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27/05/2007

 

 

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Una metafora in difetto

 

In quella Grecia dilaniata da una lunga guerra per ottenere l’indipendenza dalla Turchia – in quella stessa lunga guerra in cui, nel 1824, il poeta Lord George Gordon Byron, si trovò a pagare il conto del suo zeppo libretto sanitario -, le grandi potenze dell’epoca, valeaddire Francia Inghilterra e Russia, imposero un re di loro comodo e la scelta cadde su Ottone di Baviera, che, evidentemente, al momento era libero da impegni. Era ormai il 1832 e Ottone, fra contrasti e guerre civili più e meno striscianti, avrebbe tenuto duro fino al 1862, quando venne sostituito da Giorgio I, un altro disinvolto, pescato, questa volta, fra i disoccupati della corona reale danese.

Durante il problematico regno di Ottone, il contrasto fondamentale fu tra coloro che si ripromettevano un’europeizzazione del paese ed una sorta di cartello formato da tradizionalisti più o meno filoturchi e rivoluzionari, ma questo contrasto – oltre che con le consuete vie di fatto – venne manifestato anche da alcune scelte in ordine al codice vestimentario. I primi, coloro ai quali Ottone andava bene, vestivano all’occidentale – pantaloni e giacca con i risvolti -, mentre gli altri, coloro ai quali Ottone e cosa rappresentava non andava bene affatto, vestivano secondo i dettami della tradizione – gonnellino  a pieghe sopra la calzamaglia. I primi venivano chiamati i “redingotes”, mentre i secondi i “fustaneles”, ovvero i gonnellini.

 

Racconta Giacomo Casanova, nella Storia della mia vita, che a Marsiglia, da una compiacente ballerina, gli furono offerti dei “redingotes inglesi”. Trattavasi di piccoli sacchetti di intestini di agnello o di pelle di pescecane, alla cui chiusura provvedeva un nastrino rosso, che venivano venduti in confezioni da dodici. Sembra non mancassero mai dai taschini del panciotto di quei signori che, come Casanova e lord Byron, sollevati di natura da incombenze di ordine morale, ne usufruivano spesso in funzione sia contraccettiva che profilattica. Sulla loro efficacia ci sarà consentito qualche dubbio, visto che costoro mai rimanevano nei dintorni il tempo sufficiente per verificarne la prima funzione e che, a giudicare dal numero delle infezioni veneree da loro contratte e puntualmente registrate, anche la seconda sembrerebbe mal’assolta.

 

In attesa del tram, guardo l’ultima pubblicità della Coop. C’è un bassotto che indossa un maglioncino rosso sul quale è scritto “Coop” e, assecondando uno stereotipo del ceto medio americano, porta in bocca un giornale arrotolato. La scritta dice: “Prezzi bassi quotidiani”.

 

Tuttavia, i dizionari per quanto concerne la redingote sono chiarissimi: “giacca lunga fino al ginocchio, spaccata dietro”. “Spaccata dietro”, non so se mi spiego. Nulla di più controindicato per un preservativo. Che Casanova, oltre che delle numerose malattie - chiamiamole così – professionali, soffrisse di una sorta di impotenza metaforica ?

 

Qualche conto pare non tornare anche nella pubblicità della Coop. Se si prova a far corrispondere  parole e immagini, sembra di rimanere con un pezzo in mano che non si sa dove mettere. “Prezzi bassi quotidiani”: a “quotidiani” corrisponde formalmente il giornale quotidiano in bocca al cane; a “bassi” corrisponde formalmente il cane che, per l’appunto, è un bassotto; ma a “prezzi”, formalmente non sembra corrispondere alcunché.

 

A meno che, ovviamente, il motore della metafora non sia costituito dalla forma ma dalla funzione. “Redingote” deriva da “riding-coat”, dove “coat” sta per “abito” e “riding” sta per “cavalcare” – una giacca ideale per cavalcare -  e comincia a circolare nel parlato italiano delle classi sociali elevate proprio in quel Settecento in cui vide la poca luce e le molte ombre Giacomo Casanova. Che, allora, la metafora l’azzecca eccome: perfetta per il maschio e per il maschilista che è, il nome con cui designa il preservativo rappresenta adeguatamente la dinamica corporea che caratterizza il suo rapporto con la ballerina di Marsiglia.

Ugualmente, così facendo, tornano i conti della Coop. Non mi occupo più della forma e mi occupo della funzione: e allora è la scritta “Coop” sul maglioncino rosso – quello stesso maglioncino che l’anno prossimo, a partito democratico costituito, sarà di un altro colore - che rappresenta l’idea dei prezzi bassi come fosse una sorta di missione connaturata all’azienda stessa. Come un’appendice allo slogan che notoriamente la identifica, “La Coop sei tu” e, ci mancherebbe, “fai i prezzi che vuoi tu”.

 

Di Ottone di Baviera, curiosamente, è rimasta un’immagine che lo ritrae con la fustanela. Sembra che la indossasse anche dopo la sua cacciata. Proprio lui, il punto di riferimento di ogni “redingote” che si rispetti. Ma è proprio in questa contraddizione che possiamo individuare la funzione ideologica che l’abito è chiamato a svolgere. Non re di parte e non re di tutti, perchè contraddittoriamente impegnato a veicolare il simbolo dei propri oppositori. Quel suo popolo che mai è stato il suo e quell’unità che mai era riuscito ad ottenere se li è portati appresso in una forma di deferenza che ai più sarà parsa un insulto - come una chiusura tardiva di stalla, quando i buoi del suo tempo regale erano ormai scappati e non sarebbero tornati mai più. Se l’abito è una metafora, per forma e per funzione, lui la sbaglia.

 

F. A.

 

Nota

 

La citazione di Casanova la colgo da un documentatissimo libro di Giovanni Scarabello, MeretricesStoria della prostituzione a Venezia tra il XIII e il XVIII secolo, Supernova, Venezia 2006, pag. 158.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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