|
18/05/2008
Meglio peccatori
Pietà l'è morta
La regola penitenziaria
Un caso di scienza della storia
La regola penitenziaria
Fino all’anno Mille, in Europa, il blu era colore di modesta rilevanza sociale. Colore costoso e difficile a ottenersi. O lo si ricavava dal lapislazzuli – che arrivava da lontano, dalla Siberia, dalla Cina, dal Tibet, dall’Iran e dall’Afghanistan – o dall’azzurrite, un minerale meno caro ma da cui si otteneva risultati meno stabili e meno brillanti. I greci e i romani l’hanno utilizzato poco o nulla, un po’ di più i celti e i germani. Tutti coloro dei quali ci è giunta una descrizione dell’arcobaleno – da Senofane e Anassimene ad Aristotele, da Lucrezio a Seneca – non menzionano il blu. Dai colori liturgici del culto cattolico – il bianco, il nero e il rosso, e il verde per i giorni pù comuni - il blu rimane escluso.
Racconta Michel Pastoureau nel suo Blu – Storia di un colore che, nel XIII secolo, ci furono vari conflitti, anche violenti, fra mercanti di garanza (un vegetale da cui si ricava il rosso) e mercanti di guado(un altro vegetale, della famiglia delle crocifere, da cui si ricava il blu). Allo scopo di screditare ideologicamente il colore dei concorrenti, in Turingia, i primi arrivarono a far pressioni sui maestri vetrai perché, nelle loro vetrate delle chiese – che, in fin dei conti, van considerate i mass media dell’epoca - essi rappresentassero i diavoli in blu.
Grazie alla cortese sollecitudine dell’amico Davide Pinardi, ho per le mani due fotocopie di altrettante lettere su carta intestata. La prima, regolarmente protocollata è firmata dal capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia ed è indirizzata al Presidente di una società produttrice di film, al suo produttore esecutivo e, per conoscenza, al direttore di RAI Fiction. Oggetto della lettera è la prima puntata di Gente di mare 2, dove alcune scene ambientate in un carcere avrebbero rappresentato “la figura di un sovrintendente corrotto” che mette in atto “diversi comportamenti criminosi per agevolare l’evasione di alcuni detenuti, anche a danno” – si sottolinea – “di altri colleghi poliziotti penitenziari”. Dopo di che la lettera prosegue manifestando il “profondo sconcerto” che la vicenda ha suscitato, ventolando la minaccia che tale società produttrice di film, in futuro, non potrà più godere di alcun trattamento di favore presso il Dipartimento stesso e chiedendo assicurazioni affinché certi “inconvenienti” – vengono davvero definiti così senza nemmeno metterci le virgolette o un punto esclamativo fra parentesi – non abbiano a ripetersi.
La seconda lettera è quella di risposta. Il presidente della società scrive al Ministero della Giustizia e, invece di chiarire lor signori che, punto prima, la fiction è fiction e, dunque, per definizione, mera invenzione che non ha obbligo alcuno di rappresentare alcuna realtà data e consolidata per qualcuno e che, punto secondo, comunque dalla storia del nostro Paese e del suo Ministero della Giustizia di episodi come quelli contestati ce ne sono a bizzeffe e ci può essere pertanto solo l’imbarazzo della scelta e che, punto terzo e ultimo, si dedicassero al loro lavoro cercando di farlo nel modo migliore possibile non rompendo più le scatole, invece di chiarire tutto ciò, il presidente della società scrive che loro tutti sono “profondamente dispiaciuti dell’equivoco”, che non era loro intenzione “denigrare” il magnifico Corpo di Polizia Penitenziaria, che, nella fiction, “dopo lo smascheramento dell’agente corrotto”, “la vita del Carcere” (scritto con la maiuscola della sacra istituzione) riprende “la sua normalità di stabilimento ordinato”, e che, tuttavia, si rendono ben conto del “disagio” che possono aver provocato “involontariamente” e ne chiedono scusa, assumendosi anche l’impegno, per il futuro, di sottoporre all’Amministrazione Penitenziaria i copioni dei film in produzione “ai fini di ottenere”, così recita la conclusione del testo, “un Vostro contributo di verità”.
Ieri come oggi, insomma, abbiamo vissuto in un mondo di illusioni. L’idea dell’autore – l’autore di checchessia, di chi scrive il grande capolavoro e di chi aggiunge una pennellata di colore qua e là –come di un autonomo creativo è priva di senso. La sua tanto invocata “libertà” è sempre in vendita e spesso a bassissimo prezzo. Mercato e ideologia, nella sua consapevolezza o meno, l’hanno sempre orientato in un verso nell’altro. Nessun racconto che ci viene fatto – sia esso in versi, in prosa, in musica o in segni grafici – può dirsi innocente. La nostra vita è regolata da raffinate alchimie valoriali cui nessuno può davvero dirsi estraneo. Giorni or sono, in occasione della versione integrale di Et Dieu…créa la femme di Roger Vadim in dvd, Paolo Mereghetti faceva notare che non solo la censura italiana ne tagliò dei pezzi e ne modificò il titolo, ma che riuscì a modificarne perfino la trama. Brigitte Bardot, infatti, vi interpretava la parte di un’orfana tesa fra due fratelli che ne ama uno e sposa l’altro, ma la censura italiana pretese ed ottenne che i due fratelli venissero trasformati in cugini. Come se la distanza parentale costituisse un analogo salvifico della distanza dal peccato. Questa è la regola, non l’eccezione.
In ogni società, dice Pastoureau, i colori svolgono una funzione classificatrice e gerarchizzante. Giovani e donne, più tutta la serie delle categorie di esplicita discriminazione sociale, come i malati, le prostitute, gli ebrei, gli eretici e altre categorie rischiose come i musicisti, i giocolieri e i buffoni, sono stati spesso obbligati a vestire determinati colori che li segnalassero pubblicamente. Qualcosa del genere è toccato anche a patriziato e nobiltà, dall’altra parte della gerarchia.
Non dissimile funzione gerarchizzante viene svolta dalle narrazioni. In esse vengono ratificati il complesso sistema delle relazioni sociali, la definizione dei ruoli che spettano a ciascuno degli attori sociali nonché le regole per determinarne la dialettica. In entrambi i casi – con ogni mezzo e con ogni artefice disponibile - si tratta di riflettere un ordine costituito e di tenerlo saldo più a lungo possibile.
F. A.
Nota
Blu – Storia di un colore è pubblicato da Ponte alle Grazie, Milano 2008. Et Dieu…créa la femme, che in Italia venne distribuito con il mistificante titolo di Piace a troppi, è pubblicato in dvd da Rarovideo. Mereghetti ne parla sul “Corriere della Sera” del 12 maggio 2008.
|