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Caccia all'ideologico quotidiano
22/04/2007
L'età dell'innocenza Lesa maestà letteraria
Ricordando quei due
Lesa maestà letteraria
A quanto sembra, il problema sorge allorquando, servendosi di un telescopio, si trattò di determinare con maggiore precisione possibile il transito di una stella nella volta del cielo osservabile. I cronometri non erano ancora quelli odierni e già tanto che misurassero il tempo fino ai secondi. James Bradley, terzo astronomo reale a Greenwich nella prima metà del Settecento lo risolse suddividendo il campo telescopico con un reticolo di filamenti paralleli e imparando a contare i battiti dell’orologio: quando seguiva il movimento di una stella, dunque, notava la sua posizione rispetto al filamento e correlava la sua velocità nel raggiungerlo e nell’attraversarlo grazie ai ticchettii dell’orologio. Gli astronomi affinarono le loro capacità di correlazione visuale e acustica e il metodo di Bradley venne usato a lungo, nonostante che, come è facile intuire, non tutte le descrizioni di tutti gli astronomi collimassero alla perfezione. E nonostante che il metodo avesse un difetto ineliminabile.
Pochi titoli hanno riscosso maggiore fortuna, nella letteratura del Novecento, di quello di Ricerca del tempo perduto sotto cui Marcel Proust raccolse le diverse parti del suo monumentale romanzo. Da questo titolo derivano molte delle suggestioni con cui i critici hanno parlato dell’opera: un’opera dedicata alla “ricerca del tempo”, “la complessità policentrica della riflessione sul tempo”, un “tempo interiore” ed un “tempo esteriore” entrambi perduti, la “visione unitaria del tempo” – una visione che sarebbe tutta “ottocentesca” – che si frantumerebbe “in un caleidoscopio scintillante”, la necessità di “sottrarre le sensazioni alle contingenze del tempo” e via discettando. Qualcuno parlò di “una parte della sua vita di cui l’autore si era dimenticato”. Tuttavia, fra il 1911 e il 1912, quando Proust si arrovellava sul titolo giusto da attribuire alla sua opera, sulle prime aveva scelto un’altra delle espressioni che sarebbero rimaste legate al suo nome, Le intermittenze del cuore, che, poi, rimase a designare soltanto un episodio di Sodoma e Gomorra. Tempo perduto e Tempo ritrovato avrebbero dovuto essere, rispettivamente, il titolo del primo e del secondo volume.
Come racconta Marco Piccolino che ha magistralmente ricostruito l’intera vicenda, nel 1818, il problema degli astronomi fu ben chiarito da Wilhelm von Bessel, direttore dell’osservatorio di Koenisberg. Nonostante l’accuratezza misuratoria degli astronomi le differenze persistevano a causa dei “processi fisiologici implicati nella complessa procedura basata sull’interazione tra sensazioni visive e acustiche”. I processi mentali degli astronomi stessi, insomma, influenzavano i risultati dell’osservazione e avrebbero meritato dunque uno studio adeguato. A ciò provvide anni dopo - dalla metà dell’Ottocento in avanti -, Hermann von Helmholtz, professore di fisiologia all’università di Koenisberg. Al quale, analizzando il meccanismo della contrazione muscolare, apparve subito evidente che questa aveva durata maggiore dello stimolo e, soprattutto, che “il muscolo cominciava a contrarsi con un chiaro ritardo dopo il termine del breve impulso elettrico usato per la stimolazione”. Il che lo indusse a cercare di “misurare il tempo richiesto per la propagazione del segnale nervoso”. Helmholtz sapeva benissimo di suscitare un vespaio – sapeva di dover contraddire alcune credenze dure a morire, come quella che voleva assegnare a misteriosissimi ed invisibilissimi “spiriti animali” il compito di mediare tra un’anima immortale e l’organismo corporeo; e sapeva come sarebbe stato difficile far accettare l’idea che, tra uno stimolo e la risposta muscolare, passasse del tempo, millisecondi, beninteso, ma sempre tempo era.
Si preoccupò quindi del modo con cui informare la comunità scientifica e, dopo aver pubblicato i suoi risultati in patria, nel 1850 e nel 1851, decise di inviare due memorie anche all’Accademia delle Scienze di Parigi. Fu proprio nella seconda che, per la prima volta, parlò della differenza temporale individuata e misurata come di “temps perdu”.
A questo punto, uno dice: “Ma Proust ?”. Proust c’entra, c’entra eccome. Mo’ ci arrivo. Allora: l’espressione “temps perdu” arriva in Francia nel 1851. Nel 1878 viene eletto presidente dell’Accademia delle Scienze di Parigi il fisiologo Etienne Jules Marey, autore di un libro che si intitola La machine animale, dove si parla espressamente e ripetutamente del “temps perdu” di Helmholtz e si riferisce di ricerche condotte in proprio per verificare questo “temps perdu” in un muscolo particolarissimo oggetto prediletto dei suoi studi, cioè nel cuore. Marey scopre che questo ritardo nel cuore “è molto più lungo che nel muscolo striato (1/3 di secondo invece che 1/100 di secondo circa)”. Marey, guarda caso, è anche l’inventore di alcune apparecchiature atte a verificare le alterazioni del ritmo cardiaco in genere ed in particolare le condizioni di extrasistolia, ovvero quelle condizioni che all’epoca, nella letteratura medica, venivano chiamate “intermittenze del cuore”. Sì, ma Proust ? Beh, ci siamo. Di una commissione scientifica di cui aveva fatto parte Marey, faceva parte anche un certo Adrien Proust, medico, esperto di colera, e padre di Marcel.
Marcel Proust ha ammesso il suo debito metaforico alle “intermittenze del cuore”, ma mai ha fatto cenno al debito che ha contratto con Helmholtz e, più direttamente, con Marey e con suo padre. I critici hanno ignorato e, nonostante l’inequivocabile documentazione di Piccolino, preferiscono continuare ad ignorare. Fatto è che scoprire l’origine di quel “tempo perduto” che dà il titolo ad un’opera considerata un capolavoro letterario – e scoprire che è un “calco” di un’espressione altrui, e scoprire che è una metafora di una determinazione fisiologica – probabilmente offende le linde orecchie dei letterati. Si preferisce di gran lunga che il prodotto artistico rimanga circonfuso nell’aura mistica e nell’ineffabilità di principio, piuttosto che accettarlo come risultato di una cultura prosaicamente scientifica. Il Proust malaticcio e geniale – malaticcio perché geniale e magari geniale perché malaticcio – pare più funzionale all’immaginario coatto della società colta piuttosto che il Proust attento alle questioni scientifiche dibattute nella sua epoca. L’attestare un’origine così volgarotta e fin banale del suo titolo immortale rischierebbe di svalorizzarne l’opera intera, né più né meno della tragica eventualità che il traduttore, pur con tutta la legittimità grammaticale del caso, traducesse Dio non voglia quel “temps perdu” francese nell’italiano “tempo perso”.
F. A.
Nota
Un “tempo perduto” tra scienza e letteratura: il temps perdu da Hermann von Helmholtz a Marcel Proust di Marco Piccolino è recuperabile in rete. Peraltro, cfr. M. Piccolino, Lo zufolo e la cicala, Bollati Boringhieri, Torino 2005.
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