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Caccia all'ideologico quotidiano
Maratoneti e spettatori
La chiave
Tromboni e squilli di tromba
Maratoneti e spettatori
Il personaggio inventato da Sergio Giuntini, storico dello sport e, in questo caso, romanziere, nel suo Le resistenze del bibliomaratoneta (Sedizioni), prende corpo e anima sui due versanti di bibliotecario a Quarto Oggiaro e maratoneta. Vede tramontare sia quella coscienza politica che tanta letteratura amata gli ha dato, sia l’ambizione al successo in uno sport sempre più espressione patologica di una società consumista e consumo esso stesso.
Va da sé, allora, che, nel discuterlo, l’altra sera, si sia parlato di tanti aspetti dell’esperienza sportiva: dalla solitudine non solo letteraria del maratoneta – costretto a correre per interminabili chilometri in uno stato simile al sonnambulismo – agli eccessi che caratterizzano la preparazione agli impegni più e meno dichiaratamente agonistici. Nella nostalgia di Giuntini – e nel suo affetto per tanti corridori più e meno metaforicamente fuggiaschi – ci sono tanto le categorie politiche con cui un tempo si capiva o si credeva di capire il mondo, quanto il ricordo, o quel che si crede ricordo, di un’attività sportiva vissuta gioiosamente, non solo da campioni e aspiranti campioni, ma, indistintamente, da tutti.
Alla discussione partecipava anche l’amico scrittore Gaetano Neri, che, il giorno dopo, a complemento della serata, mi manda questa lettera: anch’io – mi dice – ho una piccola esperienza in fatto di podismo. Non posso assistere a una gara di corsa fra bambini senza commuovermi fino alle lacrime per chi arriva ultimo. Eppure la corsa è una festa. I piccoli atleti invadono l’Arena, si assiepano a centinaia dietro lo starter e allineati in file di otto trepidano per lo sparo. Dopo pochi secondi il destino della gara è segnato, il primo corre come una lepre, l’ultimo è già ultimo, non ci sono santi. La gente lo guarda e ride. Io piango.
Le prime volte ho tentato di ragionare. L’ultimo vorrebbe sprofondare per la vergogna, ma vedi che spasima e tende il collo e si sbraccia. Fa l’impossibile per rientrare nel gruppo, ma il sedere pesante, le gambe rigide e scoordinate lo frenano. E’ colpa mia? In fondo è un gioco, non una disgrazia .Questo e altro continuo a dirmi, eppure la vista dello sconfitto mi serra la gola, piccoli sbuffi d’aria compressa mi escono dal naso e devo mettere mano al fazzoletto. Finita la corsa non ho il tempo di rilassarmi, le partenze sono troppo frequenti, ogni due minuti vedo passare l’ultimo, sono tutto un sussulto e quando tiro il fiato mi sale dal profondo un mugolio penoso che fa voltare la gente.
Tutto qui. Tutto qui lo dico io. Ma, per il momento, mi sembra più che sufficiente: sia dal versante sociale che da quello agonistico, che i primi saranno gli ultimi, dipende dal punto di vista che si decide di assumere.
F.A.
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