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21/01/2007

I misteri di Milano

 Eredità pesanti

 La cosa più penosa

 

Eredità pesanti

 

Il neurologo francese Jean Martin Charcot morì nel 1893. Figura eminente della psichiatria trionfante nell’epoca in cui poteva trionfare, celebre per aver diretto l’ospedale della Salpêtrière di Parigi, legò il proprio nome alla scoperta di alcune malattie, ma non riscosse analogo successo in casa propria. Sulle prime, il figlio Jean Baptiste, accettando di seguire le orme paterne, lavorò con lui alla Salpêtrière, ma, una volta che a babbo morto venne in possesso del capitale, diciamo che manifestò un’idea tutta sua di come interpretare l’eredità paterna. Lascia perdere la psiche umana, si compra una nave, la chiama Pourquoi pas e si butta nell’esplorazione del pianeta.

 

Nel 1905, Jean Baptiste Charcot pubblica il Journal de l’Expédition antarctique française dove racconta del suo stupefatto incontro con quegli animali che, nel 1598, dai viaggiatori olandesi, per il loro aspetto grassoccio, ricevettero il nome di pinguini.

Un paio d’anni dopo, Anatole France, scrivendo la prefazione alla sua Isola dei pinguini, pur mettendo in dubbio la legittimità del nome assegnato agli animali da lui incontrati, rende omaggio a Charcot

L’isola dei pinguini esce nel 1909. Il fatto che una sua versione italiana mancasse da parecchi decenni non so quanto possa esser posto in rapporto al fatto che il libro, nel 1920, finì nell’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica. Buona parte dell’opera di France è stata fatta sparire dalle nostre biblioteche e, nel caso venga in auge quel recentissimo sistema americano che prevede l’eliminazione dalle pubbliche biblioteche dei libri poco richiesti, è presumibile che presto sparisca del tutto.

Tuttavia, nel 2006, l’editore Isbn ce ne ha fornito una pregevole edizione ad un prezzo ragionevole e con un piccolo difetto.

 

L’isola dei pinguini narra le conseguenze di un gesto. San Mael, vecchissimo, stanco e un po’ rimbecillito, naviga ancora in cerca di pagani da convertire alla Vera Religione e, naviga che ti naviga, giunge in un’isola. Ci vede poco, probabilmente, e fatto sta che impartisce il battesimo ad una comunità di pinguini. In Paradiso, ovviamente, l’equivoco non passa inosservato, ma, dopo ampio dibattito – come si suol dire -, la sacrosanta assemblea decide di ratificare la sventatezza del buon San Mael. Anche se non manca chi profetizza sciagure.

Infatti, da quel momento la vita sociale felice e armoniosa dei pinguini si trasforma in un inferno terreno senza rimedi. L’innocenza si fa peccato, l’arbitrio si fa legge, il furto si fa proprietà e la proprietà erige in quattro e quattrotto le istituzioni a propria difesa: la religione, la scienza, le ideologie, le arti e i custodi armati del nuovo ordine costituito.

L’isola dei pinguini rappresenta, allora, tre metafore che, nello snodo delle vicende esemplari in cui France trasforma il proprio amaro disincanto, si sovrappongono l’una sull’altra: l’intero mondo così come risulta civilizzato o, meglio, sottomesso dalle grandi religioni, la Francia, presupponente baluardo degli interessi di grande potenza, disposta fin alle falsificazioni più turpi e umilianti – come nel caso Dreyfus -, pur di mantenere il suo ruolo, e la borghesia, la classe di quegli esemplari umani goffi e  grassi - goffi perché grassi -, stolidamente egoisti, che ben possono essere rappresentati da quei suoi pinguini degenerati in virtù di un improvvido battesimo.

 

Fatichiamo, oggi, a riconoscere nel pinguino la metafora del borghese. Come atteggiamento – come modo di fare, come aspettativa di stili di vita -, la borghesia si è talmente diffusa, ha mietuto mai tante vittime, che nessuna metafora riesce più a descriverla. Fin la vecchia categoria marxiana di “classe” sembra andarle stretta. Ma, ugualmente, faticheremmo ad accettare quella sorta di restrizione ideologica che qualcuno ha voluto imporre alla nuova edizione dell’Isola dei pinguini, scrivendo nel frontespizio “Storia fantastica e funesta delle miserie d’Occidente”. Perché il meccanismo perverso descritto da France è più ampio e più comprensivo di quanto si possa onestamente farci stare nella categoria di “Occidente” – perché non è questa o quella religione che viene tirata in ballo, ma la matrice generativa stessa di tutte le religioni.

 

Non senza sorpresa, tuttavia – al di là dell’uso per designare varie forme di gelati  o di merendine dallo statuto ontologico incerto -, una metafora tuttora attiva concernente il pinguino l’ho trovata.  Fra gli innumerevoli flagelli belli e pronti a colpire l’umanità dolente per farla un po’ più dolente di quanto già non sia, ho trovato una particolare neuropatia che comporta difficoltà di deambulazione. Pare sia a base genetica. Coloro che ne soffrono hanno problemi di sensibilità agli arti inferiori, camminano male, restano impacciato, se la cavano ma goffamente – tanto è vero che non è raro che, tra di loro, con un pizzico di umorismo, si definiscano “pinguini”. Soffrono della sindrome di Charcot-Marie-Tooth, sindrome che deve il suo nome ai tre medici che l’hanno individuata – il primo dei quali è proprio quel Charcot padre che, morendo, ha consentito al Charcot figlio di andarsene in Antartide a vedere i pinguini. Può dunque anche capitare che due vite si scindano, ma, per quegli sghiribizzi del caso che governano parole e metafore, prima o poi si rinsaldino.

 

Il Charcot diventa esploratore grazie all’eredità del padre. Realizza i propri desideri ma mal gliene incoglie. Nel 1936, lungo la costa occidentale dell’Islanda, in una notte di tempesta, perché no ? il Pourquoi pas affonda e, nel naufragio, Charcot perde la vita insieme a tutto il suo equipaggio. Meno uno – un unico superstite, un marinaio che, se era lì, è perché di eredità non ne aveva ricevute.

 

 F. A.

 

 Note

 

A proposito di eredità. E di genetica. Allorché Berlusconi, in un plurale maiestatis, vede in un “noi” gli eredi di Craxi, alzi la mano chi non ha pensato alla cleptomania (cfr. “Corriere della Sera”, 20 gennaio 2007).

 

L’isola dei pinguini di Anatole France è edita da Isbn, Milano 2006. Ho tratto alcune informazioni sul rapporto tra Charcot e France dalla prefazione di Pierre Gascar all’edizione francese di Pocket, Parigi 1995. Ivi è anche riportata l’affermazione di France relativa al fatto che fu proprio l’Affare Dreyfus a farlo diventare socialista e ad orientarlo verso le “giuste cause”.

 

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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