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11/05/2008
Meglio scherzarci sopra?
Fatti loro
Un muto volere collettivo diffuso nell’aria
Un muto volere collettivo diffuso nell’aria
In Mario e il mago, corrompendolo giusto di quel tanto che gli serviva per cavarne una tesi, Thomas Mann racconta quello che, presumibilmente, è un episodio capitato a lui ed alla sua famiglia durante una delle loro vacanze nel nostro Paese. Sono in una spiaggia toscana e, ad un dato momento, dopo aver giocato con la sabbia, la bambina di otto anni si toglie il costume, se lo sciacqua nel mare e se lo rimette. I solerti bagnanti presenti – molto attenti, evidentemente, ai comportamenti degli ospiti stranieri – non solo delegano il moralista di turno a far loro una ramanzina in nome della virtù italica, ma chiamano anche i carabinieri – che li portano in centrale, li identificano e li multano per oltraggio al pudore. Si era nel 1930, e nel ricordo di Mann ogni angolo di spiaggia rigurgitava di orgoglio nazionalistico. Spiegando l’accaduto ai propri figli, allora, il padre disse che “quella gente stava attraversando una malattia”, forse “non molto fastidiosa” ma “necessaria”.
In Tutta la vita davanti di Paolo Virzì si racconta di una ragazza che si laurea in filosofia con una tesi sul pensiero di Heidegger. Non trovando lavoro adatto ai propri studi, finisce in un call center e si rende conto di quelle che sembrano le forme più patetiche del capitalismo decrepito: persuadere al consumo – a un consumo che non si possono permettere - gli strati sociali più deboli. La ragazza sarà anche laureata in filosofia ma non ha gli strumenti per capirne un granché. Capisce l’intrinseco cattivo gusto della situazione – ragazzi ridotti ad uno stesso grado di demenza da un artificioso desiderio di successo, mezzucci meschini per raggiungere bassi scopi, tutti nel tritacarne del cosiddetto liberismo economico per tirare a sorte chi riuscirà a tirare fine mese -, ma si guarda bene dall’indagare sul perché e sul percome a questo stadio si è arrivati e ho il sospetto che, in fin dei conti, la logica del capitale le andrebbe benissimo a patto che al suo titolo di laurea ed al suo centodieci e lode si desse la meritata dignità.
Ad un certo punto del film, la ragazza cita il noto brano della Repubblica di Platone in cui il filosofo architetta la sua metafora più celebre, il cosiddetto “mito della caverna”. L’umanità vivrebbe in condizioni tali da consentirle soltanto la visione di ombre deformate e mai le cose come stanno. La conoscenza, quindi, avrebbe limiti intrinseci e, conseguentemente - mi si lasci forzare un po’ la mano a Platone -, tutte le teorie della conoscenza snocciolate dai vari filosofi sarebbero destinate in partenza a far acqua da qualche parte. E’ a puro titolo di ipotesi, poi, che Platone parla di cosa accadrebbe se qualcuno riuscisse a liberarsi dalla sua prigionia nella caverna – accecato dalla luce del sole, per quanto concerne la certezza di ciò che vede, si ritroverebbe più o meno nella stessa situazione di prima.
Bene - sarà perché una laurea è sempre una laurea, sarà perché ha letto Heidegger con troppa indulgenza, sarà perché ha letto Platone con troppo ottimismo, sarà perché in fin dei conti è una brava ragazza -, vorrebbe esser lei, ad entrare nella caverna e non in un call center, e vorrebbe esser lei, proprio lei, non a tagliare gli intrichi dei fili telefonici ma a spezzare le catene dell’umanità dolente e impotente nella forzata ignoranza.
Mario e il mago è la storia di uno spettacolino di provincia, dove il mago di turno, un ipnotizzatore non dichiarato, nell’assoggettare supera una soglia indefinibile e, lasciandoci la pelle, subisce la reazione di una delle sue vittime. Come dicevo, Mann l’ha scritto nel 1930, allorché il fascismo italiano era ormai un fatto consolidato e allorché, sull’Europa, gravava aria grama. Il losco ipnotizzatore che, senza colpa di Mann - lo dico per chi trascrive e per chi poi, a Roma o ad Arcore deve leggere prendendo gli opportuni provvedimenti -, amava farsi chiamare “il Cavaliere”, sproloquia sulla medesimezza concettuale del comandare e dell’ubbidire, dice che “un pensiero è compreso nell’altro” esattamente “come popolo e duce sono compresi l’uno nell’altro” e giura che lui, nel momento in cui porta alla rinuncia della propria autonoma volontà le sue vittime, esegue semplicemente “quanto gli era imposto da un muto volere collettivo diffuso nell’aria”.
Come Platone si guarda bene dall’esplicitare le condizioni che, nell’ipotesi, renderebbero possibile la liberazione di qualcuno di noi dalla caverna in cui saremmo incatenati, così Mann si guarda bene dal definire con precisione la soglia oltre la quale l’imperio del Cavaliere corre il rischio di essergli letale. Non senza una venatura razzistica, lascia intendere che la costrizione ad un bacio omosessuale associato al nome della donna amata potrebbero aver armato la mano assassina e liberatrice. Ma con ciò non si rende conto di contraddire buona parte dell’assunto precedente: l’ipnotizzatore ipnotizza e durante l’ipnosi l’ipnotizzato non sa quel che fa. Ingenuamente Mann scommette su un residuo di ragione che peraltro non vede e banalizza la circostanza in cui quel minimo brandello sufficiente di popolo, staccandosene, finisce in rotta d’urto con il suo duce.
Anche nel call center di Virzì – come nel racconto di Mann - alla nudità del corpo umano viene attribuito un significato relativo alla stato patologico dei suoi spettatori. Fra maschi colleghi che meno colleghi non si può – l’uno contro l’altro armati nella convinzione che la mia sopravvivenza dipenda essenzialmente dalla morte tua -, è previsto come rituale della vergogna per chi non ha raggiunto gli obiettivi della produzione di doversi togliere tutti i vestiti e di correre nudo davanti a tutti. La pena, a ben vedere, é una sorta di olio di ricino d’attualità, più adatto ai bisogni evacuatorii di una società edonistica. Il pudore oltraggiato nella morale nazionalistica, insomma, nella morale economica è sano e saldo. Anzi, si riscatta come incentivo.
Durante le varie vicende del film compare una bambina bionda con un paio di grandi occhiali che la dicono lunga ed è a lei che Virzì affida una battuta finale che sa tanto di tesi conclusiva del tipo: vi abbiamo rappresentato un mondo che fa schifo, ora vi diamo un barlume di speranza dicendovi l’alternativa. Alla solita domanda, “Cosa vuoi fare da grande ?”, come se sul piatto della sua giovanissima bilancia ci potesse stare tutto quel mondo che fa schifo nonché tutta la sua veneficità, la bimba risponde, “Vorrei fare filosofia”. Senza avvedersene – riproponendo una presunta innocenza per la più persuasiva bocca di un’innocente -, insomma, vorrebbe rimettere le catene a quella stessa umanità che avrebbe voluto poco prima liberare.
F. A.
Note
Il racconto di Thomas Mann, Mario e il mago è pubblicato in forma autonoma da Tea, Milano 1988. Il brano di Platone è nel settimo libro della Repubblica.
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