|
Caccia all'ideologico quotidiano
Utili anniversari
Il prezzo della rendita parassitaria
Competenze
Il prezzo della rendita parassitaria
Undici anni fa, mi sono soffermato su un passo di Proust in cui usava l’espressione “far niente” direttamente in italiano. Facevo notare, allora, che certi usi di un’altra lingua designavano implicitamente delle assunzioni di ordine ideologico nei confronti delle abitudini e delle caratteristiche attribuiti a chi quella lingua parla. Se un francese, insomma, dice “far niente” in italiano è perché attribuisce al popolo italico nella sua generalità una speciale vocazione al “far niente”. Come dire che questa nostra è la patria del “far niente”, con tutti i giudizi negativi che i soggetti cui è riferita l’espressione sottintende. Proust lo scriveva molti anni or sono – fra il 1908 e il 1912, in quello splendido capitolo della sua Recherche che intitolava All’ombra delle fanciulle in fiore. Scopro in questi giorni che, in proposito, poco o nulla è cambiato. Sono trascorsi gli anni, di fatti ne sono capitati e nonostante il fascismo, la democrazia cristiana, il centro-sinistra e il ripristino delle matrici fasciste nella veste teledemocratica di questi giorni, l’idea del nostro Paese e delle ambizioni prevalenti dei suoi cittadini non è cambiata granché.
In un articolo di una rivista francese di un paio di anni fa si parla esplicitamente del “prix du farniente” – il “prezzo del farniente”, scritto tutto attaccato. L’articolo è citato con perfetta cognizione di causa da Cesare Valentini in un suo recente studio intitolato Vivere di rendita, dove si dichiara esplicitamente che “il periodo dell’abbondanza è finito” e dove l’abbondanza di cui si parla sarebbe la nostra. L’argomentazione di Valentini è impietosa: c’è stato un tempo neppure tanto lontano – più o meno dice così – in cui il costo di una casa, mediamente, corrispondeva a tre volte il reddito annuo. Calcolando una crescita minima di questo reddito, chi riusciva a risparmiarne il 20% in una decina d’anni era nelle condizioni di acquistarsi la casa. Beh, questo tempo è finito.
Oggi una casa costa oltre sei volte il reddito annuo, soltanto i fortunati riescono a risparmiarne il 10% e la cosiddetta gcrescita realeh si aggira intorno allf1% se va bene. Per comprarsi una casa occorrono almeno 60 anni di lavoro. Il risultato è quello di cui ormai siamo tutti consapevoli: nessuno generazione può costruirsi la propria vita partendo da zero, i figli stanno spendendo quanto accumulato dai genitori così come lfintero Occidente consuma più di quanto produce. In altre parole avremmo già cominciato a vivere di rendita.
Valentini sembrerebbe invitarci tutti a trasformare il condizionamento in una scelta. Ci porta esempi di gente che ha deciso di gsmettere di comprareh e che si associa in movimenti gper la decrescita feliceh. Giustamente, vede anche in questi frangenti una sorta di riequilibrio che potremmo definire gstorico-moraleh: sarebbe ora di farla finita con la tragica supremazia del consumatore occidentale – uno che, negli ultimi due secoli, ha guadagnato e consumato oltre venti volte di quanto abbia guadagnato e consumato il suo collega orientale. Frugalità e sobrietà, quindi, caratterizzeranno il progetto di chi vorrà vivere nella profonda consapevolezza politica delle proprie responsabilità, ma, essendo innegabile che, comunque, ogni forma di rendita deriva da un capitale, non so bene chi troverà il coraggio di andarlo a dire a chi di questo capitale iniziale da far rendere non dispone affatto.
Anche in un recentissimo e bel romanzo di Gaetano Neri, Lfuomo che ha sempre altro da fare – sotterfugio retorico fondamentale per chi, per lfappunto, non ha alcuna intenzione di gfa nienteh -, il protagonista vive, e soltanto entro certi limite sopravvive, vendendosi un francobollo al mese di unfantica e preziosa collezione. Prima di esserci scrollati di dosso lo stigma storico, allora, quel gfar nienteh che sembrerebbe tutto nostro – alla faccia del glavurà de matth – ha cambiato di segno: da valore negativo a positivo – e non soltanto sul piano banalmente edonistico ma, paradossalmente, anche sul piano squisitamente economico.
Tuttavia. Tuttavia ieri andavamo per vetrine – coerentemente andavamo per vetrine, ovvero per luoghi dove,a differenza dei negozi, la frugalità e la sobrietà di chi guarda è più rispettata. Per dare un’idea di che vetrine guardavamo – siamo comunque nel genere “abbigliamento” -, confesserò che da un po’ di tempo in qua le suddivido in due categorie ben precise: quelle che mostrano in vendita qualcosa che semantizzano come “stivali” e quelle che mostrano lo stesso tipo di qualcosa semantizzandolo, però, “stivale” al singolare. Ho scoperto che oltre la soglia delle prime potrei anche andare, mentre mi è assolutamente vietato – per un imperativo morale che ben si coniuga allo stato delle mie finanze e del mio umore – superare la soglia delle seconde. Al momento dove si parla di “stivale” al singolare il prezzo è ancora proibitivo, poi – fra qualche giorno o qualche mese, si sa come vanno queste cose -, presumibilmente, anche il semantologo del mercato rionale si aggiornerà in materia e dovrò escogitare altri criteri per decidere dove entrare e dove no.
Bene, ieri, a un dato momento, ci siamo trovati di fronte ad una vetrina del secondo tipo. Il “soprabitino Bon Ton” per bimba di tre anni – chiaramente destinato al cassonetto una volta compiuti i tre anni e sei mesi – non lasciava scampo a dubbi di sorta: trecentodieci euro. Quella giacca che non mi dispiaceva affatto viaggiava peraltro in perfetta coerenza: seicentosessanta euro. Nella vetrina accanto ce n’era un’altra – meno esemplari di merci sono esibiti e più costano: ecco un altro criterio -, quest’altra in compenso mi faceva orrore, ma non arretrava di una virgola, anzi era settecento euro. Giriamo l’angolo e ce n’è un'altra: questa sembrava giusto quella che ho smesso una quindicina di anni or sono, una spigata ingiallita – chissà com’è finita lì, credevo di averla ancora in fondo all’armadio -, ma erano altrettanti inesorabili settecento euro. E’ a questo punto che mi sono accorto di un particolare e che, sospinto da un’improvvisa sete di verifica, sono tornato indietro.
Tutte e tre le giacche erano indosso al loro apposito calco e tutte e tre – una razionalità profondamente radicata in una determinata e determinante classe sociale, conferendo loro forma pubblica di merci, ne dettava le istruzioni per l’uso - avevano il bavero alzato. Una faceva fin intravedere l’asola per il suo bottone – come a dichiarare tutta la legittimità della funzione -, le altre ne erano prive. Ma il bavero era alzato a tutte e tre.
Così dopo il cappotto di Tyrone Power, dopo il giubbotto di James Dean, dopo l’impermeabile di Humprey Bogart – tiro tre prototipi di rovelli esistenziali a casaccio -, eccoci alla giacca trasgredita, il cui bavero alzato anticipa, designandolo implicitamente, innanzitutto il freddo cui il poveraccio che l’indossa potrebbe trovarsi ad affrontare. Ma dal freddo del termometro a quello del cuore, come si sa, il passo può essere brevissimo. Perché il bavero alzato, in vetrina, consente a chi ha i quattrini per comprarsi una giacca da sei-settecento euro di partecipare a livello di rappresentazione morale delle stesse difficoltà di coloro che non possono permettersi l’acquisto. Quelli che, non riuscendo proprio - pur con tutta la loro buona volontà - ad associare una vita di rendita alla felicità di una decrescita percepiscono l’invito alla frugalità e alla sobrietà come un’ulteriore legnata sui denti.
Chi si compra una giacca da sei-settecento euro e la porta con il bavero alzato scende da un’automobile ben riscaldata, supera agevolmente la soglia di qualsiasi vetrina, conclude le transazioni che contano in materia di affari, di sesso e di ideologia, mentre gli altri vanno a piedi e battono i denti per la strada, e, capitando nei quartieri giusti, possono però guardare le vetrine e, con qualche fatica e non poco intuito, fin riconoscere qualcosa di sé. Nessuno di costoro corre il rischio di essere scambiato l’uno per l’altro, perché chi si alza un bavero da sei-settecento euro, all’occorrenza, per distinguersi può sempre metter mano al portafoglio. E qui le analogie finiscono.
F.A.
Nota
Il brano della “Caccia all’ideologico quotidiano” in cui citavo il passo di Proust è del 4 maggio 1997. Vivere di rendita di Cesare Valentini è pubblicato da Intramoenia, Napoli 2008. La citazione è a pag. 24. L’uomo che ha sempre altro da fare di Gaetano Neri è pubblicato da Manni, Lecce 2008.
|