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Caccia all'ideologico quotidiano
28/01/2007
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Tre momenti di nostalgia parimenti sospetta
Guerriglie postume
Tre momenti di nostalgia parimenti sospetta
L’austriaco Ivan Illich si era laureato in teologia e in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. Per un po’ ha fatto il prete, poi ha lasciato perdere. E’ morto nel 2002, non prima di aver scritto libri importanti che ci hanno costretto ad angustiose riflessioni sulla scuola, sulla medicina, sulla scienza in genere e sull’idea di sviluppo. Ne La convivialità – un libro che scrisse nel 1973 – sostiene che “noi dobbiamo e, grazie al progresso scientifico, possiamo edificare una società post-industriale in modo che l’esercizio della creatività di una persona non imponga mai ad altri un lavoro, un sapere o un tipo di consumo obbligatori”. Ci toccherebbe, in altre parole, l’impegno gravoso di una “ricostruzione sociale che rispetti le condizioni di convivialità”, senza la quale mai e poi mai riusciremmo a coniugare “sopravvivenza ed equità”.
Nei giorni scorsi, in rete, m’imbatto in una singolare coincidenza. Nella selezione finale di uno di questi marchingegni un po’ umilianti che sono i “premi di poesia” ci è finita la poesia di un poeta che ho avuto il piacere di leggere e di studiare. Si tratta di Valentino Ronchi, che, un paio di anni or sono, ha pubblicato Canzoni della bella vita, libro che ho avuto anche il piacere e l’onore di discutere con l’autore medesimo. Fin qui, sono cose che capitano. La coincidenza più curiosa sta nel fatto che, fra le tante, è proprio l’unica poesia da me analizzata con una certa scrupolosità ad esser stata selezionata per il premio in questione. E’ una coincidenza che, tuttavia, in definitiva, non suscita grandi problemi. Si intitola La latteria di via Calvairate ed io l’avevo scelta perché ne avevo scovato – giusto in rete – una precedente versione e, quindi, ho voluto approfittare della possibilità di un confronto. Come cesella un poeta. Qualcun altro magari l’avrà scelta per motivi di ordine estetico.
Il sito che la ospita insieme a tutte le altre poesie finaliste del premio, tuttavia, incoraggia i lettori ad esprimere il loro parere ed il loro voto. Mi è capitato pertanto di soffermarmi sul primo commento inviato a proposito di questa poesia e di scoprire così che, almeno ad un lettore – almeno a quel lettore -, la poesia non è piaciuta affatto. Se la sbriga alla svelta e assicura che, in nessun caso, la voterà. Il perché è interessante.
L’architetto Pietro Lembi ha messo pazientemente per iscritto tutte le sue accuratissime ricerche sul rapporto tra l’acqua e la città di Milano e ne è sorto un libro riccamente articolato e spesso sorprendente per la prontezza divagatoria con cui, da un elemento di minima cospicuità, si ricava una molteplicità di sensi e di intrecci storici. Il fiume sommerso, s’intitola, Milano, le acque, gli abitanti – soprattutto gli abitanti, verrebbe da aggiungere, che, ponendosi in relazione e costituendosi in comunità investono via via di significati simbolici gli elementi che, come l’acqua, risultano essenziali alla loro sopravvivenza.
Fra tanta acqua, ovviamente, non poteva mancare quella dell’Olona. Il milanese di oggi, forse, non sa nemmeno che cosa sia, ma il milanese che sono stato io se lo ricorda bene: in piazzale Lotto, Zavattari, Brescia, lungo la circonvallazione, acque molto mosse e piuttosto maleodoranti contribuivano da par loro alla nebbia da tagliarsi col coltello degli anni Cinquanta. Prima di venire interrato, come la maggior parte delle acque su cui è edificata Milano.
Bé, in una delle sue peregrinazioni investiganti, Lembi va a cercare “il punto esatto in cui l’acqua dell’Olona esce alla luce del sole” e lo trova, ma non può fare a meno di notare che, “immerso nell’acqua, pochi centimetri dalla sua uscita dalla terra, impigliato tra una radice e un sasso”, c’è “un sacchetto di patatine dal nome di un noto santo milanese”.
Racconta Lembi anche del proprio incontro con Ivan Illich, poco tempo prima che morisse. Sono in Toscana, ad un convegno, sta parlando un altro relatore e Lembi vede Illich che, ad un certo momento, si alza dal proprio posto e va a versargli dell’acqua nel bicchiere: “un gesto conviviale che ha permesso di mutare la situazione in un aspetto più morbido e armonioso”.
Quello scrive a chiare lettere che in nessun caso voterà per Valentino Ronchi e per la sua poesia, La latteria di via Calvairate, perché lui in via Calvairate ci abita e in via Calvairate non c’è nessuna latteria. Il poeta, insomma, è un imbroglione. Anzi, un imbroglione del primo tipo.
Si danno casi, allora, in cui l’esigenza di applicazione del principio di verità ci mette in serio imbarazzo. Credevamo di aver pattuito qualcosa con il nostro interlocutore e scopriamo che, invece, ci siamo sbagliati. Il poeta parla fidando nella condivisione di un processo di simbolizzazione e, a volte, sbatte il muso contro la dura consapevolezza che questa condivisione non c’è. La latteria di via Calvairate, a leggere attentamente il testo, funziona da simbolo di uno di quei luoghi di relazioni umane che sono già spariti o che vanno sparendo dal tessuto urbano. Come il pacchetto di patatine alla fonte dell’Olona ci dice qualcosa sulla purezza di una natura che non c’è più e come il gesto di Illich ci dice qualcosa su un’attenzione dell’uno verso l’altro che, almeno in certi contesti dove l’asimmetria sociale è più pronunciata, è drammaticamente vissuta più come spreco che come risorsa.
L’individuare i tratti costitutivi della nostalgia non significa accoglierne acriticamente i risvolti ideologici. Troppo spesso il rimpianto per qualcosa che, valorizzandolo, collochiamo nel passato si traduce in una forma di apatica rassegnazione o di attese messianiche con cui affrontiamo il presente. Nell’interpretare fatti e fatterelli cui abitualmente concediamo un certo grado di autonomia da noi che, volendone essere semplici spettatori, ci mettiamo parecchio del nostro, invece, per renderli come crediamo che siano, allora, teniamo sempre presente che molte alternative sono egualmente possibili. Illich avrebbe potuto alzarsi perché, da furbo, aveva capito che avrebbe attirato su di sé l’ammirazione generale, o, ancor più strategicamente perché, soffrendo di emorroidi, non ne vedeva l’ora; il pacchetto di patatine alla fonte dell’Olona magari non c’era, ma per la sensibilità di Lembi ci stava da Dio; mentre Valentino Ronchi potrebbe essere un imbroglione del secondo tipo. Perché, per costruirsi un’opposizione troppo opposizione per essere presa nella considerazione della maggior parte dei lettori di poesia, il commento negativo sulla latteria di via Calvairate potrebbe averlo scritto lui stesso.
F. A.
Note
La convivialità è edito da Mondadori nel 1974. La citazione è tratta da pag. 35. Le canzoni di bella vita è edito da Lampi di Stampa nel 2005. Il fiume sommerso è edito da Jaca Book nel 2006. Le citazioni sono tratte da pag. 42 e da pag. 111.
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