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la caccia

02/03/2008

Tentazioni secolari

Il senso del maiale
Novità e audacia

Novità e audacia

Avendo in sospetto le metafore militaresche in genere, guardo con diffidenza anche alle avanguardie.
    Lo sghiribizzo di designare come avanguardia un movimento artistico è già in voga nella seconda metà dell’Ottocento. C’è chi lo fa risalire all’ironia di Baudelaire nei confronti degli scrittori francesi progressisti, ma, di certo, in quanto “posizione ideologica e artistica molto avanzata” – anche se non si capisce bene verso cosa – ne parla Alfredo Oriani nel 1892. Poi, all’avanguardia ci furono tutti: cubisti, futuristi, dadaisti, surrealisti e, via via, tutti gli sgomitanti per un posto al sole della cultura ben pagata.
    Suggestione di parola e concetto – con tutte le sue vaghezze, ma anche con tutto il carico di positività del coraggio e di chi ci prova per primo – non sfuggirono al fascismo, che, nel 1926, nell’organizzazione della Gioventù Italiana del Littorio, designò con “avanguardisti” i ragazzi dai 14 ai 17 anni, successivi ai “balilla” e precedenti i membri dei Fasci Giovanili di Combattimento. Quella che veniva definita come “la tendenza a servirsi dei mezzi di espressione più nuovi e audaci”, insomma, veniva fatta transitare dall’ambito delle arti a quello della politica. Ma, mentre nel gergo militare il significato del concetto era chiaro – perché si parlava di truppe che si muovevano in posizione avanzata rispetto al grosso dell’esercito -, nelle sue varie trasposizioni mai qualcuno si è preso la briga di spiegarci bene i criteri con cui “novità” ed “audacia” venivano individuate.
    Le stesse autobattezzatesi neo-avanguardie dei primi anni Sessanta italiani – Gruppo 63 e dintorni, scrittori come Sanguineti, Balestrini, Eco, Guglielmi, Pagliarani –, pur dichiaratamente antifasciste, hanno sì parlato della necessità di “rompere con il passato” e di denunciare le “strutture stilistiche tradizionali”, istituendo il “nuovo”, scoprendo “più vitali strade espressive” e “nuove possibilità di discorso”, ma sui relativi criteri hanno perlopiù taciuto o farfugliato penosamente. Del linguaggio apparentemente tanto sotto accusa hanno usato ed abusato ampiamente e della cultura tradizionale hanno ingoiato volentieri i rospi  più disgustosi – sotto forma di filosofia e strutturalismi vari.

La televisione come il macellaio delle nostre anime non butta via niente. I ripostigliati del sistema delle stelle – sgranchitisi, spolverate le protesi, indugianti nel contenitivo, con il filo di voce che è rimasta loro – ricompaiono e cantano, fanno il verso al se stessi che sono stati, raccolgono ancora qualche briciola astutamente lasciata cadere dalla tavola dei paria che ne hanno sostituito la giovinezza. Nella maggior parte dei casi loro, cedono alla tentazione di riprodursi tali e quali sono stati, come se la replica di acconciature, indumenti e canzoni fosse sufficiente a ridar loro ciò che hanno irrimediabilmente perso. L’istanza di voler rimanere il se stesso consacrato nel sistema delle stelle assume, allora, i connotati più osceni.
    Rari, sono quelli che tornano alle luci della ribalta rinunciando ai lustrini ed alla messinscena anatomica del tempo che fu, offrendosi con tutta la dignità di ciò che sono diventati, come può toccare a ciascuno di noi diventare nel caso la buona sorte ce lo conceda. Fra questi rari, encomiabili perché accettano la propria parabola fisica sapendo che sono percepiti fin come estranei, impostori alieni che si sono impadroniti della sacra icona tradendone il valore simbolico, sere fa, Nicola Di Bari, che, irriconoscibile ma molto più lui di tanti altri che l’hanno preceduto e seguito – ectoplasmi in cartapecora, tutti ostentosi, come se davvero riuscissero  a credere che le cose gli stanno andando benissimo, che stanno per iniziare nuove tournée, tutti pronti a citare gamme di titoli che li hanno resi famosi, tutti abbarbicati ad una pubblica agiatezza che, soltanto al caro prezzo di un autoinganno, nasconde a malapena e per quel tanto che dura la circostanza la più tetra miseria privata – ha cantato come ha potuto “Il cuore è uno zingaro” e “La prima cosa bella”, i suoi cavalli di battaglia degli anni Sessanta, canzoni di cui gli era rimasto addosso quel poco, come un marchio sociale in via di sbiadimento..


    Fra i tanti, ricompare Gianni Nazzaro, cantante napoletano, sciarpa vistosa al collo e pelo tinto, con l’aria del rubacuori su una breccia che si fa sempre più larga e screpolata. Come agli altri, una volta ricordatosi nell’esercizio della prestazione di un tempo, non gli viene negata la domandina di rito – giusto per non mandarlo via come fosse ad un plotone di esecuzione. Che fai ? E lì Nazzaro comincia col dire che farà del teatro, che sta preparando uno spettacolo dedicato alla Napoli del Seicento, ma ha subito come un doppio pensiero che lo interrompe prima di raccontarcene di più. “Senza alcun avanguardismo”, prova a glossare con fare rassicurante. L’intervistatore ovviamente non capisce quel che vuol dire, ma non gli passa neppure per la capa di chiedere un supplemento. Anzi, lo ferma prima che sia troppo tardi, sorride d’intesa, gutturalizza qualche sonorità divertita e lo condisce via per l’ultimo applauso.

Ci se la potrebbe anche cavare dicendoci: chi lo sa che cavolo volesse dire. E proseguendo oltre. Ma quell’avanguardismo ha troppa storia di un certo tipo alle spalle per far finta di niente. Visto che la localizzazione temporale è nel passato, il riferimento alle avanguardie porta al precorrere i tempi. Ci cogli, inevitabilmente, un ammicco al presente. Parla della Napoli del Seicento dove, presumibilmente, scopre difetti analoghi a quelli che la caratterizzano ancora al giorno d’oggi. Sta riferendosi al problema dell’urbana nettezza o, più prosaicamente, del pattume. Per lui, non far dell’avanguardismo, non vuol dire star ben lontano dalle tentazioni autoritarie sfinendo la democrazia nel fascismo – e non vuol dire nemmeno rivoluzionare i linguaggi dell’arte borghese -, ma significa semplicemente constatare che i guai di Napoli sono antichi e che avrebbero potuto essere individuati anche in quel Seicento da cui prende le mosse la struttura narrativa del suo spettacolo. Senza assumere nei loro confronti, tuttavia, un atteggiamento di denuncia, che sarebbe il negativo da cui lui, rassicurante, garantisce di star ben lontano. Quanto al modo di correggerli, infatti - questi guai -, Nazzaro si guarda bene dall’accennarvi.
    Anzi, a dire il vero, Nazzaro si è guardato bene dal dire alcunché. Ha alluso. Ha alluso ed è bastato. Ha tentato di dire qualcosa – e qui sta l’audacia -, ha sbagliato parola – e qui sta la novità – , ha titubato troppo e, nello zelo del conduttore, è stato tolto di mezzo prima che l’imbarazzo della situazione potesse essere percepito. Nel rumore di fondo di cui la televisione è costituita ci sta di tutto. Sempre più indifferenziato, come il pattume accumulato per le strade.

    F. A.


Nota

Il rovesciamento della “nettezza urbana” in Urbana nettezza lo devo ad una straordinaria prova di scrittura di Francesco Muzzioli (Oedipus edizioni, Roma 2008). Per la formulazione delle tesi delle neo-avanguardie mi sono servito di Avanguardia e sperimentalismo di Angelo Guglielmi, Feltrinelli, Milano 1964.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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