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06/04/2008
Emergenze, catastrofi e dittature Il candidato ideale Una cosa sola ti vorrei, o le abbreviazioni sbagliate
Una cosa sola ti vorrei, o le abbreviazioni sbagliate
Giovanni (17, 21) fa dire da Gesù al Padre suo ch’egli prega perché “tutti siano una cosa sola” – “come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” – aggiungendo una frase piuttosto ridondante che, peraltro, difficilmente potrebbe portare conforto a qualcuno: “perché il mondo creda che tu mi hai mandato”, dove non si capisce bene se i “tutti” di prima risultino o no inclusi in questo “mondo” così passibile di crediti.
L’uso delle abbreviazioni fu presto considerato di un’utilità imprescindibile. I supporti su cui si scriveva prima dell’invenzione della stampa occupavano spazi precisi e risparmiare era importante. Si escogitarono così abbreviazioni per troncamento (per esempio fra i nomi propri romani una C. poteva stare per Caius, così come IMP poteva stare per Imperator) e abbreviazioni per contrazione di parole (per esempio, rimanendo al latino, COS – con un segnetto superiore - poteva stare per Consul). Potremmo poi considerare di famiglia anche quel processo di geminazione per cui un’abbreviazione viene riallungata per designare un’alternativa, come nei casi di parole come “Sigg”, con due gi, per designare “signore” al plurale. È così che, se per esempio ci trovassimo in una stazione ferroviaria non abbiamo poi grossi dubbi nell’interpretare scritte come “Napoli C.le” o “Milano C. le”, rispettivamente, come “Napoli Centrale” o “Milano Centrale”. La regola parrebbe essere quella di scrivere per esteso il nome fondamentale potendo così abbreviare l’aggettivazione senza creare nel destinatario del messaggio soverchio imbarazzo.
Che l’appellativo di “signorina” funga da abbreviazione nei confronti di più lunghe spiegazioni è chiaro – non a caso è spesso ritenuto oggi scorretto, al meno se usato nei confronti di persone non più giovanissime. Ciò non ostante, Benedetto XVI, allorché ne ha pubblicamente constatato la morte, ha parlato di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, come di una “signorina”. La cui vita, peraltro, nell’occasione, come capita in circostanze simili e in tempi in cui carisma religioso e spettacolarità sembrano binomio inscindibile, è stata riassunta diversamente dai mezzi di comunicazione. E’ in un giornale presumibilmente molto rispettoso della versione biografica più accreditata, pertanto, che ho potuto imbattermi nel racconto di una Chiara Lubich che, a Trento, negli anni Quaranta, quando ancora si chiamava Silvia, studia filosofia con le amiche del cuore, scopre che “il sistema kantiano non sbocca nella vita eterna” e, sull’onda poetica del vangelo di Giovanni, dall’auspicio “che tutti siano uno” – l’abbreviazione più perentoria dell’umanità intera – ricava la parola d’ordine “O l’unità o la morte”. Lesto lesto, tuttavia, questo biografo accreditatissimo non perde l’occasione, diciamo così, di portare il suo granello di sabbia all’erezione del momento e si affretta a glossare il passo ponendo in debito risalto tutto il valore che la Lubich avrebbe conferito all’”unità”, senza potersi trattenere dall’affermare malincuormente che “poi la parola ‘unità’ è entrata nel vocabolario dei comunisti, che in certo senso ne reclamano il monopolio”.
Per quanto sia ben consapevole dei modi disinvolti con cui certi rappresentanti di sette religiose sorvolino sulla storia e sul principio di coerenza che le dovrebbe garantire un senso, faccio ugualmente notare che “L’Unità”, giornale quotidiano vide la luce nel 1924 – effettivamente per opera del comunista Antonio Gramsci, ma ben prima dell’ennesima reilluminazione del “focolare” di turno - e, prima di allora, dal 1910, il titolo aveva già contrassegnato una rivista. Ma non solo. Ritengo sia anche opportuno far notare che, già nel 1793 – in un’epoca in cui nessun comunista insidiava focolari -, in Francia, venne organizzato un Festival dell’Unità e dell’Indivisibilità.
Vige, in scorciatoie biografiche che mirano alla santità di chi ci ha lasciato e che, soprattutto, ha lasciato dietro di sé gerarchie da rinsaldare, vige, dicevo, ricordarne i motti prediletti o le tesi più riducibili nell’esiguità dell’aforisma. In diretta discendenza del vangelo di Giovanni, trovo, allora, ricordata e lodata come gran cosa una curiosa affermazione della Lubich, che, nella ricerca del paradosso – una ricerca che a volte finiva con un risultato ottenuto alla bell’e meglio – dava espressione ad una sua particolare esigenza di “épater”, almeno apparentemente, “les bourgeois”: “Noi se non siamo, siamo. Se siamo, non siamo”. Con un po’ di buona volontà se ne potrebbe tentare anche una traduzione o, meglio, una faticosa operazione di riempimento dei troppi vuoti su cui l’espressione riposa – l’esplicitazione di ciò che vi è di presupposto: se neghiamo la nostra individualità e gli egoismi connessi, esistiamo davvero (checchessia voglia dire esistere davvero o esistere non davvero); ma se, puta caso, provassimo ad autoaffermarci, a inorgoglirci di noi stessi, ci ritroveremmo col sedere per terra. O uniti nella consapevolezza della nostra intrinseca socialità, o roba da poco, da nulla. O l’unità o la morte, per l’appunto, come diceva un tempo affrettandosi a negare l’eventuale parentela della propria con l’unità altrui. Con meno buona volontà, tuttavia, l’espressione andrebbe considerata come uno dei tanti guasti causati dal cattivo uso delle parole e, più precisamente, dalla disinvolta superficialità con cui vengono presi e mantenuti o, meglio, non mantenuti gli impegni semantici – una stessa parola chiamata una volta a designare una cosa e una seconda volta, nella stessa frase, a designare qualcos’altro. Si tratta di un parlar metaforico tipicamente filosofico, incentrato sull’uso e sull’abuso del verbo essere, un parlare ed uno straparlare che, nell’abbreviazione e soltanto nell’abbreviazione – un’abbreviazione per contrazione – acquisisce tutto il suo fascino e la sua capacità persuasoria. Si tratta, però, anche dello stesso parlar metaforico contro cui Kant , sulla scia di Hume e di Berkeley, aveva tentato di mettere in guardia in quella sua Critica della ragion pura che avrebbe dovuto liberarci dagli errori del passato. Che di fatto non ci sia riuscito è vero, ma che, pur non volendo e non potendo condurci alla vita eterna, ci ha almeno insegnato a diffidare di queste furbate retoriche è altrettanto vero.
Il tram numero 14, a Milano, va dal “Lorenteggio” al “C. Maggiore”. E viceversa. Leggere sopra la testa del conducente per credere. La sbrigatività nel designare una delle sue mete è sospetta. Si preferisce evitare “Cimitero M.” o il più chiaro ancora “Cimitero Mag.”. Il cimitero, dove in fin dei conti – e la metafora coglie nel segno – si realizza davvero una sorta di unità non più tacciabile di comunismo, induce bisogni di eufemismo. Il tradimento della parola consegue ad una pena comune.
F. A.
Note
La maggior parte delle informazioni su cui mi baso sono tratte da “Città Nuova” LII, 7, 2008. In particolare, dagli articoli di Giovanni Casoli e di Michele Zanzucchi. Di Chiara Lubich e di alcuni aspetti del suo metaforizzare, mi sono occupato in Antologia critica del sistema delle stelle (Odradek, Roma 2006, pp. 144-147) e in Le metafore della complementarità (Odradek, Roma 2006, pag. 48).
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