|
20/04/2008
Le ragioni di zia Dahlia Un brutto silenzio Tre casi di sesso più e meno fedifrago socialmente ratificato
Tre casi di sesso più e meno fedifrago socialmente ratificato
Recentemente, ho avuto conferma di quella vaga inquietudine che mi prendeva ogniqualvolta mia moglie – dopo tentennamenti e riflessioni al cui confronto la Summa Theologica di Tommaso d’Aquino si riduceva ad un volumetto della collana Harmony – si decideva per andare dal parrucchiere. Non solo perché dal suo ritorno in poi la mia vita avrebbe potuto trasformarsi in un inferno proporzionale alla constatazione dell’esito o, meglio, all’autopercezione di sé in rapporto al denaro speso, ma anche perché, vagamente e men vagamente, m’assaliva la sensazione del pericolo di una perdita grave, come se un tradimento fosse nell’aria.
Che questioni attinenti alla sfera sessuale siano coinvolte nel rapporto con il parrucchiere mi viene suggerito da un paio di osservazioni. Nota, per esempio, la Byatt in un suo racconto – Le caviglie di Medusa – che, nelle confidenze estatiche del suo parrucchiere, dopo che lui le si fu avvicinato e dopo che ne ebbe premuta la nuca, il naso della sua protagonista si era venuto a trovare “vicino alla sua cerniera discreta”. Non solo. Nel ricondurre la nostra risata ai meccanismi neuronali innescati dal solletico, il neuropsicologo Robert R. Provine, in una sua “indagine scientifica” sul Ridere, accenna al fatto che, spesso, la gente è disposta fin a pagare “per farsi toccare e forse anche per farsi fare il solletico”. Assicura che “la prostituzione non è l’unico esempio” e invita a considerare “gli stimoli esercitati da parrucchieri, massaggiatori ed esperti di manicure e di pedicure” – tutte professioni che offrono a pagamento “una forma di contatto fisico socialmente accettabile” che, a suo parere, può essere considerata una variante del solletico stesso.
La fanciulla schiude le mani a palme aperte sulle due guance, sorride e illumina lo sguardo. E’ in primo piano e,dunque, si capisce bene che quegli otto oggetti che ha arrotolato fra le ampie ciocche dei suoi capelli non sono bigodini. Occhio e croce, anzi, sono bigodoni o, ad essere più attenti, barattolini di lacca per capelli. “Cielo alto”, è il nome, ma l’aspirazione – a giudicare dalla scritta che campeggia sopra l’immagine – sembrerebbe meno eterea. Fra tre puntini di sospensione da una parte e tre puntini di sospensione dall’altra, infatti, come fossero parole sue, c’è “laccami tutta”, che, presumibilmente, come invocazione non ha da esser presa proprio alla lettera, ma che, indubbiamente, qualcosa con il sesso ha a che fare. Essendo difficilmente categorizzabile come mobilia, la donna – anche agli occhi del più efferato e meno propenso all’errore ortografico maschilista – più che oggetto del “laccare” sembrerebbe destinata ad essere oggetto del “leccare”.
“Cedesi attività, sex shop storico”, recita un cartello su quei vetri opachi che, a modo loro, testimoniano del fatto che non tutte le merci, per essere desiderate, debbano per forza venir esibite. Non starò qui a lamentare lo stato di crisi del sistema di vendita al dettaglio. Non starò a piangere per l’ennesima volta la sparizione dei singoli negozi e negozietti dai nostri quartieri, sacrificati sull’altare della grande distribuzione e delle vendite all’ingrosso, schiacciati dai monopoli della globalizzazione. Non me le vedo ancora le famiglie italiane fare la spesa al sabato, anche nei sex shop, caricando l’ampio vano portabagagli per tutta la settimana. E’ lo “storico” che mi preoccupa. E non tanto nel suo significato letterale, perché qualsiasi cosa in fin dei conti può venir inserita in una storia di qualcuno. Mi preoccupa in quel suo significato metaforico in virtù del quale il sex shop in questione risulterebbe inserito nella storia di una collettività di cui, volente o nolente, faccio parte anch’io. Qualcosa che sta tra il Colosseo e la casa che vide i natali di Alessandro Manzoni: risorsa preziosa dell’umanità intera, cultura resa tradizione, snodo fondamentale del vivere umano prima e del raccontarsela dopo, roba da preservazione forzata, da intervento se non del Ministero delle Belle Arti almeno di una qualche istituzione purchessia delegata a salvare il salvabile di un patrimonio di memorialità comune. Attribuirgli questo tipo di storicità, allora, equivale a sancirne l’accettabilità sociale. Per un verso è una valorizzazione mercantile, d’accordo, ma per l’altro verso è anche un sottilissimo tentativo di ricatto ad una coscienza elemosiniera di cui, in un mondo incapace di fare un passo indietro su checchessia, non si vede il fondo.
Alessia Mosca, candidata del Partito Democratico in Lombardia, in un dibattito televisivo, il 9 aprile del 2008, durante l’ultima settimana di campagna elettorale, si è detta convinta della necessità “che la casta sia un po’ meno casta”, ma, forse, qui – dannazione alla polisemia delle parole -, incautamente, l’aspirante onorevole finisce dalla padella di una buona intenzione espressa alla moda alla brace di un requisito di cui, sinceramente, i popoli oppressi – almeno fino ad ora – non hanno mai sentito il bisogno.
La conferma l’ho avuta l’altro giorno, allorché mia moglie, dopo astronomici calcoli, decise di rivolgersi a me - per una volta e per la prima volta – per ricondurre a razionalità umana il buco nero rappresentato dai suoi capelli. Tagliameli tu, mi ha detto, ora, qui e subito, tre centimetri. Era la prima volta che tenevo forbici in mano per svolgere quella funzione e dovetti far ricorso a tutto il mio bagaglio di tecniche di rilassamento e autocontrollo per non soccombere alle mille catastrofi in agguato – un capello una volta tagliato è tagliato, il risultato dell’operazione dura mesi, anni, forse, come il giudizio di una moglie, l’eternità. Tuttavia, man mano che tagliuzzavo, man mano che scoprivo porzioni di collo, man mano che il mio tremore assumeva la gestualità della sicurezza, mentre lei stava giudiziosamente inchiodata sul posto, mentre le giravo e le rigiravo intorno, mentre il ritmo dei nostri respiri mutava, mentre la lambivo di qua e di là, mentre le sollevavo o abbassavo il mento, mentre domavo una ciocca ribelle e mentre con la spazzola invitavo anche i più riottosi capelli a mostrarsi in tutta la loro amputabile lunghezza, mentre la sintassi dei rispettivi discorsi andava frangendosi in smozziconi di silenzio, mi rendevo conto. Mi rendevo conto di quanto poco innocente fosse la situazione e di quanto un marito appena appena un po’ avvertito – nonostante tutta la sacrosanta fede che nutre in lei – debba tenere la propria moglie a debita distanza da qualsiasi parrucchiere.
F. A.
Nota
Ridere di Robert R. Provine è pubblicato da Baldini & Castaldi, Milano 2008. Il concetto in questione è espresso a pagina 116 e ribadito a pag. 122. Il racconto di Antonia S. Byatt è incluso ne Le storie di Matisse, Einaudi, Torino 1996.
|