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11/11/2007

Sigle di fortuna

Ribellioni scolastiche

Tempi della questua, luoghi del ricatto

 



Tempi della questua, luoghi del ricatto


Seduto al volante, aspetto fuori di un ufficio postale. Passa un camioncino, uno mi guarda al finestrino e grida al compagno che guida, “Ferma, ferma, ma guarda chi c’è”.
Scende. Si rivolge proprio a me: è l’allegria impersonificata, felice come una pasqua di vedermi. Scendo anch’io. Mi prende la mano, mi stringe, mi porta  a sé, mi bacia e mi ribacia, “ma pensa un po’, come sono felice di vederti, che bello”. Io sto scartabellando tutto il casellario. Lui non c’è. Potrebbe essere un mio allievo che non riconosco più. Qualcuno che ho conosciuto da ragazzino e che ora è grande. Guasto la festa, metto su una faccia contrita e glielo dico: “Senti, scusami, scusami tanto, ma io non so affatto chi sei. Non mi ricordo di te, mi spiace.”. E lui si fa serio, scrolla leggermente il capo e cambia tono,  “Sono il figlio di Antonio”.

Ci imbattiamo in un affabilissimo ragazzo nero che gira per le vie della città sperando di vendere i suoi libri. Noi stiamo parlando d’altro, ma la sua capacità di mettersi in relazione con noi ci fa desistere all’unisono per ricoinvolgerci tutti con lui. L’italiano lo parla benissimo, con accento francese non coperto a sufficienza da una mossa d’apertura in milanese che vorrebbe risultare accattivante. Inizia dai libri che ha in mano – dice che questa è una casa editrice che pubblica libri di senegalesi scritti direttamente in italiano e che a lui questa sembra una cosa buona. Nessuno glielo contesta e la conversazione prende l’aire: si passa alle differenze fra lingue, alla facilità o meno di apprenderle, ai dialetti italiani, a questioni di psicologia dei parlanti. E’ pronto, colto, partecipa con spontaneità, sa ascoltare, sa ribattere. Dopo un po’ mi accorgo che il tempo passa e che non ho premesso che, comunque, non gli avrei mai e poi mai comprato alcun libro. Ho altra roba da leggere e non ho nessuna intenzione di aggiungerne. Ma non l’ho detto e dirlo ora, nonostante la purezza dell’interazione, o l’apparente purezza dell’interazione, non me la sento più. Lui sa che noi si stava parlando d’altro e capisce che noi tutti abbiamo capito la situazione. Ha anche un guizzo furbesco negli occhi un attimo prima che io, dopo aver smesso di rilanciare nella tenzone dialettica, gli dica che, a questo punto, un libro glielo devo pur comprare. Quel suo tempo dedicatoci l’ho sentito come un pegno. Male, perché alla finfine ho ceduto ad un ricatto morale – un ricatto intelligente ma non per questo meno ricatto. Lui probabilmente lo sapeva.

Per secoli il luogo più idoneo alla questua è stato il sagrato delle chiese. Folle di poveretti attendevano la conclusione della Messa per porre i fedeli praticanti di fronte alla loro contraddizione più in fretta che potevano – prima che si raffreddassero i moniti di una dottrina cristiana che, spesso, non sopravviveva allo spostarsi un po’ più in là del fedele. A venti o trenta metri dalla chiesa le probabilità che la questua avesse successo diminuivano drasticamente.
Oggi, da questo punto di vista, la chiesa regge ancora ma rischia di soccombere a fronte della spietata concorrenza dei supermercati. Chi chiede l’elemosina, alla porta di un supermercato non manca mai. Come se al tempio della religione cristiana stia gradualmente sostituendosi il tempio della religione del  consumo. Esauriti i posti disponibili davanti ai supermercati, è già toccato ai templi ove si celebrano i riti dell’aperitivo, mentre già qualcuno, all’avanguardia nella riflessione – ferratissimo in tema di nuove tecnologie, borghesia e cattiva coscienza -, ha già occupato l’entrata dei blockbuster.

Calmieratore dei processi inflazionistici, il più fine teorico dell’elemosina da blockbuster è quello che ha inventato la misura dei cinque centesimi. Spesso, infatti, nei blockbuster, l’affitto di un film implica un esborso di una cifra cui mancano giusto cinque centesimi per arrivare a cifra tonda ed è da questa considerazione che il nostro, già all’ingresso, prenota i cinque centesimi che toccheranno in resto al cliente. Comunque vada, alla peggio dico, li prende. Spesso qualcuno è talmente colpito da tanta capacità pianificatoria non disgiunta dalla modestia della richiesta che, di sua iniziativa, gliene dà di più.

Apparve seduto, con i calzoncini corti, seduto davanti alla porta del supermercato, più di una decina di anni fa. Bambino, bambino albanese, dal nome italiano, impressionò me come tanti altri – per la giovane età, per quella miscela di pena e mistero che si trascinava appresso, per la testardaggine, per la costanza, per la tenacia con cui, con qualsiasi tempo, ogni giorno e a qualsiasi ora, lui era lì. Prima muto, poi sempre più loquace – dal saluto al commento sull’andamento del campionato di calcio. Ha compiuto gran parte dei processi dell’apprendimento, si è educato, ha imparato la nostra lingua su quel pezzetto di marciapiede, apparendo puntuale all’orario di apertura e scomparendo a quello di chiusura.  La sua infanzia e la sua adolescenza sono state scandite dagli indici di gradimento di un temibile reality a tempo indeterminato. Pian piano, però, oltre a vivere della propria storia manifesta, ha saputo guadagnarsi la fiducia di tanta gente del quartiere e dello stesso personale del supermercato. La sua richiesta di elemosina si è presto trasformata in modesti servizi dietro compenso, fino al punto in cui qualcuno ha cominciato a chiamarlo sporadicamente per lavoretti più impegnativi e meglio remunerati. Oggi ha un lavoro part time,  una bicicletta, per quanto ci voglia poco veste meglio di me, è interista sfegatato, democratico tiepido, un po’ razzista e vagamente xenofobo. Sembra proprio figlio nostro.

Quale Antonio ? Gli dico. Antonio, il tuo amico Antonio, mi sono sposato sai, ho messo su famiglia, ho un negozio, bisogna che tu mi venga  a trovare, che mi fai un po’ di pubblicità, che lo dici agli amici.” Sì, gli faccio io, volentieri, ma sai che non mi ricordo di nessun amico che si chiami Antonio e che possa essere tuo padre. E la macchina ?, fa lui, e guarda la mia auto. Dove la ripari, la tua macchina ? Beh, ormai è da un po’ di anni che vado là in quella via, ora non so come si chiami, quella là dopo viale Certosa. Eh, fa lui, è mio zio, no ?
E’ a questo punto che il figlio di Antonio e nipote del mio meccanico compie l’errore decisivo. Mi mostra il palmo della mano destra, si stacca un attimo da me e va verso il camioncino. Cava dal fondo una cassetta di frutta e la porta trionfante verso di me, mi supera, apre la portiera e fa per posarmela nei posti dietro. Regalo mio, per festeggiare il nostro incontro, dice. E io gli dico, ah no, regali no. Grazie ma niente regali. E lui: mi offendo. Tu ti offendi, ma niente regali, io non ti riconosco nemmeno e tu mi fai regali. Non ne accetterei neanche se ti avessi riconosciuto. Verrò nel tuo negozio. A malincuore, allora, sembra mollare l’osso. Riporta al camioncino la sua frutta, cede. Dice, va beh, allora vado, e quando va non è più né il figlio di Antonio, né il nipote del mio meccanico, né pare più che abbia mai avuto qualcosa a che fare con me.
Rimango  sulla strada con la sensazione di uno scampato pericolo per il mio amor proprio. Innegabilmente, la rappresentazione era partita bene. Ma più parlava e più prendeva informazioni, più me ne dava e nonostante abbia provato a far più alla svelta che poteva ha finito con il perdere credibilità e con il perdere la sua scommessa.

A volte con superficialità,  a volte più ponderatamente, cerchiamo di discernere il grano dal loglio (Matteo 13, 24-30), perché con il senno di poi dovremo considerarci vittime di un ricatto o astuti strateghi. Che tutto ciò avvenga sul marciapiede, per la strada o fra le mura domestiche, nel rapporto fra passante e sconosciuto o nel rapporto fra genitore e figli, non cambia la natura di un compito di cui mai vorremmo farci carico.

F.  A.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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