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Caccia all'ideologico quotidiano
29/04/2007
Slogan in Lombardia
Biochimica e geopolitica dell’armonia
Diritti, doveri e sospetti
Biochimica e geopolitica dell’armonia
Narra Giuseppe Flavio, probabilmente dandoci dentro, che Salomone, per l’inaugurazione del tempio, avesse fatto costruire duecentomila trombe e quarantamila altri strumenti musicali non meglio identificati. Qua e là nell’Antico Testamento, ne compaiono parecchi: timpani, flauti, trombe di osso e trombe di metallo, strumenti a corda, cembali, tamburi, nacchere. E, ovviamente, la cetra di Davide.
Ma san Paolo, in quelle sue lettere che ogni volta che arrivavano a destinazione non dovevano suscitare grandi manifestazioni di giubilo, raccomanda soltanto il canto dei salmi e degli inni sacri. Fu così che, di restrizione in restrizione, i Padri della Chiesa ben presto giunsero a proibire espressamente la musica strumentale perché ritenuta troppo “carnale”.
Nel mondo islamico la proibizione degli strumenti musicali è stata posta in relazione ad una interpretazione piuttosto estesuccia di un versetto del Corano che parla di coloro che “si danno a corrompere la terra”. Su questa base sono stati banditi, allora, gli strumenti a fiato e quelli a percussione perché posti in relazione al consumo di alcol ed alla licenziosità ed è stata guardata con sospetto anche la voce femminile perché potrebbe indurre in tentazione. E’ un dibattito che dura da secoli fra i diversi studiosi dei testi sacri ed è un dibattito che non ha salvato la vita – e che, anzi, l’ha annientata – al povero Nazar Gul, l’afghano di cui si è avuta notizia la settimana scorsa, massacrato a colpi di pietra da solerti custodi della loro verità per aver suonato il suo tamburo ad una festa di matrimonio. Dal miscelare incautamente un atteggiamento religioso con un atteggiamento estetico ne vien fuori una forma di critica d’arte molto più diffusa nelle vicende umane di quanto si pensi, quella della lapidazione. Non solo metaforicamente.
In Perché ci piace la musica, Silvia Bencivelli racconta anche di quegli studi che hanno portato a considerare la musica e il canto come regolatori dell’umore. Riferisce, allora, di alcuni esperimenti condotti su bambini verificando i livelli di cortisolo passato dal sangue alla saliva. Questo cortisolo è un ormone che viene prodotto dal surrene in particolari situazioni di allarme o di percezione del pericolo, ma, quando il bambino sente cantare la propria mamma, diminuisce drasticamente. E cala lo stress. E’ così che il canto costituisce per la mamma una sorta di estensione delle mani: non potendolo sempre tenere in braccio, può mantenere sereno il bambino cantando.
La stessa Bencivelli riferisce anche di altre ricerche. Una, condotta fra i fedeli di una chiesa anglicana, appura che, subito dopo il canto degli inni, costoro registrano un aumento di endorfine, un neurotrasmettitore che, di solito, produciamo a piene mani durante i rapporti sessuali. Un’altra, condotta in Giappone, ha portato alla conclusione che l’ascolto di musica ha conseguenze diverse in maschi e femmine: nei primi cala il testosterone – un altro ormone che con il sesso ha parecchio e che fare – e nelle seconde cresce. Attenzione.
La cosmogonia di Anassimandro prevedeva una Terra a forma di cilindro sospeso nello spazio e circondato da sfere. Pitagora accetta lo schema e lo arricchisce di un particolare: le sfere celesti producono un suono, e non un suono qualsiasi, ma un’armonia, che, tuttavia, alle limitate orecchie umane risulta inudibile – forse, un po’ meno alle acutissime sue, che, nel porre rapporti tra numeri e suoni e tra numeri e checchessia disegna le leggi del creato. Tanto è vero che, nonostante di scale se ne sian fatte altre e più ricche (come quella di Tolomeo, già disponibile dal II secolo d. C.), la scala pitagorica viene adottata dalla Chiesa Cattolica e difesa a spada tratta. I papi imposero la scala pitagorica nella musica liturgica e nel canto gregoriano. Nel 1324, Giovanni XXII emanò un editto in cui – proprio al fine di salvare la tradizione pitagorica - si prescriveva l’impiego dei soli intervalli di ottava, quarta e quinta. Questa volontà normativa dei cattolici in fatto di gusti musicali non è cosa del passato remoto. Quando Ratzinger non era ancora papa ma zelante prefetto della versione attuale del Santo Uffizio, disse che “il rock deve essere purificato dei suoi messaggi diabolici” e che “si oppone al culto cristiano”, mentre un suo dipendente – monsignor Frisina, direttore del Centro Liturgico del Vicariato di Roma e della Cappella Lateranense -, ai nostri attualissimi giorni, ribadisce che il rock “è l’espressione del male”. Vi si scorgerebbe, in questo tipo di musica, la capacità di “liberare l’uomo da se stesso nell’evento di massa e nello sconvolgimento mediante il ritmo, il rumore e gli effetti luminosi, facendo precipitare chi vi partecipa nel potere primitivo del Tutto”. Fra alcune interpretazioni del fondamentalismo islamico e altre del mondo cattolico, allora, vi sono evidenti affinità.
Tuttavia, la compagnia dei repressori – in musica come nelle arti in genere – è numerosa, molto più numerosa e più variamente distribuita nel pianeta di quanto si suppone di consueto. Molto più stimata nei salotti intellettuali di quanto non lo siano talebani e tradizionalisti cattolici e ugualmente impegnata a rendere questo mondo sempre più insopportabile. Raramente gli estetologi e i grandi artisti hanno resistito all’idea di ridurre a norma per gli altri quel che piaceva a loro.
Ci fu chi, come Fausto Torrefranca (1883-1955) - che fondò a Roma la prima cattedra di storia della musica ed estetica musicale, agli inizi del Novecento – cercò di porre le basi di una dittatura durevole sostenendo ne La via musicale dello spirito (1910) che “la musica è espressione germinale di tutte le espressioni: espressione dell’attività fondamentale di tutte le attività”. E ci fu chi, in pratica, tentò di sostituirsi a quel Dio da cui Gregorio Magno pretendeva di aver direttamente ricevuto la musica. Racconta Walter Pater di essere andato a trovare, un giorno, il “grande musicista” Gustav Mahler ritirato in solitudine per meglio comporre i suoi capolavori. Mahler lo accoglie alla stazioncina di montagna e poi, pian piano, se ne vanno verso casa, ma Pater indugia lungo la via. E’ affascinato dall’ambiente naturale. E’ un posto stupendo quello che si è scovato il suo amico: picchi possenti e paesaggi meravigliosi, un incanto. Ma Mahler lo richiama subito all’ordine: “Andiamo andiamo”, gli dice, “Lascia perdere: ho già messo in musica tutto io”.
Sarà perché i suoi rapporti con Dio non sono mai stati dei migliori, sarà perché proprio entusiasta di essere il primo re di Israele non lo era mai stato, ma questo Saul era sempre incavolato nero. E a ciò e soltanto a ciò si deve il suo incontro con Davide. Le cose andarono così. Un giorno sì e un giorno no, il Signore Iddio gli mandava uno spirito malvagio contro cui non c’erano antistaminici che tenessero e i suoi servi, che se non altro alla propria vita erano affezionati, gli proposero di ingaggiare un bel giovane, valente guerriero, buon parlatore, persona dabbene e, soprattutto, abilissimo suonatore di cetra. Insistono tanto che lui dice, “va be’, proviamo”. Glielo portano e fin che dura nasce un’amicizia, perché come arrivava lo spirito malvagio Davide si metteva a suonare la sua cetra prodigiosa e nel cervello di Saul cominciavano ad aumentare le endorfine, mentre nella saliva diminuiva il cortisolo e, purtroppo per lui, diminuiva anche il testosterone. Se ne accorgerà troppo tardi.
F. A.
Note
Cfr. Samuele 1, 16, 14-23.
Perché ci piace la musica di Silvia Bencivelli è pubblicato da Sironi, Milano 2007. Degli esperimenti citati si parla a pag. 120 e alle pagg. 140-141.
La testimonianza dello scrittore inglese Walter Pater è citata in H. H. Eggebrecht, La musica di Gustav Mahler, La Nuova Italia, Firenze 1994, pp. 119-160, nella traduzione di L. Dalla Piccola.
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