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la caccia

13/04/2008

Riti falsi e significati veri
Una citazione di Konstandinos Kavafis
La carie della domenica

 

La carie della domenica

L’idea di sparare al proprio dentista non mi è mai venuta, ma sono pronto ad ammettere che sia venuta a più d’uno. Non starò dunque a chiedermi il movente di quel pregiudicato che, giorni or sono – a Roma, nel quartiere semanticamente poco rassicurante di Torpignattara -, in preda ad un forte mal di denti, ha sparato al proprio dentista ferendolo gravemente. Il fatto che fosse pregiudicato non peggiora ai miei occhi la sua posizione: i guai con la giustizia non immunizzano dalle carie, e anzi – a giudicare dalla costruzione di certi personaggi negativi à la Lynch – sembrerebbero proprio le carie perfette delegate a connotarne la pochezza morale.

Grazie a certe analogie suggestive – come quelle che portano alla metafora dell’”albero della vita” od a vedere strutture arboriformi nella sezione longitudinale di un dente –, nel nostro lontano passato, le tecniche terapeutiche del mal di denti non testimoniano della longevità di chi le applicava. Una soluzione è stata quella di piantare chiodi nella corteccia di un albero, un’altra è stata quella di strappare una scheggia dal tronco di un albero colpito da un fulmine infilandosela nel segmento di gengiva posto sotto al dente dolente e facendone uscire fiotti di sangue. Plinio, che presumibilmente vinceva più spesso all’enalotto di quanto ne azzeccasse una, raccomanda al sofferente di farsi legare le mani dietro la schiena – un accorgimento che ben si coniugava peraltro con le esigenze di sicurezza di chi dava il consiglio -, staccare a morsi un pezzo di corteccia dal solito albero colpito dal fulmine e, senza che mai venisse lambito da mano umana, tenerselo in bocca in corrispondenza della parte dolente. Non aggiunge che il terapeuta avrebbe fatto bene ad applicare immediatamente tutte le proprie arti dandosela a gambe.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Racconta il dentista junghiano Hermann Strobel – se qualcuno vuol togliersi tutte le curiosità in proposito può prenotarsi al Carl Gustav Jung Institute di Zurigo – il caso di un avvocato quarantaseienne, sposato ad una moglie affetta da sclerosi multipla con la quale aveva concepito un figlio maschio. Gli chiede un intervento d’urgenza di domenica e lui, obtorto collo, acconsente. Gli duole in modo insopportabile un premolare superiore sinistro, ma, dalle analisi, risulta sano come un pesce. Risultato: lo rimanda a casa senza fargli alcunché e lo invita a tornare l’indomani nel caso la situazione persistesse. L’indomani, però, niente. E così tutta la settimana. Arriva la domenica e torna il problema: stesso paziente, stesso dente, stesso dolore, stessa visita, stessa perplessità. Ancora niente dal lunedì al sabato e terza domenica di attacco: attacco del dente al paziente e attacco del paziente ad un dentista che, ormai, non ne può più del suo paziente come il paziente del suo dolore. E’ a questo punto che il dentista si ricorda di essere junghiano e passa al contrattacco con armi nuove. Si fa dire dove mangia durante la settimana e dove mangia la domenica – in mensa e a casa, cucinando lui perché la moglie è malata. Si fa dire quali rapporti intercorrano fra lui e la moglie e lì, dopo le rituali attestazioni di affetto e di stima, al paziente sfugge qualche lamentela sul fatto che lei è sempre stanca, sempre malata, sempre nervosa e, insomma, che i suoi ritorni a casa costituiscono un problema. Mumble mumble, anche gli junghiani la sanno lunga e il dentista arriva alla domanda decisiva – “così, per caso, non sarà mica che lei ha un’amante ?” – aprendo le cateratte del Cielo. Il paziente dolente è pronto a scambiare in quattro e quattrotto la vita del proprio premolare superiore sinistro con la storia del proprio tradimento peraltro problematico. Ha un’amante sì, che, da un po’ di tempo in qua, vorrebbe che lui si separasse dalla moglie e che gli rende ardue le domeniche. Fra una lacrima e l’altra confessa, si libera del macigno sull’anima, paga presumibilmente la parcella e, da quel momento in poi – non so le sue -, ma le domeniche del dentista sono salve.

L’allettamento della psicodonzia – di cui, a quanto pare, esisteva l’insegnamento a Milano e a Bologna già a partire dal 1949 - aleggiava nell’aria almeno dai tempi di Rudolf Steiner. Secondo costui “il processo esterno che fa guastare i denti va considerato come un semplice sintomo esteriore di un processo interno che non si percepisce dal di fuori”. Quella che lui chiama l’”euritmia” della persona avrebbe subìto una qualche forma di insulto e ciò avrebbe indotto una predisposizione alla carie. La psicoanalisi ha così trovato sull’argomento un terreno già ben dissodato. Freud ne ha ipotizzato un significato onirico – denti che cadono uguale a perdita sessuale, cavarsi un dente uguale a quell’autoerotismo che turbava tanto i suoi sonni -, mentre Jung, fra mascelle e mandibole cui assegnare significati maschili e femminili, elucubrazioni numeriche – i denti sarebbero suddivisibili in quattro gruppi di otto elementi ciascuno e il “quattro” sarebbe un segno archetipico del mandala, simboleggiante l’ordine naturale con l’inclusione di coppie di opposti – e digrignare notturno di denti cerca e crede di trovare il punto di passaggio dalla nevrosi alla carie.
    Sia chiara una cosa: o l’avvocato con moglie malata e amante a carico diceva bugie o aveva male davvero al suo premolare. Se aveva male davvero, non ne sapremo mai il perché. Come non sapremo mai se, disperato per essere incappato in uno junghiano, ha semplicemente cambiato dentista.

Si fosse lasciata ispirare dalla cultura popolare tedesca, la vittima dell’attentato non sarebbe mai diventata tale. “A Vienna, un tizio curai”, dice la poesiola, “che una carie metteva nei guai./Con la pistola gli sparai: / Oh come bene adesso stai !” – a dimostrazione che anche i dentisti potrebbero cedere alla pulsione di liberarsi dei loro pazienti. I quali, comunque, scoprissero – in virtù del loro atto decisivo, come nel caso di Roma a Torpignattara – che il dentista non era un vero dentista, ma un millantare qualunque, ne riceverebbero tali e tante gratificazioni alle quali nessun recensore di romanzi o di saggi scientifici potrebbe mai ambire. La soddisfazione di poter affermare con il massimo della convinzione un “l’avevo detto, io”, nonché il senso impagabile del giustiziere per conto dell’intero corpo sociale.

F. A.


Nota

Per la notizia del “Falso dentista ferito da un paziente dopo una cura risultata inefficace”, cfr. “La Repubblica” del 2 aprile 2008. Delle teorie odontoiatriche di Steiner parla O. Roemer, Uber die Zahnkaries mit Beziehung auf die Ergebnisse der Geistesforschung Dr. Rudolf Steiners, Stoccarda 1921.La poesiola è citata da L. Roerich, Lexikon der sprichwoertlichen Redensarten, Herder, Friburgo 1973. Il tutto è citato da H. Strobel, Psicoanalisi del mal di denti, Bollati Boringhieri, Torino 2006. Giunto a pagina 104 – dove mi dovevo imbattere nelle arrampicate sugli specchi junghiani più viscidi -, mi sono reso conto di una leggera infiammazione in bocca, in fondo  a destra. Che è ben presto degenerata, costringendomi – testardo come un mulo - a far ricorso all’amoxicillina. Non ho trovato statistiche sugli attentati a dentisti da parte dei pazienti e neppure sugli attentati a psicoanalisti junghiani. I dentisti junghiani presumo siano troppo pochi per dare origine a dati statistici significativi.



ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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