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14/10/2007

 

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I due rospi

Tecniche sindacali

 

I due rospi

 

Giusto dieci anni fa moriva Felice Ippolito. Alla maggior parte dei cittadini italiani di oggi, la sua storia – o, almeno, una certa sua parte - apparirebbe inverosimile. Professore di geologia, nel 1960 era stato nominato direttore del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, ma nell’agosto del 1963 si trovò ad essere attaccato dal socialdemocratico Giuseppe Saragat – quello che, quando ancora era socialista e disponibile a qualunque scissione purché ben pagata, come racconta Enzo Forcella ne La resistenza in convento, aveva trascorso i giorni temibili dell’occupazione nazista nascosto e ben protetto in San Giovanni in. Laterano.

Saragat accusava il CNEN di sperpero di denaro pubblico, dilapidazioni intollerabili, inefficienza. Potrà sembrare strano nell’Italia di quel “garantismo” che se non si fossero trovati dalla parte degli accusati dei potenti non sarebbe mai neppure entrato nel lessico, ma da quelle prime accuse di Saragat saltò fuori un processo, dove Ippolito venne imputato di “abuso di atti d’ufficio”, di “interesse privato” e di “peculato”. Si disse perfino che avesse usato di una camionetta del CNEN mentre era in vacanza a Cortina. Nulla di Speciale con la esse maiuscola. Ma, potrà sembrare ancora più strano nell’Italia in cui parlamentari corrotti continuano serenamente a farsi corrompere straparlando di “gogne mediatiche” da evitare e trovandosi tutti d’accordo sulle virtù auree del silenzio, potrà sembrare ancora più strano che Ippolito, da quel processo, ne uscì con undici anni di galera.

 

Ippolito non mi torna alla memoria a causa dell’ignobile manovra con cui, in questi nostri giorni, politici al potere e politici in cerca di potere cercano di cancellare ancora una volta la volontà popolare imponendoci, in nome del progresso e della cosiddetta “economia”, di ingoiare una volta per tutte quello che lui chiamava “il rospo nucleare”. Me lo sono ritrovato davanti, il suo nome, per un suo articolo, nella fotocopia di una pagina di “Repubblica” del 26 marzo del 1977. A fianco di un articolo dove Enzo Forcella polemizzava con Andrea Barbato sulle radio che, per la prima volta nel nostro Paese, nascevano come diretta emanazione di un vasto movimento di opposizione che stava sconvolgendo i delicati equilibri dell’esercizio del potere economico, culturale e politico-istituzionale. Radio Popolare stessa, registrata presso il tribunale di Milano nel dicembre del 1975, iniziando le sue trasmissioni nel settembre del 1976, ne costituiva un esempio piuttosto cospicuo.

Il punto cruciale era semplicemente questo: Barbato contestava a Forcella l’uso dell’espressione “radio libere” per designarle. Gli contestava l’aggettivo ed usava un argomento molto convincente: visto e considerato che Forcella in quei giorni era direttore della Radio 3 dell’emittente di Stato, non è “sorprendente” che ritenga la propria radio “non libera” ?

Barbato ricattava pro domo sua, beninteso: lui stesso Barbato era stato direttore della radio di Stato e, del TG2 appena nato, lo era proprio in quel momento. Ovvio che la sua libertà – e dunque la sua dignità professionale – dipendesse da quella di Forcella. Se non era libero Forcella non lo era neanche lui; meglio liberi tutti che liberi nessuno.

Forcella, tuttavia – di tredici anni più vecchio del collega -, veniva da una penosa esperienza in cui libero non era davvero nessuno. Nemmeno lui. Era stato fascista e, a differenza degli altri intellettuali fascisti che, in quattroequattrotto videro la luce del sol dell’avvenire dimenticandosi favori e prebende varie godute al servizio del fascismo – una quintalata: da Moravia a Vittorini, da Montale a Gatto, da Alicata a Muscetta, da Guttuso a Piovene, da Ranuccio Bianchi Bandinelli a Galvano Della Volpe – tutti i “maestri”del dopoguerra -, a differenza di costoro a fare il pesce in barile non ci era riuscito. Per Forcella, esser stato fascista fu un dramma e, quando si è trattato di farne un bilancio, racconta di aver provato “un ironico sentimento d’invidia” per quei suoi coetanei abilissimi nel dimenticare il proprio passato e così capaci di “modellarsi sul corso degli avvenimenti rimanendo in costante sintonia con le nuove ideologie che si stavano affermando”. A differenza dei suoi più illustri coetanei – come Pasolini – e dei cosiddetti  fratelli maggiori – come Pavese -, lui, nell’immediato dopoguerra, non potrà che conservare lo stesso atteggiamento di amaro disincanto.

 

Questa fotocopia di una pagina di “Repubblica” del 26 marzo del 1977 che, in una botta sola, mi ha messo sotto il naso sia Ippolito che Forcella – due casi emblematici dell’amnesia collettiva imposta al Paese -, l’ho trovata nella documentazione allegata ad una tesi di laurea. E’ stata discussa nei giorni scorsi all’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, si intitola “La Caccia”: riflessioni sulla lingua di una trasmissione radiofonica ed è firmata da Greta Gandini. Che l’ha dedicata a noi due che vi stiamo parlando con parole che dimostrano tutta la sua attenzione affettuosa nei nostri confronti.

Ci piace pensare, allora, che Greta sia nata allorché noi due davamo il via a questa trasmissione, nel 1985; che, in un certo senso, senza che mai ne avessimo diretta conoscenza di persona, se ne abbia accompagnato la crescita contribuendo in qualche modo ad affinarne quelle armi critiche che dimostra di ben maneggiare nello svolgimento della sua tesi. Ci piace pensare in Greta anche tutti coloro ai quali siamo riusciti a dire e a dare qualcosa. Mentre ci spiace, ci spiace davvero, che, nonostante tutto – nonostante le molteplici e ben fondate ragioni per mutare il senso della nostra vita – quel poco che siamo riusciti a fare è davvero poco, troppo poco non solo per evitarci di dover ingoiare quel “rospo nucleare” che è ancora lì più ributtante che mai, ma anche per evitarci di dover ingoiare il rospo peggiore costituito dall’ormai cronica assenza di un qualsiasi cenno di rifiuto ad ingoiare checchessia.

 

 

Va da sé che agli americani piacesse pochino. Il nuclearista Ippolito era comunista o, almeno, pronto  a diventarlo allorché il Partito Comunista Italiano gli offrì un compensativo seggio in Europa. Nella sua formazione ideologica – fra spirito dell’indomito stakanovismo per superare in ogni sua follia il capitalismo, modello sovietico e homo faber e padrone supremo di una natura riluttantemente obbediente – l’incubo nucleare scambiato per sogno ci stava. La classe operaia o, se non proprio lei tutta, i suoi migliori rappresentanti si sentivano capaci di conquistare lo spazio siderale e, dunque, anche legittimati  a ridurre a pattume infettante il pianeta. Tutti alibi che, oggi, ai Chicco Testa, D’Alema e Veltroni vari vengono a mancare. Me li vedo nella pubblicità del callifugo Ciccarelli: come soffrono.

Fatto il colpo, a Saragat toccarono i voti sufficienti e necessari per essere eletto Presidente della Repubblica Italiana - ruolo perfetto, d’altronde, con cui, due anni dopo, poter firmare la grazia per il povero Ippolito, sacrificato su quell’altare della patria in cui ardevano i molti ceri finti alimentati dal petrolio americano.

 

F. A.

 

Note

Per la vicenda di Felice Ippolito, cfr. www.fisicamente.net/index-68.htm. Per la trasformazione degli intellettuali, cfr. M. Serri, I redenti, Corbaccio, Milano 2005. La resistenza in convento di Enzo Forcella è edito da Einaudi, Torino 1999. Per la discussione sulle “radio libere”, cfr. E. Forcella, Le radio della guerriglia, “La Repubblica”, 26 marzo 1977 e A. Barbato, Va in onda la rivoluzione, “La Repubblica”, 30 marzo1977

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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