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Retorica della strada

 

 In Goldfinger di Ian Fleming, un romanzo del 1959 tradotto per la prima volta in Italia cinque anni dopo come Agente 007 missione Goldfinger, il protagonista eponimo, a un certo punto, illustra a un gruppo di gangster all'uopo convocati il suo progetto per svaligiare Fort Knox, dov'è custodita la riserva aurea degli Stati Uniti.  Lo schema, in sé, è semplice e brillante: per neutralizzare le difese del deposito basterà far brillare un ordigno nucleare, previa la narcotizzazione di tutti i residenti nella cittadina.  La prospettiva suscita nei convenuti una certa apprensione, ma in realtà non c'è motivo di allarme: la bomba è di tipo recente, un ordigno “pulito”, e per quanto riguarda le schegge, i pezzi di cemento armato e metallo che voleranno per aria, eccetera, basterà ripararsi dietro la palizzata di acciaio del deposito stesso.  Non si potrà evitare, certo, qualche perdita umana tra i cittadini addormentati nei paraggi, ma, come spiega Goldfinger, anche questa eventualità non va sopravvalutata: “Penso” dice “che le perdite fra la popolazione non supereranno quelle che si potrebbero verificare in tre giorni sulle strade di Fort Knox.   La nostra operazione contribuirà a mantenere stazionaria la percentuale degli incidenti stradali.”  Al che Mr Midnight, boss di un'importante gang di Miami, osserva che, a questo punto, tutti loro si meriterebbero una medaglia e il dibattito si sposta su problemi più seri, come quelli relativi al trasporto dell'oro trafugato.

            Quarantanove anni più tardi (martedì scorso, per la precisione), “Repubblica”, dopo la decisione del giudice per l'udienza preliminare di Torino di rinviare a giudizio per omicidio, volontario o colposo, i dirigenti della Thyssen Krupp considerati responsabili dell' “incidente” in cui sono morti sette operai, intervista in merito il dott. Sarny Gattegno, presidente del Comitato tecnico di Confindustria sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.  Costui, naturalmente, esprime fiducia nella magistratura, che deve ancora esprimersi in fase giudicante, ma non nasconde che questa prima decisione lo lascia “stupito e perplesso”.  L'accusa di omicidio volontario, in particolare, gli sembra “di una gravità eccessiva”.  Non sta a lui affermarlo, ma si sta parlando “di un grande gruppo che è sempre stato sensibile al tema della sicurezza”, e lui sa “che il personale è la risorsa più pregiata che un'azienda possa avere” e crede “che non esista imprenditore che volutamente trascuri il problema della sicurezza”.  E alla domanda se non ritenga che in Italia avvengano tuttavia troppi incidenti sul lavoro, risponde correttamente che gli incidenti sul lavoro sono sempre troppi, nel senso che non ce ne dovrebbe essere nessuno, ma l'Italia, comunque, “è nella media europea”.  I dati INAIL parlano di 700 morti l'anno.  “Tantissimi, d'accordo, per evitare i quali è necessario fare tutto quanto possibile, anche di più.  Ma ricordando che i morti sulle strade sono 7mila”.

            Lungi da noi voler fare indebiti accostamenti.  I due personaggi non hanno niente in comune e le loro argomentazioni, pur se tutte e due hanno a che fare con gli incidenti stradali, neanche.  Non vi sarà sfuggito, tuttavia, come entrambe applichino la stessa mossa retorica: quella di instaurare un parallelo che tende a sminuire l'importanza di quello di cui si sta parlando.  In questo caso (in entrambi i casi) si sta parlando di morti, per cui l'effetto è particolarmente sgradevole, ma si tratta di una pratica largamente impiegata nei dibattiti pubblici e privati.

            Ma visto che, come già spiegava Aristotele, le argomentazioni retoriche devono assomigliare a quelle logico deduttive, ma in realtà sono di tutt'altro tipo, sarà bene non dimenticare che tra il numero annuo delle vittime degli incidenti stradali in  Italia e quello dei morti sul lavoro nello stesso periodo non vi è proprio nulla in comune.  Le due serie di dati non sono confrontabili sul piano statistico, né i fenomeni cui si riferiscono possono essere assimilati l'un l'altro.   Se gli “incidenti” stradali possono essere addebitati, in buona parte, a certi comportamenti sbagliati degli stessi protagonisti (comportamenti che, infatti, la legge si sforza di scoraggiare e reprimere, anche quando non portino a esisti fatali), in quelli sul lavoro le responsabilità vanno cercate soprattutto in volontà e deficienze altrui, soprattutto nella riluttanza imprenditoriale a investire nelle attrezzature di sicurezza.  Si può sostenere (anzi, lo si sostiene fin troppo) che anche i morti sul lavoro sono spesso vittime di loro personali imprudenze o sbadataggini, ma questo è appunto quanto in tribunale va dimostrato e non è corretto darlo per scontato attraverso un parallelismo suggestivo.

            Perché anche Goldfinger, certo, si proponeva in primo luogo il proprio personale profitto e quello dei suoi associati, ma questo non basta, si sa, a farne un modello di imprenditore.  A patto che gli imprenditori, naturalmente, quel tipo di argomentazione lo lascino tutto a lui.

 

C.O.

           

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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