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Caccia all'ideologico quotidiano

 

14/01/2007

Soluzioni faustiane

Prodotto e sottoprodotto

L'arcivescovo nudo

Soluzioni faustiane

 

Nel Faust di Goethe il protagonista, se ben ricordo, si impegna a cedere l’anima al demonio quando potrà dirsi davvero soddisfatto del proprio operato.  Soltanto allora, e non prima, pronuncerà la fatidica frase che, irrigidendo nell’hic et nunc l’attimo fuggente, segnerà al tempo stesso il compimento e la fine.  Naturalmente il saggio Faust si guarderà bene, per tutta la durata dell’interminabile tragedia in due parti, di chiedere al tempo di fermarsi e quando la formula gli uscirà finalmente di bocca, dopo la bellezza di 11.580 versi, sarà solo in previsione di ulteriori auspicate realizzazioni future, per cui le autorità competenti decideranno che le clausole di quell’impegno non possono dirsi realizzate e Mefistofele, povero diavolo, si troverà, come gli si addice, cornuto e mazziato.  Una ingiustizia, certo, ma così impara a scommettere con il Padre Eterno.

            Ora, io non so quanti membri dell’attuale governo siano versati negli studi di germanistica, ma mi sembra ovvio che sulla lezione di Goethe abbiano tutti meditato con un certo profitto.  Sì, la tecnica della procrastinazione, del rinvio delle proprie realizzazioni a un non meglio precisato futuro, non l’hanno inventata loro, è da sempre uno strumento principe dell’azione politica, ma la tenacia e la risolutezza con cui se ne servono i leader dell’Unione merita una sottolineatura particolare.  Persino da una riunione “operativa” solennemente annunciata e largamente propagandata, come quella che si è svolta nei giorni scorsi negli splendori un po’ fané della Reggia del Vanvitelli, hanno fatto in modo di uscire sventolando soltanto un mazzo di rinvii.  La riforma delle pensioni?  Non era all’ordine del giorno.  Le liberalizzazioni?  Se ne parlerà quando avremo la “cabina di regia”, o, a scelta, quando avremo deciso che la cabina di regia non serve a nessuno.  Per la legge elettorale, laudato Deo, non c’è fretta.  Dei PACS si potrà parlare quando il papa avrà cambiato il triregno con il berretto frigio e il resto, come diceva quel tale, è silenzio.  Per un po’ è sembrato che la montagna di quel solenne conclave partorisse il topolino dell’abolizione dei costi di ricarica dei telefonini, ma poi ci hanno ripensato e hanno rinviato anche quello.

            L’unica cosa che non hanno rimandato al futuro, in netta contrapposizione con l’eroe goethiano, è la soddisfazione.  Degli esiti di Caserta, a quanto parte, sono soddisfattissimi tutti già adesso.  Gli uni per quello che, a loro dire, faranno domani, gli altri per quanto, più concretamente, non si farà oggi.  L’attimo fuggente loro l’hanno già fermato e poco importa che questo significhi condannare il governo di cui tutti fan parte all’inazione e al discredito.  Tanto, sembra, grossi rischi non ce ne sono: le elezioni sono lontane, lo scalone scatta soltanto l’anno prossimo, il referendum quello dopo ancora, delle liberalizzazioni si è sempre riusciti benissimo a fare a meno e non si vede perché non si dovrebbe continuare così...  E poi,  soprattutto, la destra, quanto a divisioni interne e mancanza di idee, è messa ancora peggio e quando l’avversario non fa paura non si vede perché correre i rischi del fare politica, quando è tanto più facile lasciare che ciascuno si gestisca in pace il proprio orticello.   Che sarà vero, figuriamoci, ma è anche vero che con amici del genere di nemici non c’è proprio bisogno.

 

C. O.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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