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Caccia all'ideologico quotidiano
Maratoneti e spettatori
La chiave
Tromboni e squilli di tromba
La chiave
Giorni fa, in stazione, a Firenze, mentre aspetto il treno per tornare a casa. Mi si para di fronte un signore cui manca un dente davanti, ma che, a dire il vero, non sembra mancare di tanto d’altro. La prima cosa che mi dice è: “Lei è bello come un attore francese”. Io ci penso su e ne dubito. Anche perché lui prosegue: “Io” e fa una pausa come se dicesse “io invece”, “io sono un malato mentale, senza lavoro e senza casa, da vent’anni”. Io dico che non si direbbe ma, comunque, a questo punto, ho capito perlomeno il tipo di transazione umana in cui mi trovo.
In allegato ad un’e-mail riceviamo un film.
Lei – una bella lei – che entra nel bar dell’albergo, il porco da bar in camicia seduto sullo sgabello, lei che prosegue fino ad un tavolino libero con poltroncina altrettanto libera. Lei che si toglie il soprabito e lei che è osservata da un bel tomo. Non bello come un attore francese, ma molto più giovane e molto più bello del porco da bar appollaiato sul trespolo. Lui che la guarda, lei che si accorge di essere guardata, lei che ricambia lo sguardo, lui che insiste, lei che accenna un sorriso, lui che da predatore con l’idea di una preda a portata di mano diventa predatore con la certezza della preda.
Lui, allora, che si alza, le scivola accanto e, senza dire una parola, le lascia la chiave della propria camera sul tavolino. La 808. Ed esce.
Lei che aspetta che lui sia uscito, si alza, si rimette il soprabito, prende la chiave, scivola accanto al porco da bar, gli rifila un’occhiata particolarmente convincente, gli posa accanto la chiave ed esce. Lui la guarda scoprendo un mondo dove è ancora possibile stupirsi, lei si volta per uno sguardo di conferma. E qui il film sembra che finisca, dissolvenza – anche perché il racconto c’è tutto – c’è il classico racconto del modello cinematografico, l’innaffiatore innaffiato, o la stangata, la seduzione, la sicurezza di sé, il calcolo, la certezza del risultato, e la contromossa, la doccia d’acqua gelata, la disinvoltura castigata – in camera il dongiovanni si ritroverà non una femmina esanime e vogliosa ma un maschio rammollito d’alcool, piuttosto repellente – una strategia maschile andata a carte quarantototto.
Una conferenza facile non lo è mai. Non sai mai chi ti puoi trovare davanti, potresti perdere il filo del discorso e non ritrovarlo più. Ma, di certo, una conferenza può essere anche molto difficile. Come quella che mi è capitato di dover fare mercoledì scorso.
Devo parlare ad una platea composta da cittadini dell’Azerbaigian, da bulgari e da sloveni. Io non conosco nessuna lingua: non conosco l’inglese, figuriamoci il bulgaro e lo sloveno. Che lingua parlino in Azerbaigian non oso nemmeno pensarlo. Ci sono gli interpreti: che sono tre, lo sa Dio perché, uno traduce in inglese, gli altri due non lo so. Mi dicono di parlare e io parlo, spezzo la frase in unità più o meno sensate, e aspetto. Una tortura. Siamo tutt'uno, noi, la nostra persona, il nostro pensiero e il ritmo del nostro linguaggio. Rompi il ritmo del linguaggio, rompi il pensiero, rompi la persona. Tant’è, lì ci sono e lì ci rimango. Dico una frase corta corta in modo da arrivare presto al punto, do un’occhiata ai tre interpreti e quando mi sembra che tutto sia andato liscio ne dico un’altra.
La conferenza, guarda caso, concerne la comunicazione e le sue difficoltà , soprattutto allorquando una persona si trova sola di fronte ad un gruppo numeroso. Un conto è parlare con una persona sola – di cui si può controllare anche le minime reazioni a quel che le si dice – e tutt’altro conto è parlare a tante persone. Diventano un muro impenetrabile, senza occhi, senza battiti di ciglia, senza smorfie, senza espressione, senza gesti, senza corporeità – un muro, in altre parole che non dà nessuno di quei segnali che, invece, si riesce a individuare e a decodificare allorquando l’interlocutore è uno solo.
Ero arrivato al momento in cui affrontavo il tema della parola come potente selettore sociale. Volevo spiegare che, non condividendo con l’interlocutore gli elementi del codice scelto per comunicare, si mette a repentaglio la comunicazione e, con la comunicazione, probabilmente, anche la relazione con questa persona. In pratica, cominciare con una parola sbagliata – sbagliata, nel senso che il suo significato è ignorato dall’interlocutore – mette in crisi la comunicazione. Può capitare e di fatto capita – ogni tanto a tutti noi capita di dire all’altro “scusa, cosa hai detto ? Cosa significa questa parola che hai usato ?”– ma capita di rado, perché, perlopiù, ci stiamo attenti. Soppesiamo l’interlocutore, ne valutiamo la competenza linguistica a occhio, e scegliamo le parole adatte. Lo sbaglio implica un arresto, particolarmente grave allorquando non si tratti solo di comunicare con qualcuno ma di convincerlo di qualcosa.
Se, poi, uno si presenta ad un gruppo, usando una parola il cui significato non è condiviso dalla gran maggioranza del gruppo stesso, sono guai. Scatta una immediata forma di discriminazione nei confronti del nuovo arrivato. In questo senso, stavo dicendo, la parola è un potente selettore sociale. Punto. Ed è a questo punto che, come al solito, guardo gli interpreti al lavoro e, ahimè, ne vedo uno aprire la bocca e poi richiuderla , lo vedo bloccarsi , mentre i suoi ascoltatori si girano tutti verso di lui piuttosto preoccupati: che cavolo avevo detto di così strano, o grave? Perché il traduttore non lo traduceva? Io lo guardo, lui mi guarda, e vedo alzarsi il suo sopracciglio destro, sbuffa leggermente e dice qualcosa, che, tuttavia, visibilmente, nessuno capisce.
Paradossalmente, parlavo di selettore sociale e non mi sono preoccupato del fatto che, usando quel termine – selettore sociale – stavo selezionando innanzitutto i miei interlocutori del momento e, nella fattispecie, il mio traduttore.
Dopo una pausa dove appaiono frasi in inglese di cui non capisco alcunché – forse è una pubblicità – ecco che il film, a sorpresa, riprende. C’è un ascensore aperto, dentro ci sono i due seduttori – il primo, il seduttore volontario – quello che è pronto a godersi la preda – e il secondo, il seduttore involontario, quello che si ritiene baciato dalla fortuna senza aver fatto un granché, quello che ha la chiave in mano. Il giovane gli dà uno sguardo distratto e, immediatamente dopo, un secondo sguardo, verso il basso, verso ciò che ha in mano. Ha letto il numero della camera sulla chiave, 808, insomma, sa che quella è la sua chiave ed è nelle mani sbagliate ma le porte dell’ascensore, ormai, inesorabili, si sono chiuse e i due stanno viaggiando verso il loro destino – ulteriori frustrazioni per entrambi, delusioni da confessarsi inevitabilmente l’un l’altro.
Minimi segnali, altamente significativi – addirittura risolutivi nell’orientare l’interpretazione di una vicenda. Dal sollevarsi di un sopracciglio mi rendo conto di essermi messo nei guai. Da un doppio movimento del capo e dello sguardo, prima lento e poi veloce, capisco che il giovinotto – quello che fino a poche frazioni di secondo prima credeva di salire ai piani alti del proprio paradiso sessuale – si rende conto che le cose andranno ben diversamente. Io che parlo di selettore sociale e non mi accorgo che sto selezionando di brutto, riducendo a zero in pratica il mio pubblico – e che, ora, mi rendo conto di essermi fregato con le mie mani; lui che si accorge che quella chiave – la sua – è nelle mani sbagliate. Io che mi dico che, ecco, se avessi cambiato metafora, se, al posto di selettore sociale, avessi detto “chiave”, “chiave della relazione sociale”, presumibilmente, nessun sopracciglio si sarebbe alzato.
Non sono bello come un attore francese. Ho anche l’impressione di non avere niente di francese. Però sono pronto ad ammettere che la mossa di apertura del questuante, alla stazione di Firenze, per quanto azzardata, non era niente male. Preparata a tavolino, ma niente male. Buona l’apertura, meno buono il seguito – dove mi spacciava per buona e si ratificava per sé la categoria di “malattia mentale”, senza un minimo di accenno critico. Comunque sufficiente a selezionarmi come interlocutore. Gli ho dato un euro e lui ha concluso con l’auspicio che Dio mi benedicesse – scendendo ancora sul piano retorico – ma, a quel punto, avevo già dato.
F. A.
Nota
Debbo l’allegato dell’e-mail all’amico Stefano Merlini, cui, peraltro, mi sono dimenticato di chiedere perché me l’abbia inviato. E’ probabile che creda che io sappia l’inglese.
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