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Caccia all'ideologico quotidiano

 

20/05/2007

Avventori mignon

Scacco al re ed al poeta

Le due verità

Scacco al re ed al poeta

 

“Loreto impagliato ed il busto di Napoleone/ i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),/ il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti,/ i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,/ un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,/ gli oggetti col monito salve, ricordo, le noci di cocco…”

 

Fu in una mattina del 1685 che il prolifico re Carlo II d’Inghilterra si fece radere la barba per l’ultima volta. Sfuggendo alle mani amorevoli dei suoi barbieri, il re cadde all’indietro e fu preda di una violenta convulsione. Accorsero i medici e gli praticarono immediatamente un salasso al braccio destro. Gli asportarono una pinta di sangue - che in Gran Bretagna voleva dire qualcosina in più del mezzo litro -, ma non ottennero granché. Decisero, allora, per un’altra pinta – dalla spalla, questa volta.

 

Del medesimo frammento di Eraclito, un filosofo che visse in Grecia circa cinquecento anni prima di Cristo, trovo due traduzioni. In una gli si fa dire che “il corso del mondo è un bambino che gioca a dadi, è il regno sovrano di un bambino”, mentre nell’altra gli si fa dire che “l’eternità è un fanciullo che gioca muovendo i pezzi sulla scacchiera: di un fanciullo è il regno”.

 

Il re non migliorava. Si fece ricorso, allora, ad un vomitivo e a due purganti. Poi, giusto per non lasciar nulla al caso, si procedette con un clistere di antimonio, amari sacri, sale di rocca, foglie di malva, violette, radice di barbabietola, fiori di camomilla, semi di finocchio, di lino e di cardamone, cannella, zafferano e d aloé. Segnatevelo, perché nelle fredde serate d’inverno, con un goccio di rhum dev’essere un portento. Dopo due ore, tuttavia, il risultato non doveva essere ancora quello desiderato, perciò si replicò sia il clistere che il purgante.

 

Nel penultimo canto de La signorina Felicita, ovvero la felicità, Guido Gozzano (1883-1916) racconta di una sua visita in farmacia, di poche chiacchiere e di un congedo forse frettoloso: “Ed uscii dall’odor di ipecacuana/ Nel plenilunio settembrino, al rezzo”, dove quest’ultimo termine, designando l’ombra fresca, contrappone, per l’appunto, una sensazione come di sollievo al greve stagnare dell’odore di ipecacuana.

 

Visto che i barbieri ormai c’erano e che il re non migliorava ancora gli si fece radere il capo. Gli si poté dunque applicare un vescicante. Si passò quindi alla somministrazione di una polvere composta da radici di elleboro e fiori di primaverina, per farlo starnutire, e poi gli si fece mandar giù un calmante – una tisana d’orzo, liquirizia e mandorla dolce, cui fecero seguito estratti di menta, foglie di cardo, di ruta e di angelica.

 

L’ipecacuana è una pianticella dell’America del sud. Le sue radici contengono alcaloidi e trovarono dunque largo uso nella farmacopea del tempo che fu, soprattutto come emetico, o, detto altrimenti, come vomitivo. Nel Dizionario d’igiene per le famiglie che l’antropologo Paolo Mantegazza (1831-1910) compilò nel 1881 con la collaborazione della scrittrice Anna Radius Zuccari, in arte Neera (1846-1918), dell’ipecacuana non ci si dimentica, fino al punto da indicarlo per primo in quell’elenco dei rimedi necessari e indispensabili che avrebbero dovuto esser presenti in ogni armadietto dei medicinali di ogni famiglia perbene. “Cinque pacchetti di 40 centigrammi ciascuno chiusi in un vaso di vetro chiuso allo smeriglio”.  Eravamo all’epoca in cui vomitare era ancora la prima cosa da fare quando le cose si mettevano male. O, meglio, all’epoca in cui le farmacie non erano ancora meta di shopping almeno settimanale, mentre, moralmente, le famiglie – ancora libere dall’ideologia della medicalizzazione  globale - si sentivano impegnate in una volonterosa opera di autodifesa di lunga durata.

 

Venne anche il momento degli impiastri: gliene fu applicato uno di pece di Borgogna e un altro, limitato ai soli piedi regali, composto di purissimi escrementi di piccione. Ma le cose non miglioravano. Si ritenne opportuno insistere con i salassi e con nuovi purganti. Fra questi, si fece ricorso ai semi di melone, alla manna, all’olmo ed al succo di ciliegie nere.

 

Guido Gozzano e la farmacia sono quasi una coppia correlativa – come Pinocchio e il Gatto e la Volpe, per intenderci, o come Pinocchio e Berlusconi, o come Berlusconi e il Gatto e la Volpe, per intenderci ancora meglio. Gozzano va in farmacia sia perché all’epoca il farmacista faceva ancora parte fondamentale della leadership culturale di un paese, sia perché era malato. Tubercolotico, scriverà perfino una poesia dedicata ad un commesso di farmacia, che lo ricompensava parlandogli di tubercolotici come lui. “Ho per amico un bell’originale/ Commesso farmacista. Mi conforta/ Col ragionarmi della sposa, morta/ Priva di nozze, del mio stesso male”

Allo stadio disperato della malattia, nel 1912,  gli verrà prescritto dai medici un bel viaggio in India di cui lui ci lascerà le sue impressioni – che scrive per un giornale torinese – con una raccolta di lettere dal titolo Verso la cuna del mondo (postumo, da Treves, nel 1917).

 

Un tentativo estremo di bloccare le convulsioni del re fu compiuto somministrandogli 40 gocce di estratto di cranio umano e una forte dose dell’antidoto di Raleigh, contenente erbe ed una macedonia di estratti animali.

 

Scomparsi i vomitivi, sparita la tossica ipecacuana dall’armadietto dei medicinali di casa, ormai poco avvezzi agli impiastri di sterco di piccione, resta ben salda, tuttavia, la differenza fra i dadi e gli scacchi: caso e determinazione, sviluppo alla sperindio e calcolo sagace. Non ho la più pallida idea di quale sia la traduzione corretta del frammento di Eraclito e temo di non saperlo mai più, ma posso esser certo del fatto che le due traduzioni rappresentano altrettante visioni del mondo reciprocamente incompatibili.

 

Per non lasciar nulla d’intentato, gli venne somministrata la polvere di un calcolo urinario rinvenuto

nel rene di un domestico particolarmente pigro, ma l’auspicato miglioramento non avvenne. Anzi. Si dovette far ricorso alla seconda botta dell’antidoto di Raleigh: perle di giulebbe ed acqua ammoniacale furono introdotte a forza nella gola del re. E fu allora che, finalmente, Carlo II o quel che rimaneva di lui decise che ne aveva abbastanza.

 

Per lui, come per Gozzano che muore nonostante il viaggio in India, i medici hanno fatto tutte le loro mosse sulla scacchiera del loro sapere – hanno fatto uso di tutte le loro “buone cose di pessimo gusto”. Ma, forse, sarebbe stato meglio avessero giocato a dadi.

 

F. A.

 

 

Note

 

Per la dettagliata terapia utilizzata nei confronti di Carlo II d’Inghilterra, cfr. G. Caramia, I presidi farmacoterapici nei secoli: evoluzione storica in “Giornale pediatrico di infettivologia pediatrica”, in rete. Il frammento di Eraclito in questione è il 123 (DK 52). Verso la cuna del mondo di Guido Gozzano è edito da La Finestra, Lavis (Tn) 2005. Le “buone cose di pessimo gusto” costituiscono un verso gozzaniano ormai paradigmatico ricorrente nella poesia L’amica di nonna Speranza.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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