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16/12/2007
Quando si è troppo furbi Musulmani perfetti e perfetti musulmani Un bacio e un morso
Un bacio e un morso
Non ho mai avuto la passione per la fotografia. Non ho mai posseduto una macchina fotografica. Ma non sempre sono stato iconoclasta. Iconoclasta lo sono diventato per riflessione politica sugli usi e sugli abusi dell’immagine nella nostra società. Tuttavia, una minima parte, nell’avvalorare questa convinzione, l’ha avuta anche l’orrore che, da un certo punto in poi della mia vita, mi incutevano le mie fotografie. In una foto di gruppo, fra volti delineati e riconoscibili, fra espressioni di persone che mi rimanevano familiari, una macchia biancastra, una vaga luce ectoplasmatica mi designava. Il pallore che mi ha sempre contraddistinto faceva la sua parte, ma, forse, c’era qualcosa di più – e di peggio. L’espressione in cui la fotografia mi coglie non è mai la mia – mia come me la sentirei io, mia come me l’autorappresenterei. A maggior ragione se il maledetto fotografo mi coglie mentre sto parlando. La disparità di quel che consapevolmente mi costa quel pensiero che sto esprimendo – l’investimento che so di fare di me con gli altri - e il modo con cui affiora sulla mia faccia mi risulta insopportabile. Sto dicendo qualcosa per me importante e, a futura memoria, ne rimane una traccia infima, una smorfia da cui distogliere lo sguardo, la caricatura di qualcosa che mi è caro, un insulto immotivato. Questa repulsione per la mia immagine ha fatto sì che, recentemente, quando la regista Daniela Paternostro è venuta a chiedermi un’intervista, apparendo in suo breve film sulla vita di Carlo Torrighelli – C. T., per i milanesi che ricordano il suo grido di dolore scritto sui marciapiedi, “il clero uccide con l’onda” – ho accettato prontamente ma ad una sola condizione: che venissi ripreso da lontano, mentre camminavo al Sempione. E anche così, quando, aguzzando la vista, mi sono scorto nel filmato, nulla ha più impedito che mi vedessi ombra, diafana figura di una memoria già in via di cancellazione, vanescente in una nebbia che calava più sulla mente che sulla città in cui mi muovevo.
Facendo emergere alcune importanti fasi del lento processo con il quale le donne hanno potuto metter mano a quella letterarietà da sempre monopolio del maschio, Barbara Mapelli, in Dopo la solitudine, ripercorre la storia del doppio, ovvero dell’”immagine del soggetto che si duplica e rispecchia in sé medesimo”. Selezionando i punti di vista e riducendoli a quelli della triade poco affidabile di letteratura, psicoanalisi e filosofia – trascurando del tutto, allora, il lato psichiatrico della storia della personalità doppia e multipla di cui, peraltro, si comincia a parlare nel Settecento -, la Mapelli mostra come i vari dottor Jekyll di Stevenson o i Goljiadkin di Dostoevskij testimonino di una storia dolorosa e dolorosamente tutta maschile.
Tuttavia, nel 1808, Heinrich von Kleist – tre anni prima del suo romanticamente maniacale suicidio (lo voleva di coppia e di coppia l’ha avuto anche se, forse, non con la persona che avrebbe voluto) - reinterpreta in chiave di doppio il mito di Pentesilea che, per quanto amazzone, innegabilmente pare femmina. Tanto è vero che, ricambiatissimo, se ne innamora Achille nonostante una Pentesilea sia “dolce come un usignolo” e un’altra Pentesilea sia “feroce da far paura”. Fra le due – ci dispiace per Achille – vince la seconda, che, con ottima mira, gli piazza una freccia nel collo, lo fa sbranare dai suoi mastini e, non contenta, partecipa al festino iperproteico facendolo letteralmente a pezzi. Allorché rivince la prima, si avvede dello scempio e, prima di suicidarsi, bacia amorevolmente le frattaglie rimaste mormorando fra sé e sé “un bacio, un morso. Che differenza fa ?”
Se la Mapelli trascura la storia psichiatrica a favore di quella della psicoanalisi non è affatto casuale. E’ quasi un riflesso condizionato. Una certa totalitarietà insita nelle teorie vorrebbe che si tenga presente o l’una o l’altra. La psicoanalisi si oppose al riconoscimento della personalità multipla come diagnosi indipendente e Freud e Breuer fecero di tutto per ignorare chi li aveva preceduti nelle loro teorie. Uno di questi fu lo psichiatra francese Pierre Janet che, per l’appunto, si lamentò a più riprese – giustamente – del modo con cui i due si impossessarono delle sue idee facendole passare per proprie. “Constato con piacere”, scrisse nel 1893, che Breuer e Freud “recentemente hanno verificato la nostra interpretazione, per la verità non recentissima, delle idee fisse inconsce nei casi di isteria”. In qualsiasi indagine, comunque, è sempre opportuno non escludere niente. Ogni ambito del sapere comunica con gli altri e, a volte, è solo una questione di pazienza - nel ridurre metafore e nello scoprire analogie - perché ci se ne renda conto. In effetti anche i testi più schiettamente letterari, volenti o nolenti, attingono alle scienze del loro tempo. Le idee non vengono mai per caso. Stevenson, per esempio, corrispondeva proprio con Pierre Janet mentre stava scrivendo Il dottor Jekyll e Mr. Hide e Von Kleist andava a Dresda a sentire le conferenze di Gotthilf Heinrich von Schubert (1780-1860), che, nel 1814, pubblicherà un’opera sulla simbolicità dei traumi. Alla medicina, la letteratura può e deve concedere parecchi accrediti.
Dostoevskji scrive Il sosia nel 1845. E’ la vicenda di Goljadkin che, all’improvviso, si trova faccia a faccia con un omino inquietante. Qualcosa gli dice che l’aveva già visto e che, anzi, l’aveva visto spesso, ma, sulle prime, non riesce a capire né il dove né il quando. Gli ci vuole un po’ per capire che si trova di fronte ad una copia di se stesso e gli ci vuole un po’ di più perché la bonarietà del nuovo venuto si trasformi in una persecuzione senza scampo. Ricorda Hacking ne La riscoperta dell’anima che, a proposito di questo racconto, ci fu chi parlò di autoscopia, ovvero di una forma di patologia in grazia della quale la persona vede e crede di vedere se stessa come se a vedere fosse un soggetto indipendente. Dal momento che Dostoevskji soffriva di epilessia ci fu chi – assecondando un paradigma interpretativo logoro e ideologicamente ambiguo (il genio come malato, la sua arte come risultato di una degenerazione) – attribuì alla malattia il racconto stesso, come se la doppiezza non avesse già letteratura e vita travagliata e sofferta sufficiente alle spalle. Curiosamente – ma non troppo -, il tema dell’autoscopia torna in una canzone di Luigi Tenco. Si intitolava Come mi vedono gli altri e, fra l’altro, con molta semplicità, diceva: “mentre cammino pensando ai fatti miei quando sorrido per chiedere qualcosa/la mia paura è che a vedere me come sono io potrei rimanere deluso”. Nonostante quel suo condizionale che io mai e poi mai riuscirei ad usare, lui si è ammazzato.
Note
Dopo la solitudine di Barbara Mapelli è edito da Mimesis, Milano 2007. Buona parte delle informazioni sono tratte da La riscoperta dell’anima di Jan Hacking (Feltrinelli, Milano 1996), il più bel libro sulla personalità multipla che mi io conosca. La canzone di Tenco viene fuori dalla memoria musicale di mia moglie.
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