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23/12/2007
Ritratto di famiglia con cravattino
Risse di strada
Miniere
Prenatalizia
Miniere
Da Talete ad Empedocle – siamo agli albori della filosofia greca – sono stati ipotizzati almeno otto sistemi per dire di che cavolo sia fatto il mondo. Aristotele definisce l’elemento come “il primo costitutivo di una cosa, intrinseco, indivisibile in parti di diversa specie” e accetta l’idea che, a costituire il mondo, siano quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco. Elettolo ad autorità, questo suo allora autorevole parere informò di sé la cultura umana per molti secoli a venire. Tanto è vero che, ancora nel 1624, allorché il chimico francese Etienne de Clave sostenne la tesi che gli elementi fondamentali non erano quattro ma soltanto due – acqua e terra – che si mescolerebbero con i tre principi fondamentali di mercurio, zolfo e sale mal gliene incolse. Venne arrestato per eresia. Al di là della definizione di Aristotele, cosa volesse dire la parola “elemento” non è chiaro.E’ una di quelle parole classificate a etimologia incerta. Ma, a quanto pare, fu nel Regno Lombardo Veneto che si cominciò a categorizzare la prima scuola cui avviare i bambini al sapere come “scuola elementare”.
Meno propensa a basarsi su numeri certi e indiscutibili, la scienza di oggi è pronta a sottoscrivere la presenza di almeno 92 elementi, la cui storia – con i relativi problemi – è ben narrata da Philip Ball in Elementi. Fra questi c’è l’oro che, per tutta una somma di motivi è da tempo assurto a simbolo del valore per antonomasia. Il modo con cui si distribuiscono gli elettroni sulla sua superficie fa sì che sia un metallo straordinariamente inerte, non reagisce – per esempio, non si ossida – e si guadagna dunque quella fama di nobiltà che lo accompagna nei secoli. Diversamente dal ferro o dal rame, o dal magnesio, non sembra avere ruolo biologico, è pesante ma è troppo morbido per farne utensili. Nel nostro pianeta ce ne sono due grammi e mezzo ogni mille tonnellate di roccia, ma, dagli e dagli, dice Ball, siamo alla frutta, perché – dopo lo sfruttamento intensivo degli ultimi centocinquant’anni – le riserve mondiali sembrerebbero ridotte a 15 mila tonnellate, mentre andiamo avanti al ritmo di 2.500 tonnellate l’anno. Sei anni ancora, insomma, e di miniere d’oro non ce n’è più. Avevo letto anni or sono che Guglielmo Marconi si era dato da fare per spremere oro dall’acqua del Mediterraneo e credevo fosse una fesseria tutta sua. Invece, ora scopro che, in linea di principio, né è una fesseria né è tutta sua. L’acqua marina, infatti, contiene dieci parti d’oro per triliardo e, nel vano tentativo di pagare i debiti di guerra del suo Paese, il chimico tedesco Fritz Haber, negli anni Venti, provò ad estrarle. Con risultati trascurabili e molto più costosi di quanto ricavato. Così dovremo abituarci all’idea che anche questa risorsa – come altre risorse ben più rilevanti – venga meno. A meno che.
Nel 1967 iniziò la sua fortuna lo Zecchino d’oro – e l’altra sera Rai Uno, puntuale come un cronometro ce ne ha elargito il cinquantenario con la consueta trasmissione celebrativa. Ma, nel frattempo, le cronache avevano avuto lo straordinario potere di anticiparne un senso non voluto quanto imbarazzante per un certo modo con cui ci si racconta la vita. L’innocente bambina che, nel 1969, cantava a squarciagola “Volevo un gatto nero” – un gatto nero che, presumibilmente, non ha avuto – è stata arrestata per due capi d’imputazione, concernenti traffico di droga e prostituzione. Le cronache, allora, sono state tutte giocate sul contrasto fra la bambina di un tempo – come fosse ancorata in un limbo intangibile quanto repellente ad ogni tipo di sporcizia – e l’accusata di oggi, assestandosi su quel modello narrativo che, da contrasti simili, vorrebbe da un lato servire in pasto ai lettori stupore e paradossalità, mentre, dall’altro, vorrebbe somministrare moralità pelosa e a buonissimo mercato. Meno evidenziato, invece, un altro contrasto più interessante: quello che l’accusata avesse da poco vinto una cattedra in una scuola elementare e che da lì, con qualche intoppo dovuto, a quanto sembra, ad un linguaggio un po’ disinvolto usato in presenza dei pargoli affidatile, desse il proprio contributo all’imprescindibile funzione sociale della trasmissione del sapere. Non a caso, dunque, il “Corriere” impagina la notizia insieme ad un’altra sulla “pornoprof”, la professoressa di Pordenone sospesa dall’insegnamento per le sue esibizioni artistiche, come “madameweb”, ma – anche qui la ricerca del paradosso sembra guidare la mano del giornalista, di qualsiasi giornalista, come un tratto stilistico dell’epoca – ben attenta a far studiare i propri figli dai Salesiani ed a tenere sul comodino da notte non la raccolta delle annate di “Climax” ma la sacra Bibbia.
Racconta Ball che, anche con l’appoggio dell’ecclesiastico Marin Mersenne, l’amicone di Cartesio, Etienne De Clave fu condannato come eretico. A cosa non oso pensarlo. Si disse che la sua proposta di ridurre gli elementi avrebbe incoraggiato l’alchimia. Chi voleva un gatto nero nel 1969, invece, dall’oro più o meno simbolico del concorso canoro è partita, ma, se ha voluto mantenere quel poco di luccicante che le era stato fatto balenare come una promessa, ha dovuto far ricorso ad altre miniere che, al momento, appaiono ancora inesauribili. Che nell’alchimia sociale, dagli e dagli, potessero trasformarsi in due elementi di accusa lo doveva mettere in conto.
Senza più zecchini d’oro, dunque. A meno che. A meno che non ci si dedichi all’agricoltura. Si sapeva che minime percentuali d’oro si potevano accumulare nei tessuti vegetali, ma, da una decina di anni a questa parte, alcuni ricercatori americani, hanno scoperto che la senape indiana (Brassica juncea), pianta a crescita rapida, accumula oro nei propri tessuti estraibile con processi economicamente convenienti. Mi immagino già i primi arresti per piantagioni abusive sui balconi e nelle vasche da bagno.
F. A.
Note La citazione di Aristotele è tratta dalla Metafisica, 3, 1014 a 32. Il libro di Philip Ball è pubblicato da Codice, Torino 2007. Per il rapporto fra elementi e metafisica, cfr. M. Bramé, Di che cosa è fatto il mondo ?, Lupetti, Milano 2007.
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