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Reputazioni un calo

 

Perchè non c'era

 

Reputazioni in calo

 

Nel 1892, Anatole France scrisse La rosticceria della Regina Pédauque. Si tratta del diario di formazione di un giovane, tal Elme-Laurent-Jacques Ménètrier, familiarmente detto “Tournebroche” che, in italiano, starebbe per “Girarrosto”. Figlio di un rosticciere di rue Saint-Jacques si ritrova in bottega l’abate Jerome Coignard, dottore in teologia e laureato in lettere sì, ma interessato anche ai quarti di pollo fumante, al buon vino, alle donne – che gli sono costate quattro anni alla Bastiglia –  nonché, infine, alla sua educazione. Il libro ebbe tanto successo che, l’anno dopo, forse dispiaciuto di averlo fatto morire, Anatole France ritenne opportuno prolungare la vita letteraria del suo personaggio – , scrivendo Le opinioni di Jerome Coignard, dove – affrontando tematiche fondamentali come quelle della scienza, del sapere accademico, della religione, dell’esercito, dello Stato, delle rivoluzioni sociali, della storia e della giustizia –  costui dice la sua in modo più sistematico; poco – pochissimo – pentito di non esser stato propriamente zelante nei confronti della regola di San Francesco e poco – pochissimo – pentito di aver alle spalle una somma di errori “del letto e della tavola”, come dice lui, e piuttosto lieto – lietissimo – di aver traccheggiato vita natural durante fra Epicuro e San Francesco – più, dico io, dalla parte dello scettico Epicuro che da quella del fiducioso San Francesco. Le caratteristiche del sant’uomo e quella del maiale, comunque, alla bell’e meglio vi convivono e ciò dovrebbe darci un’idea della reputazione di cui, all’epoca, potevano godere i frati francescani.

 

Agostino Gemelli (1878-1959), fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, fu disgustosamente antisemita e fascista. Nessuno gliene chiese conto. Se la cavò alla grande, onorato e stimato anche in tempi di repubblica. Ed era un frate francescano. Antonio Conio – noto più tardi come Fra Ginepro, francescano - è nato a Pompeiana, vicino a Sanremo, nel 1903. Fascista convinto, fu tra coloro che vollero portare la cosiddetta civiltà in Africa Orientale, non contento andò poi in Albania - finendo prigioniero prima dei greci poi degli inglesi – e, una volta libero, non contento ancora aderì entusiasticamente alla Repubblica di Salò dandosi anche parecchio da fare per mantenere ottimi rapporti con i tedeschi. Sosteneva che “senza la guerra” un giovane “non sarebbe mai diventato un uomo” e “sarebbe rimasto un ozioso nauseabondo”. Dopo la Liberazione, venne arrestato, a Genova, e passò alcuni mesi nel carcere di Marassi, prima di, Curia permettendo, far perdere le proprie tracce andandosi a chiudere nel convento dei cappuccini di Loano, da dove peraltro – fino al 1962, anno della sua morte – usciva volentieri per mantenere rapporti attivissimi con tutti i gruppi fascisti ancora operanti nel Paese.

 

Andrea Casazza, ne La fuga dei nazisti, ricostruisce pazientemente tutte le mosse attuate dalla classe dirigente nazionalsocialista tedesca per riuscire a scamparla nei giorni successivi alla loro disfatta. Scopre così che Genova  - perché città di mare e non solo per quello - ha avuto un ruolo determinante. Faccio un esempio: la mattina del primo giugno 1950, a Genova, Adolf Eichmann ha un appuntamento presso la sede della Croce Rossa. Si incontra con il francescano di origini ungheresi Edoardo Doemoeter. Vuole un passaporto per espatriare in Argentina. Si presenta con documenti falsi che vengono garantiti dal francescano che firma testimoniando che quello è il signor Riccardo Klement. E’ l’ultima tappa di quel suo percorso di fuga che era cominciato sul finire del 1946, allorquando sotto mentite spoglie in Germania non si sentiva più sicuro. Decide, allora, di andare in Italia e “secondo le tracce raccolte dagli uomini di Wiesenthal” – che, anni dopo, lo scoveranno e se lo porteranno in Israele per processarlo e condannarlo a morte -, “da Merano raggiunge Roma dove trova accoglienza in un convento di francescani anche grazie all’interessamento del vescovo austriaco Alois Hudal”, noto fascista.

            Altri esempi. Un altro francescano compare, salvifico, nella vita di Priebke. Altri due francescani, a Buenos Aires, fra il 1946 e il 1947, si danno da fare per salvare Ante Pavelic – capo del governo fantoccio croato sotto il nazismo, responsabile dell’uccisione di migliaia di ebrei, zingari e serbi - e altri 7.500 ustascia che il Vaticano ha aiutato a fuggire dall’Europa. A Roma, a selezionare i profughi, erano ancora dei francescani.

 

D’accordo che, Anatole France alla mano, la reputazione dei francescani, già alla fine dell’Ottocento, non era poi un granché – e d’accordo anche che quella connotazione tutta positiva che si vorrebbe assegnare allo scetticismo può davvero condurre alle più sfrenate licenze idealistiche e, quindi, all’autoritarismo –  ma da qui a spiegare certe nefandezze ce ne corre.

            A meno che.

            L’insegnamento del poverello di Assisi è tutto mirato al vivere nell’obbedienza, non riconoscendo altra autorità e legge che l’osservanza del Vangelo. Vivere è obbedire. Ma non “credere, obbedire e combattere” di fascistica memoria. Checché ne dicesse l’abate Coignard, San Francesco predicava l’obbedienza più generalizzata: l’obbedienza del corpo allo spirito, l’obbedienza a tutti gli animali e l’obbedienza a tutti gli uomini – poveri, infermi e umili sì, ma anche – e qui forse sta il punto – obbedienza anche ai ricchi ed ai grandi, fra le cui file – ovviamente – stanno anche i grandi fetentoni. Ma nel Vangelo non sta affatto scritto che bisogna obbedire ai grandi fetentoni. Anzi.

 

Fra Ginepro da Pompeiana è stato arrestato come collaborazionista il 6 agosto del 1945. Come racconta Alessandro Acito in una sua biografia, il giorno dopo, “L’Unità” pubblica un articolo in cui, nel darne notizia, dice che durante il suo primo interrogatorio, il frate ha mantenuto un “contegno calmo ed eminentemente francescano”, ma lo definisce anche frate “donnaiolo”, perché, dalle sue capaci tasche, erano saltati fuori ben 51 nomi femminili. Il che, se come dato biografico è probabilmente insignificante, come dato strettamente ideologico, ci mostra, invece, una certa continuità, quasi rassicurante, con il buon vecchio abate Coignard.

 

F.A.

 

 

Nota

 

In una “caccia” del 10 giugno 2007, mi ero occupato di un altro fra Ginepro e mi ero ripromesso di estendere la riflessione anche a quest’ultimo. Cosa fatta, dunque. E, per quanto concerne gli strani destini politici di alcuni membri dell’Ordine dei Francescani, cosa fatta con gli interessi.

            L’edizione più recente della Rosticceria della Regina Pédauque di Anatole France, se non vado errato, è quella di Einaudi, a Torino, nel 1980. Possiedo, poi, una copia de I detti dell’abate Coignard, stampata –  senza indicazione di data, ma presumibilmente nel 1922 – dall’editore Caddeo in Milano. Per la “storia di un frate fascista”, cfr. A. Acito, Fra Ginepro da Pompeiana, Prospettiva editrice, Civitavecchia 2006. Per il concetto di obbedienza francescana, cfr. la voce relativa, a cura di Sebastiano Lopez in Dizionario francescano, Edizioni Messaggero, Padova 1983, pp. 1111-1131. La fuga dei nazisti di Andrea Casazza è stato pubblicato dalle edizioni de Il Melangolo, a Genova, nel 2007.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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