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Caccia all'ideologico quotidiano
Cosa ha prodotto tutto ciò
L’angelo indiscretamente compiaciuto
Retorica della strada
L’angelo indiscretamente compiaciuto
E’ il racconto di un tale – l’ho trovato in rete – che, nel 1986, esce dal portone di una banca con un collega ricevendo dall’alto dei cieli, dritta sulla propria pelata, una buona porzione di escrementi di piccione. Se ne lamenta e il collega, ottimisticamente e sornione, gli dice: “Ha scelto te, la fortuna”. Questo racconto fa la sua parte in una riflessione sul caso, sul destino o sulla terza cosa che, in certi frangenti, possiamo chiamare a sanare quelle differenze dal paradigma della nostra vita che, per un motivo o per l’altro, riteniamo piuttosto strane o improbabili.
Prima che il disincanto della vita mi suggerisse che “nessuna nuova è buona nuova”, c’è stato un tempo che, per me, ricevere posta era una festa. Sapevo gli orari del postino e lo attendevo, sbirciavo nella casella tutto speranzoso. Rigiravo la busta da una parte e dall’altra in cerca di indizi sul possibile mittente, l’aprivo con cautela rituale, ne assaporavo la lettura. Avrò avuto undici anni e credo, pertanto, che tutta quell’emozione – nulla che una telefonata o un’e-mail potesse più restituire - significasse per me una sorta di avvisaglia dell’adolescenza, una richiesta inconsapevole di prime autonomie, primi passi al di là della potestà genitoriale. La lettera era chiusa, dedicata e, pertanto, almeno teoricamente, apribile soltanto da me, comunicazione riservata, intimità tutta nuova. Tutto l’opposto di esser tenuti sotto osservazione, tenuti sotto controllo, giudicati, redarguiti, anche coccolati e vezzeggiati volendo, ma pur sempre guidati, corretti e castigati – tutto il contrario di tutte quelle soluzioni che un essere umano superiore può riservare nei confronti di un essere umano inferiore; tutte le soluzioni che un genitore può adottare nei confronti di un figlio.
Tra le tre alternative: caso, destino o che, il narratore sceglie il che. Che è l’angelo e non un angelo qualsiasi bighellone e perdigiorno ma l’indaffaratissimo angelo custode. Un angelo che, comunque, resta composto – come dice il mio Dizionario di teologia – di sostanza spirituale, intelligente creatura prima tra le creature per dignità. Che Tertulliano, Origene e san Clemente di Alessandria lo considerassero dotato di una sottilissima corporeità e che i santi Basilio, Atanasio, Cirillo Gregorio nisseno e Giovanni Crisostomo, invece, lo considerassero puro spirito conta poco: una doviziosa iconografia ce lo ha sempre mostrato mentre veglia sui bambinelli che cercano di superare una passatoia malconcia pencolante sopra rocce fra cui scorrono tumultuosi torrenti o che si aggirano incerti e scriteriati sull’orlo di orridi abissi.
Cfè posta per te, la trasmissione del sabato sera condotta da Maria De Filippi, funziona più o meno così. Da una parte c’è la madre che cerca l’abbraccio del figlio abbandonato in tenera età e dall’altra detto figlio che non glielo perdona; da una parte ci sono i figli che vogliono la pace con il padre scappato trent’anni prima perché non ne poteva più e dall’altra il poveretto ripescato e riottoso; da una parte l’oggi vedovo che vuole ritrovare l’amore di cinquant’anni prima e dall’altra una che di essere stata il suo amore nemmeno se n’era accorta; da una parte la giovane coppia in crisi perché lui impedisce a lei di vedere i suoi genitori che parlano male di lui e dall’altra costoro che, per parlare male di lui, evidentemente hanno i loro buoni motivi; e così via distribuendo tra i due lati del palcoscenico. In mezzo c’è la busta – un’enorme busta che si apre o si chiude a seconda dei cedimenti del cuore: quando si chiude ciascuno se ne va per la propria strada – e la sua vita è televisivamente finita, non so se mi spiego – e quando si apre ci si corre incontro piangenti, ci si abbraccia a mucchio, si recita il canovaccio dell’agnizione così come le trasmissioni strappalacrime di questi anni di vendita al dettaglio del privato ci hanno insegnato.
A condurre c’è la De Filippi, che – gran colonizzatrice di memorie altrui – racconta lei la vita di chi le si affida. La racconta lei perché la sa meglio e ne sa di più, perché la sa giusta, ponendo, cioè, i rapporti di causa e di effetto in modo tale che, dall’incontro possa riscaturire il dramma sopito e, possibilmente, ne scaturisca di nuovo. E la racconta, soprattutto, perché, almeno fino ad un certo punto, regga l’equilibrio della bilancia affettiva – affinché il querulante possa legittimamente sperare nel successo della propria iniziativa, affinché il querulato giunga almeno per un attimo a chiedersi “e ora che faccio ?”, “apro, non apro”, “vado all’abbraccio ? Me la do a gambe fino a che sono in tempo ?” e affinché i querulomani abbiano tempo e modo di prender spassionatamente partito.
Se ne aizza, pertanto, un tifo più che da stadio di calcio, da stadio modello antica Roma, dove i pollici possono alzarsi o abbassarsi a seconda della propria o dell’altrui forza che, in questo caso, è mera forza retorica – esser stati convincenti delle proprie ragioni contro quelle altrui. E’ lì, in questo contesto infernale di oscene maschere infernali ideologicamente pagate e appagate di dolore e di strazi - perché il parlarne è pur sempre la molla efficacissima del riviverlo -, è lì che famiglie distrutte possono ricompattarsi o, invece, dilaniarsi in pezzettini ancora più minuscoli e invasivi di incerte e provate – provatissime - coscienze.
A volte va bene, a volte va male. A C’è posta per te può capitare chi non vedeva l’ora di mettere una pezza ad uno sbrego della propria vita e chi, invece, ci aveva messo una pietra sopra e non ha alcuna intenzione di affrontare la fatica di una rimozione. Nei marosi del contraddittorio, la De Filippi controlla, giudica, coccola e vezzeggia – all’occorrenza redarguisce, guida, corregge e castiga – adotta cioè tutte quelle soluzioni che un essere umano superiore può riservare nei confronti di un essere umano inferiore; tutte le soluzioni che un genitore può adottare nei confronti di un figlio. Ma è quando va bene che assume, anche sul piano della sua presenza scenica, tutto il suo ruolo di demiurga del sospeso nell’esistenza altrui. E’ come se si defilasse e si ritagliasse un angolino dal quale osservare i risultati della propria opera sagace. In disparte, di casa in un paradiso che può attenderla senza sollecitarla a fretta alcuna, la De Filippi pare concedersi una pausa di pura benevolenza nei confronti dei mortali poveracci di cui – per liberalità angelica – ha dipanato i destini.
“Ha scelto te, la fortunah, dice, allora, il collega al narratore che ha ricevuto lfescremento di piccione sul cranio pelato e il narratore se ne ricorda. Non tanto e non solo dellfescremento, ma si ricorda dellfepisodio per tornarci sopra, successivamente, reinterpretandolo. Non si trattava di fortuna – a suo parere -, perché, gun mese dopoh, il suo collega con tutta la famiglia si schianta con lfautomobile. Non ne sopravvive nessuno e, per chi lfha scampata e può raccontarlo, la gfortunah si è smascherata come gangeloh – un angelo custode salvifico che, tuttavia, se dobbiamo proprio immaginarlo impegnatissimo in una diuturna lotta a coltello con i colleghi per deviare gli escrementi dei piccioni dalla zucca dei propri protetti, qualcosina in dignità – ammettiamolo - ci perde.
Nota
Casualità, destino oppure un Angelo? di Roberto De Giorgi è rinvenibile in rete (agoramagazine.it). Il mio Dizionario di teologia è quello di Nicola Silvestro Bergier, edito da Carlo Turati, a Milano, nel 1853.
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