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01/06/2008
Alta e bassa cucina
Qualcosa in più
L’assaggio
L’assaggio
Ogniqualvolta qualcuno rammenta quella favola che Andersen pubblicò nel 1837, I vestiti nuovi dell’imperatore, lo fa per affondare la lama della critica nei confronti di quegli aspiranti potenti che, adulando l’imperatore – e giurando che l’abito che crede di avere indosso è una meraviglia – sperano di ottenerne in cambio prebende e briciole di potere. In auge, allora, viene portato soltanto quel bimbo che, nella sua innocenza sociale – nel suo non aver nulla da perderci o, meglio, nel non aver ancora imparato cosa ci perderà – può permettersi di dichiarare che l’imperatore è nudo.
Nessuno si è mai preoccupato seriamente per come si senta questo imperatore, perché va da sé che lui sappia benissimo di esser nudo e, nel sentirsi adulato, sappia anche benissimo di essere circondato da una moltitudine di idioti servili.
Tra le varie mansioni affidatemi dall’istituzione per cui lavoro, c’è anche quella di partecipare della redazione di una sua rivista bimestrale specificamente dedicata alle attività di cui ci si occupa. E’ in questa veste, dunque, che, un paio di mesi or sono mi trovo a soppesare con attenzione un articolo ricevuto per la pubblicazione. Ne rimango piuttosto perplesso. Il suo argomento mi sta bene e, quanto a qualità di scrittura, diciamo che non è meglio né peggio di tanti altri che, magari dopo qualche ritocco cosmetico, pubblico di regola. Ci sono però due suoi aspetti che lo rendono impubblicabile o, almeno, che ne sconsiglierebbero la pubblicazione a chiunque. Il primo è costituito dal fatto che l’articolo è dedicato ad un libro e che questo libro è del medesimo autore che ha scritto l’articolo. Nessuno, in nessun giornale del mondo – lo dico anche se, a dire il vero, qualche esempio contrario lo potrei fare – nessuno recensisce se stesso. Il secondo costituisce un problema di più facile soluzione: l’autore si abbandona ad uno sperticato elogio del Presidente dell’istituzione medesima e, dal momento che penso che nessun presidente ami far la figura di pubblicare sul proprio giornale l’elogio di se stesso, potrei cavarmela con un semplice drastico taglio. Via una frase e tutto va bene. Ma resta il primo problema e quello non è risolvibile né con un taglio né con una correzione. Ci penso su un attimo e la soluzione ce l’ho.
L’aristotelico Teofrasto, fra i suoi Caratteri, non può esimersi dal considerare l’adulatore. Lo descrive per esempi, come quello che, in ogni circostanza sociale, loda sperticatamente la tal persona alla condizione che la tal persona in questione o lo possa sentire direttamente o, comunque, possa venire a conoscenza della cosa. Solo così, d’altronde, nei piani dell’adulatore, la lode potrà portargli vantaggi. Secoli dopo, allorché nel Settecento prende piede la mania fisiognomica, c’è chi all’adulatore conferirà perfino quello che si vorrebbe un assetto fisico tanto ben delineato da renderlo riconoscibile a prima vista: “faccia media, fronte sereno unito ed alto, occhio piccolo e mobile, il cui colore d’ordinario volge al verde, voce persuasiva e piacevole, reni flessibili, mani e piedi sottili, passo disinvolto, corpo naturalmente inclinato e sorriso facile”. Che, poi, questo tipo di fisicità sia in realtà miscelato neppure tanto abilmente con giudizi di ordine morale, è evidente – come è evidente che dalla fisiognomica possano scaturire svariate forme di razzismo. Ma è indubbio che queste testimonianze confermano la realtà sociale di un problema: la lode in presenza del lodato è dubbia e induce al sospetto – primo fra tutti nel lodato; la consapevolezza di ciò, poi, ingenera imbarazzo negli astanti. Il che, peraltro, non garantisce affatto che la lode in assenza del lodato vada sempre e comunque interpretata come un atto di cristallina buona fede. In fin dei conti, al bene comune contribuisce più la critica che non l’assenso incondizionato.
La mia soluzione è semplice. Telefono all’autore e gli dico che incarico un redattore di preparare una recensione del suo libro, così, perlomeno, eviterà la pessima figura di parlare di se stesso e, al contempo, eviterà che la rivista faccia la pessima figura di pubblicare articoli in cui l’autore parla di se stesso. Dopo un attimo di titubanza, l’autore sembra capire e mi dice di sì, ma certo, che è una buona idea e che mi ringrazia per averla avuta.
Jonathan Swift, uno che sulle debolezze umane la sapeva lunga, ma senza che ciò gli evitasse di manifestare una certa altezzosa aristocraticità, dice che “l’adulazione è il cibo degli sciocchi”. Io mi domando sempre se lo sciocco non nasconda una certa qual furbizia – così come se il furbo, invece, non nasconda una certa qual sciocchezza. Fra le due categorie, voglio dire, c’è forse una maggior continuità di quanto una certa psicologia classificante vorrebbe farci credere. Jonathan Swift, comunque, dopo aver detto che “l’adulazione è il pane degli sciocchi”, aggiunge che “tuttavia, talvolta gli uomini d’ingegno condiscendono ad assaggiarne un po’”.
Ci ho sofferto subito e ci soffro tuttora. Per amor proprio, per investimento affettivo verso l’altrui riottoso e per vergogna riflessa – perché mi fa male assistere allo scempio morale di qualcuno, perché mi fa male veder dissipare dignità. Mi telefonano l’altra sera che la rivista uscirà in ritardo. Chiedo se ci sono problemi in tipografia. Sì, mi rispondono di sì, che i problemi ci sono, nel senso che l’autore di quell’articolo in cui parla di stesso ha telefonato al presidente e che il presidente è intervenuto personalmente perché il suo articolo venisse pubblicato tale e quale – inclusa la lode a suo carico – al posto della recensione che avevo commissionato.
Così l’altezzosa aristocraticità di uno Swift sembrerebbe l’unica via di scampo eventuale. Se agli occhi del potente – sia d’ingegno o meno, sia lì per merito o per sghiribizzo della sorte - non c’è adulazione controproducente, siamo tutti costretti ad aver pena per lui e, al contempo, a perdere ogni speranza per noi. Siamo in mano sua e questa mano è, a dir poco, insicura. Un mondo di leale collaborazione per ottenere un risultato comune si rivela una vana chimera. L’intelligenza della critica è bandita e la prostrazione adulante premiata. Ci tocca prendere davvero in considerazione l’eventualità che l’imperatore non sappia di esser nudo, ma nello sgomento della constatazione, ci rendiamo conto che il costo sociale di questa beata torpidezza è alto. Basta che quel pane l’assaggi lui e ci avvelena tutti.
F. A.
Nota
Secondo qualcuno più informato di me – e tanto solerte da compilare voci in Wikipedia – Andersen modellò I vestiti nuovi dell’imperatore su uno scritto di un intellettuale spagnolo medioevale, Don Juan Manuel (1282-1348), frequentatore di re che, dunque, in materia poteva saperla lunga. I caratteri di Teofrasto, con testo greco a fronte, è edito da Rizzoli, Milano 1979. La descrizione “fisica” dell’adulatore in versione fisiognomica è tratta da A. David, L’arte di conoscere gli uomini - Il piccolo Lavater e il Dottor Gall, Francesco Pagnoni editore, Milano, senza data.
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