logo RP
scrivi | newsletter | cerca
trasmissioni

 
 
 
trasmissione di informazione
la caccia

24/02/2008

Euforie da committenza
Boicottare che
Affari correnti

Euforie da committenza

Nel 1967, la Rai già produsse uno sceneggiato – come si diceva allora – dedicandolo a Michelangelo Merisi dal luogo di origine detto il Caravaggio. Sotto la regia di Silverio Blasi, nei panni del problematico pittore c’era Gian Maria Volonté. Non ce ne rendiamo conto, ma le tecniche di ripresa cambiano in fretta, cambiano gli stili di recitazione, cambia, soprattutto, il quadro ideologico all’interno del quale vengono situate le narrazioni. La storia è sempre storia di oggi, diceva Benedetto Croce, e, volendolo o meno, raccontiamo le cose in modo diverso a seconda dei nostri attuali interessi. Nessun narratore può vantare neutralità nei confronti di ciò che narra.
E’ così che il “Caravaggio” di ieri viene ritenuto oggi impresentabile ed è così che viene sostituito con un Caravaggio al passo non tanto con i suoi tempi quanto piuttosto con i nostri – ed è così che il tormento di ripudiare alcuni dei canoni artistici dell’epoca, sotto la regia di Angelo Longoni, passa da Volonté ad Alessio Boni. Che – da un fumetto all’altro - ce la mette tutta nell’esprimere stati febbrili, menomazioni fisiche e morali, genialità e ribalderia. C’è un momento, nella prima puntata, in cui, togliendolo alla fame, all’accidia ed alla suburra, il cardinale Del Monte lo invita a trasferirsi a Palazzo Firenze dove il Caravaggio avrebbe potuto trovare agi e benessere sufficienti a garantirgli l’espressione dell’arte sua. Come drogato dalla committenza, lo vediamo arrivare ai piedi del grande scalone, lo vediamo salire i larghi scalini con passo deciso e pimpante, lo vediamo addentrarsi in spaziosi saloni dai soffitti ridondanti di opere pregiate. E’ in questi momenti che, d’improvviso – a patto di abbandonare per un attimo il visivo della narrazione -, lo spettatore può accorgersi che è cambiata la musica. In tutti i sensi: ci dan dentro i corni, gli ottoni, tutto il sonoro si fa in crescendo come fosse l’esatto correlato di adrenalina e testosterone, nel biologico caravaggiesco, in fortunosa dovizia.

Racconta da semiologo musicale Andrea Garbuglia che i primi quattro concerti de Il cimento dell’armonia e dell’invenzione di Antonio Vivaldi (op. 8, meglio noti come Le Quattro stagioni), in origine – così come, peraltro, ben esplicito nella partitura – avrebbero dovuto essere collegati a rispettivi quattro sonetti. Quattro sonetti che, nella maggior parte dei casi, dai posteri fruitori sono stati bellamente dimenticati. Garbuglia cita il fatto all’interno di un suo saggio dove tenta una classificazione dei media e dove conferma tutta la dimensione multimediale del nostro rapporto con la musica. In un saggio che tre anni or sono dedicò al film di François Girard sul pianista canadese Glenn Gould, Garbuglia nota come, spesso, “alla staticità del piano visivo corrisponde la ‘staticità’ di quello acustico, e alla dinamicità del piano visivo corrisponde la ‘dinamicità’ di quello acustico”. Fa l’esempio dell’inizio del film, dove la sagoma del protagonista si perde letteralmente nel bianco di un paesaggio innevato, e anche quando la si comincia ad individuare, non si può capire se sta ferma o se cammina. La colonna musicale in questo momento sembra tacere, ma in realtà è semplicemente sopraffatta dal rumore del vento – se si alzasse il volume la si potrebbe anche distinguere. Solo gradualmente ci si rende conto che l’uomo sta camminando verso lo spettatore e si comincia a percepire, parzialmente coperta dal rumore del vento, l’Aria delle Variazioni Goldberg eseguita al pianoforte da Gould. Il rapporto fra musica e vento si inverte quindi tutto a favore della prima – instaurando una sorta di logica implicita secondo la quale il “piano” è “lontano” e il “forte” è “vicino” – fino a quando l’uomo ferma il proprio cammino. A questo punto, la musica cessa e il vento torna a farsi sentire. Approfondendo l’analisi, Garbuglia giunge ad individuare alcuni parallelismi, o, meglio, direi proporzionalità, che, per la sapienza di qualcuno, si sono venuti a creare fra i movimenti del personaggio nella sequenza visiva e la struttura stessa – quattro periodi formati da quattro battute l’uno – della composizione musicale.

Il cinema, come è noto, ha avuto subito bisogno della musica. Guardare un film muto, senza l’accompagnamento almeno di un pianoforte in sala, doveva essere insopportabile. Alla colonna sonora (ovvero alla banda di pellicola dove il suono è registrato) sono stati man mano assegnati i compiti più diversi: rappresentare il tempo che passa o gli stati emotivi dei protagonisti, o, ancora, una sorta di compartecipazione con lo spettatore di una condizione non nota e non condivisa dai protagonisti, un commento dall’esterno, una interpretazione suggerita. Nei vecchi film di Ettore M. Fizzarotti, tipo In ginocchio da te (1964), o in quelli con Luciano Tajoli, tipo il politicamente tempestivo Trieste mia – O Trieste del mio cuore (1952), la canzone in quanto struttura narrativa modellava di sé la stessa struttura narrativa del film.
    Che non tutto fili liscio nella costruzione di questa multimedialità e nella sua comunicazione allo spettatore, lo testimonia, a mio avviso, il recente Caos calmo di Grimaldi, dove l’inserimento di una canzone americana - banalmente rapportato ad un visivo che designa il trascorrere delle ore tramite lo spopolamento e il ripopolamento dello spazio – stride palesemente con quanto fino ad allora seminato – in termini di introspezione del personaggio ed in termini di complessità del suo vissuto – e viene forse a soddisfare esigenze di sentimentalità più superficiale.
    Il caso di Caravaggio che sale le scale e s’addentra nei saloni di Palazzo Firenze, a mio avviso, risulta un buon esempio di come l’analisi, comunque, possa estendersi proficuamente. Non è solo questione di stato d’animo del protagonista – che passa dalla disperazione all’entusiasmo -, ma è anche questione del luogo fisico in cui questo stato d’animo si estrinseca - questione di spazi, di volumetrie, di respiro in strutture architettoniche ariose. La scelta musicale – di spartito e di strumenti – dipende anche da una consapevole o inconsapevole estensione a queste tipologie di rapporti.

Sul “Corriere della Sera”, l’estetologo Pierluigi Panza si lamenta. Per L’Unità, dice – citandola ancora come se davvero fosse L’Unità – il Caravaggio della Rai è ottimo perché parla male del Papa e degli uomini di potere che gli si inchinavano. Per l’Avvenire – quello che il sole non l’ha mai avuto davanti -, questo stesso Caravaggio fa schifo, perché i preti vi sono rappresentati come debosciati e i Papi come delinquenti. “Ma è possibile”, si chiede Panza, “che i giornali sappiano affrontare la storia dell’arte solo riducendola a contingenti schemi politici ?”.
Spero che sia sincero, ma ho l’impressione che il problema non sia questo.
Così come in certi casi la musica eseguita in contemporanea alle immagini prova a generalizzare stati d’animo – prova a ratificarli ed a farli condividere allo spettatore -, così Panza, o i giornali di cui parla, generalizzano i personaggi, come se ogni individuo rappresentato fosse una tesi che concerne la sua classe di appartenenza. Un cardinale corrotto, da questo punto di vista, equivale all’affermazione che tutti i cardinali sono corrotti; così come corni e trombe in ambienti ariosi stanno a rappresentare l’importanza del momento e la baldanza di chi lo vive. Che Papi e preti dell’epoca di Caravaggio fossero più o meno così come sono stati rappresentati diventa, allora, un aspetto del tutto secondario. Non a caso, dunque, Panza si lamenta in nome e per conto di una “storia dell’arte” e non della “storia” in quanto tale: da buon giornalista in servizio al regime, drogato di committenza, auspica furbescamente una storia tutta specialistica, ovvero sufficientemente amputata da non poter più dare alcun fastidio ai potenti di oggi che si sentano ancora, legittimamente o meno, eredi dei potenti di ieri.

F. A.


Note

Per gli scritti di Andrea Garbuglia, cfr., Nelson Goodman e le tipologie. Verso una classificazione dei media statici e dinamici, in E. Franzini e M. La Matina, Nelson Goodman, la filosofia e i linguaggi, Quodlibet, Macerata 2007) e, soprattutto, cfr. Appunti musicali sui Thirty Two Short Films about Glenn Gould di François Girard (1993) – (II) La musica e le immagini in movimento, in “Hortus Musicus”, VI, 23, 2005. Il Caravaggio è andato in onda sui RaiUno il 17 e il 18 febbraio scorso. L’articolo di Pierluigi Panza, intitolato Caravaggio e i giornali è apparso in “Corriere della Sera”, 21.2.2008. Debbo l’idea di considerare la committenza come droga a Ambrogio Borsani, in Le fabbriche delle scintille, Lupetti, Milano 2000, pag. 54. “Un contratto è un’iniezione di fiducia nelle vene dell’artista”, dice dandoci dentro con la metafora.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

versione stampabile

01/06/2008

25/05/2008

18/05/2008

11/05/2008

27/04/2008

20/04/2008

13/04/2008

06/04/2008

30/03/2008

16/03/2008

02/03/2008

24/02/2008

17/02/2008

10/02/2008

03/02/2008

27/01/2008

21/10/2008

13/01/2008

06/01/2008