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03/02/2008

La rana ottimista e lo scorpione fortunato
La religione dei servizi

La religione dei servizi


Nel Piano B del Psychological Strategy Board del 1951 si possono leggere alcune istruzioni per condurre una sorta di guerra psicologica in Italia. Dicono che: “Gli Stati Uniti aiuteranno a screditare il Partito comunista e le figure di spicco comuniste mediante: a) la distruzione della rispettabilità del Partito comunista; b) la compromissione dei comunisti che ricoprono cariche pubbliche; c) lo screditare gli sforzi comunisti durante la Seconda guerra mondiale; d) il gonfiare scandali riguardanti i leader del Pci”. Avessero avuto più pazienza, gli americani, avrebbero potuto risparmiare – sia in termini di dignità politica che di quattrini -, perché, bastava lasciarli fare, i nostri comunisti, che a certi risultati ci sarebbero arrivati da soli. Ma – tant’è – meglio far vedere di darsi da fare.

Nei giorni scorsi – dopo essermelo procurato da un libraio antiquario di Bologna – ho potuto finalmente leggere Missione a Roma di Jules Romains. Il fatto che, mentre vi sto parlando – per una volta non in diretta -, io mi trovi effettivamente a Roma e, perché no ?, a Roma, proprio a Roma, stia svolgendo una missione tutta particolare, lo direi un caso. Ma pur sempre mantenendo piena consapevolezza del fatto che guardare a qualcosa come un caso o come una determinazione dipende dallo schema mentale applicato e non certo dalle caratteristiche degli eventi in sé.
In  Missione a Roma, che Jules Romains – pseudonimo di Louis Henri Farigoule – pubblicò nel 1937, si racconta di un prete francese che, nel 1913, viene mandato a Roma in tutta segretezza da alte cariche dello Stato francese, con l’incarico, innanzitutto, di verificare se, davvero, il segretario di Stato vaticano stia tramando contro la Francia ed a favore della Germania e, secondariamente, in caso affermativo di scovare qualcosa che possa comprometterlo. Ad un certo punto, la sua ricattabilità sarà assodata, ma, a quello stesso punto, la spia non è più la stessa di prima – le cose cambiano –, si andrà alla prima guerra mondiale e ciascuno – chi nei ministeri, chi in Vaticano - saprà farsi i propri interessi. La Chiesa, nella sua pretesa immutabilità storica, trionfa sempre nonostante la perfidia e le vergogne dei suoi ministri, mentre la lealtà e la ragione rimangono prerogativa dei derelitti.
    Bene, già all’epoca della presidenza di Raymond Poincaré e del papato di Pio X e di Benedetto XV, sia che ci si muovesse nei ministeri francesi o nei chiostri vaticani, c’era chi viveva – e chi moriva - di dossier. Che venivano tirati in ballo – sia che riferissero fatti autentici o del tutto inventati - allorché c’era da eleggere un Papa, nominare un presidente del consiglio, un ministro o un cardinale,  assegnare un’alta carica qualsiasi o, addirittura, creare i presupposti per una dichiarazione di guerra.

Nei giorni scorsi Sandro Orlando ha dato alle stampe La repubblica del ricatto, un’amarissima documentazione sui “dossier segreti e depistaggi nell’Italia di oggi”, come recita il sottotitolo. L’”oggi” del sottotitolo sono proprio i nostri derelitti giorni del governo Berlusconi e del governo Prodi, delle carte false del primo per avere un salvacondotto per l’eternità impedendo, al contempo, l’arrivo del secondo. Orlando ricostruisce con cura la scoperta dell’archivio segreto del Sismi – nel luglio del 2006 -, le attività del generale Pollari e del suo apprendista Pio Pompa, l’invenzione del caso Telekom Serbia e le vicende della commissione Mitrokhin con i loro corollari di falsi attentati terroristici che, come sempre, avrebbero dovuto creare quel clima di timidezza sufficiente a lasciare il Paese nelle apparentemente solide mani della destra.
    Ma questo “oggi” piuttosto imbarazzante – come fa notare Orlando – è figlio di uno “ieri” non certo più presentabile. Se fra il 2001 e il 2006 sono stati schedati più di duecento magistrati europei – perché fondamentale, per gli zelanti servitori di Berlusconi e di ciò che Berlusconi rappresenta, era “neutralizzare le iniziative politiche-giudiziarie” anche “attraverso l’adozione di provvedimenti traumatici su singoli soggetti” (sto citando da documenti sequestrati dalla Digos) – , più una quarantina di esponenti politici del centrosinistra, funzionari, giornalisti e imprenditori, è perché, nel nostro recente passato, si eran dati da fare dei veri e propri maestri la cui lezione sarà pur servita a qualcosa. Nel novembre del 1996, alla periferia di Roma, vennero trovati centocinquantamila faldoni contenenti informative varie, vere e false ma tutte utili, intercettazioni telefoniche abusive, dossier su chiunque – perfino su attori e cantanti. Era il frutto del lavoro assiduo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni di cui era a capo, fino al 1974, il referente della tessera P2 1643 Federico Umberto D’Amato. Si contarono tre milioni di italiani schedati. Ma il manico – quello in cui, di solito, sta il difetto – è ancora più lontano. Lo si potrebbe rinvenire nel 1949, allorché le nuove si fa per dire istituzioni repubblicane infusero vita al Servizio Informazioni Forze Armate, meglio noto nell’acronimo Sifar, utilizzando un po’ di fango dell’Ovra, ovvero il servizio segreto fascista, ed un po’ di fango della Cia obbedendo agli ordini del padrone americano. Al Sifar si deve la copertura della Gladio, una struttura paramilitare clandestina pronta ad intervenire in caso di vittoria elettorale delle sinistre, un tentativo di colpo di Stato con tanto di campi di concentramento belli e pronti nonché la redazione di 157 mila fascicoli.

Non mi chiedo come la destra abbia potuto fare tutto ciò. Mi chiedo come la sinistra possa sorriderle, pranzarci assieme, negoziare. Andarci d’accordo su checchessia.

Ricattare, dal latino “re-captare” – “captare” sta per “prendere”, il “re” designa una ripetizione, un’enfasi, “prendere con la forza”. Ricattare, estorcere qualcosa a qualcuno minacciando di svelare cose per lui compromettenti.
    Mi chiedo, tuttavia, cosa ci sia rimasto – dietro le ante dei nostri armadi zeppi di cadaveri – di compromettente. Il ricatto riesce se la vittima ha davvero qualcosa da nascondere, qualcosa che valga. Ma se il valore è sempre e comunque il risultato di una negoziazione sociale ha da essere condiviso. Se no, non vale. E allora, cosa vale ancora – di condiviso, di socialmente diffuso – nel nostro Paese ? Il sol dell’avvenire, il duce, l’onestà, l’intransigenza morale, la coscienza di classe, la coscienza pulita ? No, mi dico, vale la sopravvivenza a qualsiasi costo – anche al costo dell’arbitrio, della protervia, dello strapotere, anche al costo di qualsiasi delitto – e il denaro. Causa processo inflazionistico, mi dico, scema la ricattabilità.

Il dossier che potrebbe far saltare il segretario di stato vaticano è presumibilmente autentico. Chi lo sa ? potrebbe perfino diminuire le probabilità della guerra. Ma non viene usato. Un protagonista a deciderlo c’è – fa i suoi calcoli e, alla fine, ci guadagna. Spia doppiogiochista, inganna chi lo paga. Ma l’amaro della vicenda magistralmente narrata da Jules Romains non sta in questo. L’amaro sta nel fatto che anche l’ingannato è lietissimo di lasciarsi ingannare, un po’ perché le cose vanno per i fatti loro nonostante le affannose cure dei singoli e un po’ perché -  da potente – sa sempre trovare il proprio tornaconto.

Un po’ di religiosità non poteva star fuori nemmeno dalla Repubblica del ricatto. Interrogato sulla storia del suo rapporto con l’uomo di fiducia Pio Pompa, il generale Pollari risponde che gli era stato presentato “nella tarda primavera o nell’estate del 2001 da don Luigi Verzé”, il “manager di Dio”, ex nobile veneto, già allievo del fascista e antisemita fondatore dell’Università Cattolica di Milano Agostino Gemelli, presidente della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor e a capo dei suoi annessi ospedalieri e dei suoi connessi universitari. Come Pompa sia arrivato a Don Verzé dopo essere passato per una società fallita con Patrizia Reggiani vedova Gucci fortemente sospettata di autovedovanza e per una collaborazione con un’azienda missilistica americana  interessata al progetto Echelon, ovvero il “grande orecchio” per spiare il mondo intero, non lo so, ma il percorso è forse più lineare di quello che può sembrare. Ma che Don Verzè risulti anche il padrone di una villa fuori Roma affittata per modici ottomila euro al mese al dipartimento riservato del Sismi specializzato in spionaggio economico-finanziario sembra fuori di dubbio. Come il fatto che detto don Verzè sia amicissimo di quel Berlusconi cui Pompa la spia promette per iscritto fedeltà e lealtà.

F. A.


Note

Missione a Roma di Jules Romains è stato pubblicato da Parenti, Firenze 1958. Dello stesso autore, in altra occasione, ho avuto modo di lodare lo straordinario Knoch, o il trionfo della medicina, ora edito da Liberilibri, Macerata 2007.  La repubblica del ricatto di Sandro Orlando è stato pubblicato da Chiarelettere, Milano 2008.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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