto al finestrino.
Chi ce l’aveva fatta poteva godere del paesaggio, indicare a dito le cose cui sapeva dare un nome, far notare i mutamenti che caratterizzavano le province e le regioni che si avvicendavano e valutare con miglior cognizione di causa a che punto si era.
La possibilità, poi, di tirare un po’ più su o un po’ più giù il finestrino delegava al governo dell’aria – quando era aria e non erano zaffate di carbone – con tutte le discussioni, e i litigi, che i diversi quadri ideologici dei viaggiatori potevano ispirare.
Inutile dire che alle funzioni per così dire ingegneresche, il finestrino aggiungeva una funzione strettamente relazionale. A volte, al treno, giungono persone consapevoli di doversi separare: una sale, e parte; l’altra non sale – o scende poco prima dell’orario della partenza – e rimane. Il finestrino serve per condividere l’attesa della partenza, fra sguardo e parola, l’ultimo saluto, un addio prima di una separazione che sarà lunga, l’occasione per ricordarsi di una cosa importante o, più semplicemente, per dire qualcosa che non si aveva osato dire prima. E, nel momento in cui il treno inizia il suo movimento, ecco che dal finestrino può sporgersi una mano, per lambirne un’altra ancora una volta, senza sapere se e quando sarà la prossima. Così, qualcuno può rimanere fin pericolosamente sporto mentre il treno si allontana, mentre qualcun altro – che gli corrisponde – può sventolare un fazzoletto, come se il protrarsi di un riconoscimento fino al limite delle possibilità dell’occhio umano garantisse saldezza del presente e proiezione comune nel futuro.
Rapidissimi alla meta – quando rapidissimi si è davvero -, ma, comunque, blindati. L’aumento della velocità dei treni ha comportato la perdita di una funzione del finestrino.Ermeticamente chiusi, consentono la visione di un paesaggio sempre più fuggevole, quasi sfuocato, dove la grana delle cose – di un albero, di una casa, di un gruppo di animali al pascolo – comincia ad esser sostituita da macchie in allontanamento frenetico. Oggi, in epoca di eurostar, di aria condizionata e di posti prenotati, il posto accanto ad un finestrino a doppi vetri ha ancora i suoi appassionati – coloro che ancora godono di una conquista logistica quale simbolo di una sorta di prestigio sociale -, ma, per il viaggiatore abituale ha perso quasi per intero il suo fascino. La vicinanza con l’aria condizionata e con le manciate di virus e batteri che ne fuoriescono o – dati gli spazi estremamente ridotti – la seccatura di dover far alzare qualcuno ogni volta che ci si voglia sgranchire le gambe o provare l’avventura della toilette lo sconsiglia.
Nessuno, insomma, chiede di poter usufruire di un finestrino sigillato, nessuno corre avanti o indietro alla ricerca affannosa di un finestrino libero in grazia del quale potersi intrattenere negli spiccioli di tempo a disposizione con chi, fungendo da semplice accompagnatore, è destinato a rimanere. E’ come se, dal nostro palinsesto della vita quotidiana, alla voce, “dramma degli addii in stazione ferroviaria”, fosse stato tolto d’autorità l’ultimo atto.
Capita, tuttavia, che, nonostante l’irrimediabile sconfitta nella lotta con le cose, certe abitudini siano dure a morire. E capitano anche certe coincidenze.
L’altro giorno, in eurostar, in Centrale, in largo anticipo, sono immerso nella lettura e sono al posto che il dio computerizzato delle Ferrovie dello Stato mi ha riservato, accanto al finestrino. Pian piano il treno si riempie e si riempiono anche i tre posti accanto al mio. Di fronte a me, dall’altra parte dello stesso finestrino, c’è una signora, al suo fianco arriva poi una ragazza e, al mio fianco, già da un po’, c’è un tizio che dovrebbe aver superato la trentina e forse è già in viaggio per i quaranta. Alla partenza sarà questione di un paio di minuti. Forse meno. Mi accorgo di una certa inquietudine, di qualche movimento la cui ragione mi sfugge, di qualche gesto nell’aria e, rinunciando per un attimo alla mia lettura, mi rendo conto di una situazione imbarazzantissima. Quello che mi sta a fianco e la ragazza dall’altra parte hanno due corrispondenti, con le età rispettivamente giuste, al di là dell’unico finestrino, che non demordono e che, presumibilmente, hanno tutte le loro buone ragioni per non demordere. Sono un maschio ed una femmina, che, evidentemente, fanno coppia con la femmina e con il maschio in treno. Ognuno sta tentando di comunicare direttamente, da solo a solo, con il proprio partner, ma, nel farlo – a gesti, con parole mimate da una bocca muta che scandisce lettera dopo lettera – interferisce nel tentativo dell’altro. Gli sguardi rimbalzano da un soggetto all’altro, le operazioni di decodifica diventano sempre più difficili, si richiedono ripetizioni, i dubbi si sprecano, la frustrazione prende il sopravvento e una certa vergogna di quel che si dice e di quel che si vorrebbe dire – in pubblico come sono - finisce con il dominare i protagonisti. Fino a zittirli.
Appena fuori di stazione, i due cellulari suonano quasi contemporaneamente, il tizio più maturo e la ragazza girano la testa di quel tanto che è considerato sufficiente ad erigere un muro di privatezza fra ciascuno di loro e il mondo che li circonda, e il testo – parola più parola meno, pause più o meno lunghe, sospiri e altri segnali del fatto che il non detto è di gran lunga più ampio del detto – è analogo: “Sì, anch’io, molto, ci sentiamo dopo, grazie”. Nella reiterazione di un dramma sempre procrastinato.
F. A.
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