Nella sua opera dedicata a La scoperta della libertà, il medico e letterato Jean Starobinski si sofferma su quei pittori – come Francesco Guardi (1712-1793), Giovanni Niccolò Servandoni (1695-1766), Hubert Robert (1733-1808), Alessandro Magnasco (1667-1749) e Giovanni Paolo Pannini (1691-1765) – che furono irresistibilmente attratti dalle rovine. I loro dipinti si risolvono perlopiù in accurate rappresentazioni di residui di colonnati, capitelli, frontoni, squarci di templi, obelischi smozzicati, archi con poco da sorreggere più, sassi ricategorizzati come vestigia e sterpaglie che vi crescono sopra, vegetali tenaci che - come ci capita di ammirare qualche volta in un marciapiedi meno battuto della metropoli -, si attaccano ovunque – quasi famelicamente, come se l’artista attribuisse loro una colpa nei confronti di un nobile passato. Questi prodromi di non-luoghi (forse, qui è il caso di dirlo)-, pur ospitando qua e là pastori e fanciulle dall’occupazione incerta, dissotteratori in cerca di fortuna, soldataglia allo sbando, cani e pecore – sorgono nell’isolatezza, spersi in agresticità vaghe, come se certe assenze conferissero loro un significato particolarmente valorizzato. Nonostante siano “arche di un’epoca immemoriale”, dice Starobinski, in essi “si tratta di richiamare alla memoria, non senza orgoglio, le gesta di un’architettura prodigiosa”, mentre le figure umane del loro presente “sembrano vivere in sogno”. La spiegazione l’affida alle parole di Diderot al quale le rovine risveglierebbero “idee grandiose”, che, tuttavia, al momento di dircele, non vanno oltre la consapevolezza che “tutto s’annienta, tutto perisce, tutto passa. Soltanto il mondo resta. Soltanto il tempo dura”. Banalità che, a dire il vero, il Maestro illuminista avrebbe anche potuto risparmiarsi, ma che, presumibilmente, esprimono davvero l’istanza ideologica che agisce a monte di queste scelte pittoriche. La rovina in rovina, in un glissando d’arpa come ideale correlato musicale, accredita il ricco committente settecentesco del rispetto per una cultura storica fantasiosa di cui, in realtà, non gliene frega niente.
E’ un’area considerevole dove potrebbero starci almeno un paio di campi da football.Tra via Fauché e via Castelvetro, a Milano, in questi giorni, hanno raso al suolo i fabbricati di una nota azienda. O mettendosi alla distanza giusta, o salendo di qualche gradino, o sbirciando alla bell’e meglio dagli interstizi degli steccati, è possibile rendersi conto dello stato dei lavori: scavi, spianate, ruspe, automezzi, intonaci, mura sgretolate, sassi – tutto al livello del terreno o addirittura sotto. Tranne due residui: un angolo e un brandello di ingresso. Sono monconi di cemento nei confronti dei quali l’iconologia di guerra ci ha come immunizzato - come rimasti in piedi dopo un bombardamento, eppure ancora significativi – nel senso che mantengono intatto il rapporto con la loro funzione architettonica: un angolo, l’ingresso. Rovine. Ma di una storia senza pretese. Rovine che non suggeriscono “idee grandiose” a nessun Diderot del ventunesimo secolo perché prive di durata e ben inserite nel contesto urbano. Più macerie che rovine, quindi. Ci sarà anche un perché – un perché c’è sempre – del fatto che questi due monconi di un complesso architettonico distrutto siano ancora in piedi, ma per la nostra coscienza di spettatori è implicito che si tratti di momenti, di giorni, forse anche di un mese, ma sappiamo che – a meno di un imprevisto piuttosto rilevante – questo stato di rovina è destinato a cessare. Lo steccato che ce ne separa – lo steccato che vi impedisce il brulicare di pastori, fanciulle dall’incerta occupazione, disotterratori in cerca di fortuna, soldataglia allo sbando, cani e pecore – ci garantisce un’incolumità che è prima fisica e poi morale: stabilisce che non è affar nostro, che ha una storia sua, del tutto avulsa da nostre eventuali competenze e responsabilità. La città cambia e cambia in una fretta nascosta, perché neppure ci si accorga che i personaggi del quadro non siamo noi. Noi siamo pregati di fare come se nulla fosse una volta che è terminato. Riabitarlo, ribrulicarci, senza soffrire di mancanze, vivendo asetticamente il presente sostituito.
Dicono che ci costruiranno sopra un enorme supermercato. O qualcosa del genere del posto in cui sono stato ieri. Avevo in mente il prima, mi sono ritrovato all’improvviso nel dopo. Andavo a trovare un amico nel suo nuovo ufficio. Anche lì ci sarà stato qualcosa di vecchio e cadente, che è stato raso al suolo e che è stato sostituito con un progetto architettonico che, per usare una metafora ottimistica, dirò “al passo con i tempi”. Grande ingresso a vetri, marchingegni elettronici di controllo, cartellini identificativi assegnati da portieri in uniforme: un mondo fatto di ponti trasparenti, piazza interna coperta da una struttura ariosa, geometrie iperboliche, il curvilineo al potere anche negli uffici all’interno, scale mobili e ascensori a vista, tutto il bagaglio immaginifico dei film di fantascienza che ci hanno accompagnato fin qui. Il silenzio dell’apnea sociale. Punteggiano questo simulacro di piazza i posacenere, distribuiti saggiamente a distanza reciproca. A fianco, perlopiù solitario, il fumatore o la fumatrice che consuma il suo peccato sotto gli occhi di tutti che del trasparente profittano almeno quanto ne sono profittati. Ho fatto il mio percorso ed ho provato ad indugiarvi, scoprendo in me la netta sensazione di essere in scala, progettato da qualcuno, figurina nel modellino di uno studio di architettura sufficientemente fortunato e sagace da vincere una gara d’appalto.
Mi sentivo come il personaggio di Tati. In particolare, mi rivedevo in Mon oncle – che è del 1958 – e in Playtime – che è del 1967. Nella casa cibernetica, negli uffici ipertecnologici della città nuova e nel mega ristorante che ha da essere inaugurato nonostante l’arretratezza dei lavori che lo riguardano, Jacques Tati individuava tre contesti narrativi in cui l’avanzata inesorabile di un progresso cieco e aberrante poteva venir perlomeno frenata da quelle contraddizioni che, più o meno sistematicamente, giungevano al punto della loro massima evidenza. All’automatismo ed all’asetticità, dunque, si poteva rimediare – più l’architettura mostrava le sue crepe, ovvero la carenza di analisi da cui era scaturita, più ricrescevano ormai inattendibili relazioni umane. Peggio le cose andavano, insomma, dal punto di vista del progetto, meglio era per quei poveri esseri che del progetto dovevano essere gli oggetti.
La casa che abitiamo si apriva sul retro ad un giardino. C’erano alberi e qualche fiore. Non era una meraviglia, ma, in quanto luogo conchiuso, concedeva a chi vi poteva passare qualche momento del proprio tempo una strana sensazione di requie che a Milano è rara a provarsi. Avevamo chiesto ai proprietari di piantare dell’uva e dei kiwi e ci era stato concesso, così che, in primavera ed in estate, o l’ombra, o il fresco o i frutti rendevano ancora più piacevole il sostarci. Questo giardino esisteva dal 1928. Nei mesi scorsi i proprietari hanno ricevuto un’offerta e l’hanno venduto. Il Comune ha dato il permesso di trasformarlo in parcheggi per le auto. Hanno tagliato tutto e si sono dati da fare. Ora, quando presumibilmente siamo alla fase conclusiva, lo spazio è pieno di detriti, fra i quali qualcosa di quel che c’è stato è ancora riconoscibile. Mi dico che nel categorizzare qualcosa come “rovina” piuttosto che come “maceria”, c’è, per l’appunto, l’implicita capacità di chi guarda a ricondurre ad un passato circoscrivibile ciò che vede. E mi dico che, così come c’è stato il “pittore di rovine”, ci potrebbe anche stare “lo scrittore di rovine”. Tuttavia, guardando e riguardando le macerie e il pattume accumulati nel giardino in attesa della spianata definitiva che porterà la nuova mineralizzazione in sostituzione della vecchia vegetazione, non mi vengono alla mente “idee grandiose”. Le macerie sono residuo fisico per storia loro e residuo mentale per storia mia. Ricordo a breve, memoria dalle ore contate, prossima alla rimozione per dare spazio a ciò con cui l’appacificarsi è d’obbligo. Più le guardo e meno idee grandiose mi vengono: il tempo rimane quel che è – una categoria mentale con cui do un po’ d’ordine alla mia ed all’altrui esistenza, un motore metaforico produttore di senso illusorio -, ma queste macerie mi confermano semplicemente che il successo dell’idea consolatoria di progresso nonché il perentorio primato dell’economia nascondono alla meno peggio l’interesse di qualcuno e il potere che lo realizza.
F. A.
Note La scoperta della libertà di Jean Starobinski è pubblicata da Fabbri e Skira, a Milano nel 1965. La citazione di Diderot è a pagina 183.