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17/06/2007

 

 

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La pizzaiola, il moro e la turista – un saggio sul davanti e il didietro

Un osso in gola

 

La pizzaiola, il moro e la turista – un saggio sul davanti e il didietro

 

In Climi bollenti, Ian Littlewood nota che, per certe classi agiate, il trovarsi all’estero per adempiere agli obblighi della propria formazione culturale significa altresì “ampliare la gamma di comportamenti ammissibili”. Dal Grand Tour ai Mari del Sud – dagli ultimi anni del Seicento ai primi del Novecento -, a spingerne ed ad agitarne i protagonisti occasionali è, dunque, un’unica forza, più e meno consapevolizzata, più e meno abilmente mascherata. Perlopiù, si preferisce ascriverla alla sfera della cultura – storia, costume, antichità residue, arti, monumenti -, più raramente si riconosce che, senza mutare di granché i percorsi, si tratta di sesso.

 

Secondo i piani di chi ha progettato il manifesto pubblicitario di questa macchina fotografica, io dovrei esserne persuaso all’acquisto in tre mosse. Cui corrispondono altrettanti stadi del progetto grafico. Al primo stadio c’è l’immagine della macchina fotografica in questione e una scritta in cui mi si garantisce che “scatta come vuoi tu”.

 

C’è anche chi vorrebbe convincermi ad aprire una pizzeria ed a piazzarci dentro un forno a legna. Me lo fanno vedere, acceso, aperto in una parete a mattoni a vista con tanto di ripostiglio per la legna già bella in ceppi. All’apparenza, così, sembra un forno come tutti gli altri, ma, forse per farmi capire la differenza, davanti al forno ci han messo la fornaia o, meglio, la pizzaiola, quella che, sulle prime dovrebbe promettere soltanto una bella pizza cotta in un forno a legna. E’ una stangona sorridente che sembra appena saltata fuori dalle pagine centrali di “Penthouse”, indossa un cappellino a bustina che non riesce a contenerle alcune lunghe ciocche malandrine e un grembiulino corto di circa sette taglie inferiore al necessario. Anche perché sotto non ha alcunché. Nei pressi dei forni, d’altronde, si sa: fa un caldo boia. La domanda è: “Hai un forno Ceky?”. Poi c’è anche la risposta. O, meglio, una replica alla risposta.

 

Al secondo stadio, la pubblicità della macchina fotografica mi porta dritto a Roma, in piazza Navona. La scritta dice: “Grandi prospettive – Grandangolo 28 mm.”. E’ la Fontana del Moro o, almeno, la chiamano così. C’è un personaggio centrale che, a quanto potrebbe sembrare, lo sa Dio perché, sta lottando con un delfino. Tutt’attorno sguazzano tritoni e altre figure mitologiche.

E’ lì dal 1654. L’ha scolpita Giovanni Antonio Mari eseguendo un bozzetto di Gianlorenzo Bernini. Sembra. Dico sembra perché in queste faccende la circospezione non è mai troppa. Nella Fontana del Moro ci han messo le mani in parecchi: la vasca, per esempio, era stata fatta in precedenza, nel 1575, da Giacomo Della Porta, e ornamenti vari, compresi nuovi tritoni, sembra siano stati aggiunti o sostituiti ai vecchi da Luigi Amici nel 1874. Il Moro è nudo. Anche se gli amici intimi lo chiamavano “il moro”, all’anagrafe e negli archivi di polizia era noto come Carlo Marx, ma questo Moro non è lui: soffriva di foruncolosi e un corpo così atletico e prestante non l’aveva mai avuto. Il moro della fontana è un moro per sentito dire. C’è chi dice che fosse un etiope, o qualcuno, insomma, legittimato a rappresentare l’africanità nell’immaginario della Roma papalina del Seicento. In testa gli han messo un turbante e di questo esotismo dovremmo averne abbastanza.

 

Si potrebbe esprimere una sintesi ancora più striminzita del bel libro di Littlewood dicendo che, documenti alla mano – lettere, diari, scritti vari di viaggiatori e di viaggiatrici – parrebbe dimostrata  l’affinità delle trame sessuali “con  le medesime fantasie che animano il turismo culturale”.

 

Al terzo e ultimo stadio, la pubblicità della macchina fotografica mi lascia esattamente al punto di prima. Sono ancora a Roma e sono ancora in piazza Navona, ma ciò che vedo non è uguale a ciò che vedevo prima. La scritta dice: “Particolari in primo piano” “Zoom 10x”. Ed è un tassello della fotografia precedente quello che vedo – un tassello ingrandito. In virtù del quale sulla sinistra, in primo piano, vedo le chiappe nude del Moro e, sulla destra, una persona che non esito a categorizzare come turista. Trattasi di una signora già in là con l’età: anche qui – dopo la bustina della pizzaiola e il turbante del Moro – un copricapo cui si assegna una funzione di segno di riconoscimento, cappello floscio a falde larghe, occhialoni scuri a montatura bianca, abitino floreale sull’azzurro, grande foulard e golfino leggero in  tinta sulle spalle, annodato al collo, avambracci braccialettati, sorrisone beato. Il suo Grand Tour l’ha portata davanti al Moro, che a noi, invece, mostra il didietro.

 

E’ dal 1944, da quando Roger Peyrefitte scrisse quella storia di omosessualità che si svolgeva in un collegio ecclesiastico, intitolandola Le amicizie particolari, che l’aggettivo ha finito con il designare qualcosa di più e di diverso rispetto alla tradizionale contrapposizione al generale. Anche nel titolo di quel di film di Scola del 1977, quello con la Loren e Mastroianni, Una giornata particolare, c’era un’allusione al sesso – piuttosto ambigua e, a ben vedere, neppure tanto onesta.

 

“Hai un forno Ceky ?” è la domanda e, senza attendere la risposta – come se il sì fosse evidente -, la replica è greve: “Che culo”. Cultura e arte della deduzione mi soccorrono a sufficienza per ipotizzare che si tratti di una formula linguistica alternativa all’espressione “che fortuna” – la fortuna di possedere quel forno -, ma sta di fatto che lì davanti, in primo piano, un culo c’è davvero ed è quello della pizzaiola.

 

Due messaggi in cui parole e immagini, palleggiandosi i significati, mostrano tutta la miseria dell’esplicito nelle nostre comunicazioni: in primo piano c’è quello che viene definito un “particolare” ma l’anziana turista sorride maliziosa di ciò che sta dall’altra parte; in primo piano c’è davvero l’oggetto designato, ma le parole vanno intese metaforicamente e ci rimandano a qualcos’altro. Nel caso della macchina fotografica, i particolari di cui si parla sono quelli che non si vedono, mentre il culo di cui non si parla è quello che si vede. Nel caso del forno, il culo di cui si parla non si vede, ma, in compenso, si vede quello di cui non si parla. Legittimo pare allora il sospetto che il forno di cui si parla non sia quello che si vede. L’oggetto di cui si parla risulta deviato in entrambi i casi: così come il particolare che conta lo vede lei e non noi, il possesso che conta non è tanto quello del forno ma quello della pizzaiola.

 

F. A.

 

Note

 

Per il rapporto fra sesso, turismo e cultura, cfr. I. Littlewood, Climi bollenti, Le Lettere, Firenze 2004. La macchina fotografica in questione è la Lumix Panasonic. Il forno Ceky è reclamizzato come il “primo bruciatore da forno”, la cui novità consiste “nell’unire il risultato di cottura di un forno a legna con una programmazione della temperatura paragonabile a quella di un forno elettrico”.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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