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Caccia all'ideologico quotidiano

 

11/03/2007

Una pratica tradizionale

 

L’evangelista calabrese

 

Un’alta opinione di sé

 


 

 

Un’alta opinione di sé

 

Quando, quasi mezzo secolo fa, frequentavo la prima liceo, mi raccontavano come, verso la metà del XIII secolo, a ser Iacopo de’ Benedetti, notaio ed esponente di quello che oggi chiameremmo il bel mondo in una cittadina dell’Umbria, fosse toccata un’esperienza sconvolgente.  Mentre partecipava a una festa, il pavimento del salone sprofondò e quasi tutti gli invitati ci lasciarono le penne.  Lui si salvò per puro caso, ma perse la giovane, amatissima moglie, Vanna di Bernardino di Guidone dei conti di Coldimezzo, e immaginatevi il suo stupore quando, al momento in cui il corpo fu composto per le esequie, si scoprì che la donna portava, sotto le ricche vesti, un cilicio.  Del tutto ignaro fino ad allora della vocazione ascetico penitenziale della consorte, il giovanotto subì una profondissima crisi: abbandonò professione e vita mondana, si dedicò alla predicazione religiosa, entrò nell’ordine francescano, aderì alla fazione rigorista degli “spirituali”, ebbe a scontrarsi con il pontefice regnante, il celebre Bonifacio VIII, che proteggeva l’altra parte in causa ( i “conventuali”), e siccome allora nelle dispute di quel tipo non si andava troppo per il sottile finì per passare quasi tutto il resto della sua vita in galera.  In compenso, grazie alle novantadue laudi attraverso le quali diede voce al suo zelo mistico (e alle sue opinioni sul papa), trovò stabile posto nella storia della nascente letteratura italiana con il nome, restato famoso, di Iacopone da Todi.

            Naturalmente, siccome la scuola, ai miei tempi, era prodiga di informazioni sui temi spirituali, ma preferiva sorvolare su quelli più legati alla corporeità, nessuno si era preso la briga di spiegarmi esattamente cosa fosse un cilicio.  Sì, era uno strumento di mortificazione e di penitenza, ma in cosa consistesse e come funzionasse non era proprio chiarissimo.  Che il nome derivasse da quello di una rozza veste intessuta di ispidi peli di capra portata un tempo dai pastori della Cilicia lo si precisava in tutte le note, ma lì, in genere, ci si fermava.  Solo in seguito avrei scoperto che si trattava semplicemente di una corda, guarnita, talvolta, di punte o uncini di ferro, che il penitente si stringeva attorno ai fianchi, per avvicinarsi, attraverso quel dolore autoinflitto, alle sofferenze del Redentore.  Le quali, a dire il vero, a me risultavano inflitte da altri, gente malvagia che per questo sarebbe stata punita, il che sembrava porre una qualche contraddizione, ma anche su questi aspetti non era facile ottenere delle spiegazioni esaurienti.  Il noto don Giussani, che avrebbe dovuto curare la formazione religiosa mia e dei miei compagni del liceo Berchet, di sofferenze e cilici non parlava mai: preferiva intrattenerci sul quanto una scelta di vita cristiana, ben lungi dal rappresentare l’adesione a una prassi allora fin troppo diffusa (come sembrava a me), fosse il non plus ultra dell’anticonformismo e della ribellione alle convenzioni correnti, un capovolgimento retorico attraverso il quale riusciva a catturare non pochi giovani inquieti e a blindarli in una struttura che, in un futuro ancora lontano, ma non del tutto ipotetico, li avrebbe schierati dalla parte di noti anticonformisti come Andreotti e Berlusconi.   Insomma, avrei dovuto aspettare le dettagliate descrizioni di Dan Brown per sapere com’è fatto l’oggetto in questione (la versione moderna, pare, è tutta in purissimo acciaio) e le pacate dichiarazioni della senatrice Binetti per capire che il suo uso non è poi così straordinario, trattandosi solo di un qualcosa che “ci costringe e riflettere sulla fatica di vivere” come “il sacrificio della mamma che si sveglia di notte perché il bambino piange”.  D’altronde, ci hanno spiegato i giornali, con quello strumento hanno avuto familiarità Caterina da Siena, Tommaso Moro e persino papa Montini, tutta gente di cultura, che sapeva quel che faceva, e chi siamo noi per mettere in dubbio le loro scelte?

            Su tutto ciò, trattandosi di materia a me abbastanza estranea, permettetemi di non prendere posizione.  Al massimo, posso confidarvi di aver sempre pensato che per infliggersi volontariamente un qualsiasi tipo di sofferenza a fini spirituali bisogna avere una ben alta opinione di sé, nel senso di considerare insufficiente, o comunque inadeguato quel tanto di dolore fisico e morale che Domineddio ritiene di spargere nella vita dei comuni mortali.  Perché, salvo casi eccezionali di cui non ho notizia diretta, quella della fatica di vivere è una esperienza comune a noi tutti e tutti noi portiamo, in un certo senso, un cilicio inscritto nella fragile compagine del nostro corpo, e man mano che gli anni esigono il loro tributo, tra malattie, travi che cadono, disgrazie, abissi che si spalancano, perdite e accidenti vari, paghiamo un contributo di sofferenze più che sufficiente a farci capire che non siamo venuti al mondo per divertirci.  Volere soffrire di più di quanto ci è comunque destinato, senza neanche renderci conto dell’esistenza di una quantità di persone che delle sofferenze che gli sono toccate farebbero volentieri a meno, non mi sembra una grandissima manifestazione di pietà religiosa.   Lo stesso Salvatore, se ricordo bene, avrebbe preferito che un calice tanto amaro gli fosse risparmiato.  Ma di religione, lo ripeto, ci capisco poco e probabilmente mi sbaglio.

            Torniamo allora, che è meglio, a Iacopo de’ Benedetti e a monna Vanna dei conti di Coldimezzo.  Si amavano molto, certo, erano entrambi buoni cristiani e il futuro poeta restò terribilmente sconvolto della dipartita improvvisa di lei, ma ciò non toglie che i loro comportamenti, da un punto di vista esistenziale, non potessero essere più diversi.  Lei portava il cilicio, sì, ma di nascosto, accettando in pubblico le vanità di una vita mondana che, evidentemente, non le piaceva un gran che, ma alla quale non aveva la forza o la volontà di ribellarsi.  Lui quel triste oggetto non credo l’abbia portato mai, neanche dopo la conversione (i Francescani non ne sono mai stati dei fautori entusiasti), ma trovò modo di esprimere le sue scelte di vita e la sua volontà di espiazione attraverso la lotta a un sistema che considerava corrotto, simoniaco e contraddittorio con i suoi stessi principi.  Tenendo conto di com’erano le prigioni dell’epoca e di come parla del dolore fisico in una delle sue laudi più famose, il Contrasto tra l’anima e il corpo nel giorno del Giudizio Universale, la sua parte di sofferenze non deve essergli mancata.   Ma ammetterete anche voi che il suo è un caso tutto diverso.

 

C. O.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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