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21/01/2008

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Amore e colesterolo
Il conforto di un nome

Il conforto di un nome


Al telefono c’è una voce femminile, che non conosco. Si presenta con il cognome, mi dice il perché e il percome, mi chiede una cosa, ne discutiamo brevemente, le dico che ci penso su e che poi le telefono, anzi no, le scrivo. Se mi dà l’e-mail le scrivo. Ne conviene, meglio così. Pronto, ho carta e penna, mi dica. E lei detta: nome  e cognome tutto attaccato, chiocciolina e il server tal dei tali. Ma, mentre il cognome me l’aveva già detto, che ciò che lo precede sia il nome è una pura ipotesi. E glielo chiedo: la prima parte è il nome ? Sì, è il nome.

Ne La porta incantata, Cecilia Bertacche racconta la storia di una malattia terrificante. La sua. Contrazioni ripetute, spasmi dolorosi che partono dagli arti inferiori e spesso coinvolgono il corpo nella sua globalità fino a togliere fisiologicamente il respiro; crisi più e meno gravi che la portano alla disperazione, perlopiù di notte. L’annosa via crucis sulla quale è costretta ad arrampicarsi con le poche forze che le rimangono, per certi versi, è tipica. Passa per l’incredulità dei medici curanti ai quali chiede aiuto, diagnosi buttate lì alla spera in Dio – comprese quelle particolarmente offensive di ordine psichiatrico -, medicinali come spari nel buio, una grande crisi che, se da un lato la porta a un passo dalla morte, dall’altro convince anche i medici più riottosi a riconoscerle il diritto di essere malata.
E’ soltanto da questo riconoscimento che – come in un telefilm del dr. House - può prendere avvio un serio processo diagnostico, che, purtroppo – come se nel telefilm fossero stati tagliati gli ultimi cinque minuti – non si è mai concluso. L’analisi del midollo spinale ha evidenziato un’inconsueta attività immunitaria contro l’invasione di un tumore – un’attività sufficiente a spiegare la ricorrenza delle crisi -, ma ad una vera e propria localizzazione di questo tumore, al di là di qualche traccia del suo passaggio in qualche ghiandola – che le è stata chirurgicamente asportata -, mai si è giunti. L’ombra cupa del mistero e della paura, insomma, non è stata dissolta. Ciò non toglie che, dopo anni di un impietoso calvario, Cecilia, acciaccata più nel fisico che nell’animo, - arricchendosene e cogliendone acutamente la valenza sociale - abbia potuto raccontare la sua esperienza e far ritorno ad una parvenza di quotidianità.

Il malato urla il suo dolore, è prigioniero della paura ed è privato di ogni potere, ma non smette di vedere e di farsi un’idea di ciò che vede. Medici e infermieri che preferirebbero essere altrove, dialettiche interne alle gerarchie fra altolocati e subordinati, dissensi più e meno mascherati, piccole viltà, grandi inganni, disprezzo e distacco mal mascherati da parole vaghe. E’ lì, il malato, come cosa estremamente fastidiosa, percepito come rischio o come insulto all’ordine costituito, grattacapo molesto. “Basta uscire da un protocollo accertato”, dice Cecilia, “avere manifestazioni asintomatiche, rischiare la morte in modo non rintracciabile sulle statistiche, prontuari, libri dotti, ricerche certe, metodi collaudati ed è il caos, il disastro, il vuoto. La solitudine più assoluta”. Raramente, per fortuna, si incontra anche qualche persona meravigliosa che sa anteporre la persona del malato ai protocolli. Ma più ci penso e più mi convinco che a favorire questi incontri fortunati sia quel processo di addomesticamento dell’ignoto che è costituito dalla diagnosi e dal potersi finalmente permettere di annoverare l’insieme dei sintomi nel nome di una malattia. Fosse anche “mortale”, dice Cecilia, la diagnosi, per il mondo della medicina è “rassicurante”. La sua è stata di
“mioclono propriospinale paraneoplastico”, un nome che non sembrerebbe dire nulla di buono, ma che, nella tragedia di una vita senza scampo, è sempre meglio di niente.

Si è il mio nome, dice la ragazza al telefono. Satya. E sente subito il bisogno di spiegarmene il significato in non so più quale lingua. Faccio due più due. Si è presentata con il solo cognome e, se non fosse stato per la mia richiesta, il nome proprio non me l’avrebbe detto. Evidentemente, le crea un problema. E questa sua necessità di spiegarmene il significato – in omaggio a quella cultura esoterica che vorrebbe nome e persona incarnati l’uno nell’altra - è il sintomo di un sentimento di inferiorità culturale che, nel tempo, la nostra società deve averle propinato. Se uno si chiama Emanuele, dico, è raro che si senta in dovere di aggiungere che, forse, in ebraico antico significa “Dio è con noi”, e se uno si chiama Raffaele è altrettanto raro che si senta in dovere di aggiungere che, forse, in ebraico antico significa “Dio guarisce”. Ma se una si chiama Satya ecco che il nome non sembra più bastare a se stesso e si sente la necessità di aggiungervi una traduzione che, in un modo o nell’altro, lo valorizzi secondo i canoni socialmente invalsi. Ecco perché quando la ragazza mi ha detto che Satya vuol dire “Verità” e “Pace” io le ho prontamente ribattuto che se avesse invece significato “Menzogna” e “Violenza” per me non sarebbe cambiato alcunché.


Sconsigliata dalla neurologa di turno, Cecilia non più capace di badare a se stessa decide di invertire la narrazione di sé badando alla vita altrui. Adotta un gattino di sei mesi, “un batuffolo bianco e nero” dagli “occhi gialli” e gli dà un nome. E’ il suo primo gatto. Che comincia ad annusare per la casa e in una mezz’oretta è già “nel suo cestino con la pancia all’aria”. Occuparsi di questa creatura sarà un antidoto al deprimente dei suoi giorni. Lo chiama Schizzo, se ne dà una ragione grazie ad “una specie di freccia nera sulla testolina” e della pur risicata analisi si accontenta.. Sarà stato un battesimo rapido – più rapido di quello occorso alla sua malattia -, ma non per questo meno confortante.

F. A.


Nota
La porta incantata di Cecilia Bertacche è stato pubblicato da Il Filo, Roma 2007. .

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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