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Caccia all'ideologico quotidiano

 

11/03/2007

Una pratica tradizionale

 

L’evangelista calabrese

 

Un’alta opinione di sé

 


 

 

L’evangelista calabrese

 

 

Nelle prime due sono in cinque, tre femmine e due maschi. “Terroni ?”, lo chiedono loro ma è come se ne chiedessero loro la conferma. “Incivili ?”. “Sì, siamo calabresi”, rispondono decisi e se la ridono soddisfatti. Nella terza sono solo in tre, ma la prevalenza femminile continua: “Malavitosi ? Sì, siamo calabresi”, e ridono. E’ la pubblicità della Regione Calabria, il trionfo dell’orgoglio calabro. Coerentemente, allora, lo slogan è : “Gli ultimi saranno i primi”. 

 

Che gli ultimi saranno i primi lo dice Gesù Cristo nel Vangelo di Matteo (20, 16). Lo dice nel concludere la solita parabola piuttosta oscura per non dire di peggio.

Allora, la storia é questa: c’è il padrone di una vigna che ha bisogno di mano d’opera per la vendemmia. Va in piazza di buon mattino e ingaggia un gruppetto di quelli che il Diodati, il traduttore, con metafora pre-CGIL, chiama “scioperati”. Gli promette una certa cifra per la giornata di lavoro e se ne va. Quelli vanno a lavorare, ma il padrone, ogni tanto, torna in piazza e assume altri scioperati. Perfino quando è ormai sera ne ingaggia di nuovi. Poi, finalmente, con il buio e con la fine della giornata lavorativa arriva il momento dei pagamenti e il padrone decide di dare la stessa cifra a tutti, sia a quelli che hanno lavorato l’intera giornata, sia a quelli che hanno lavorato sì e no un’oretta. Va da sé che i primi si secchino – e lo dicano. Ricevendone in cambio una severa reprimenda: avete avuto quanto pattuito e se io ne ho voglia do quel che mi pare a chi mi pare: il vostro occhio è maligno, mentre io sono buono.

Sarà anche buono, ma poco avveduto: vorrei vederlo l’indomani, a parabola finita, come andrebbero le cose nella vigna. Tuttavia, Gesù sembra far sua la parte del buon padrone: prende spunto dalla frase degli operai scontenti (“Ma come, gli ultimi hanno lavorato solo un’ora”) e spara due sentenze delle sue: “Gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi” – che non rappresenta affatto quanto ricavabile dal racconto, perché lì tutti hanno ricevuto la stessa paga e dunque non ci sono né primi né ultimi, ma uguali nonostante non sia condiviso affatto il criterio in base al quale questa uguaglianza è stabilita – e “perché molti sono chiamati ma pochi eletti” – dove proprio non si riesce a capire perché eletto dovrebbe essere l’inveterato scioperato mentre l’obbediente che fa una fatica della madonna debba essere anche trattato a calci nel sedere.

 

La settimana scorsa, l’Oliva si autoflagellava pubblicamente per aver usato da innocente lettore di fumetti la parola “squaw”, che, oggi, a quanto sembra, per i politicamente corretti che abbondano in questo mondo politicamente scorretto è un insulto. Vorrei ora riconferirgli il permesso di continuare ad usarla come ha sempre fatto – per almeno due buoni motivi.

Il primo è che le origini storiche della parola sono davvero innocenti. Squaw, nella maggior parte delle lingue di famiglia algonkina da cui proviene, sembra che volesse dire semplicemente “donna”. Soltanto in massachusett, senza la doppia vu finale, assumeva il significato leggermente diverso di “giovane donna”, che proprio un insulto non era e continua a non essere. E allora ? Da dove vengono i sospetti e il tabu successivo ? Dal fatto che nella comunità dei parlanti mohawk – la cui lingua apparteneva alla famiglia dell’irochese e che, guarda caso, erano nemici acerrimi dei massachusett – la parola squaw stava per l’espressione più prosaica possibile per definire la vagina. Sembra certo, tuttavia, che i coloni inglesi del Massachusett, nei primi anni del Seicento, abbiano imparato la parola dal linguaggio locale – sarebbe ben strano il contrario - e che, in quanto tale, questa parola ha poi proseguito la sua carriera nel dizionario di quelle generazioni che, parlando parlando, sono giunte fino a colonizzare i fumetti della nostra infanzia. Dunque, chi ne sostiene la scorrettezza politica dovrebbe riuscire a dimostrare che la sua seconda fonte è riuscita a prevalere sulla prima. Il che è quantomeno improbabile.

Il secondo motivo per cui possiamo serenamente e democraticamente parlare di squaw è più teorico e attinge alla consapevolezza che abbiamo raggiunto intorno al fenomeno linguistico. Il significato delle parole è sempre e comunque, inscindibilmente connesso con il contesto in cui la parola è usata. L’analisi di un significato può esser portata a termine – quando ci si riesce - in sincronia e ben difficilmente in diacronia – perché, nel tempo, perdendo il contesto, si perdono condizioni essenziali del processo di comunicazione. Solo il parlante sa, in definitiva, se ha usato una metafora o no. E’ per questo che uno può andare a Sanremo e cantare “mi sono innamorato di una stronza” senza che nessun custode della correttezza politica abbia  a che ridire. Ed è per questo che “l’infallibile manuale per far dormire il vostro pupo”, a firma del noto puericultore Ron Biber alias Biber Ron, può essere tranquillamente intitolato “Fai la nanna bastardo”.

 

 

L’egualitarismo evangelico vacilla. Gli ultimi di Gesù non sono più la classe oppressa tutta, ma soltanto alcuni suoi rappresentanti più furbi degli altri. Il criterio della correttezza politica di Matteo sembra dettato da Stalin.

Come vacillano le ragioni dell’orgoglio calabro. Non solo perché rimane quantomeno dubbia la natura della classifica in cui dichiarano di essere oggi ultimi e domani primi, ma perché, come ogni comunicazione che nasconde presupposti ideologici, ridonda in qualcosa. Infatti, non tutti i cinque ragazzi, che ridono festosamente delle categorie più viete riservate loro da un giudizio politicamente scorretto – terroni, incivili, malavitosi -, sono uguali. Al di là delle ovvie differenze somatiche, per esempio, la terza ragazza esibisce un apparecchio ortodontico: ovvero l’imperfezione che  democratizza, che rende tanto umani e non più modelli dell’empireo pubblicitario, l’imperfezione di cui poter andar orgogliosi – come della propria calabresità. Sembrerebbe un caso di ipercorrettismo politico. Che viene, peraltro, confermato vigorosamente quando la comunicazione si affida alla formula dei tre anziché dei cinque ragazzi. Una delle femmine e il maschio portano l’apparecchio correttivo dei denti. Due su tre, tre su otto: al di là dell’eccesso statistico, la calabresità sembra più un problema che un motivo di vanto. E ancora una volta, tramite la rappresentazione sociale dell’ortodonzia, il tentativo è quello di far scivolare, inavvertitamente, da una sfera all’altra. Dall’orale alla morale.

 

F. A.

 

Note

Per l’analisi storica della parola “squaw”, cfr. I. Goddard, in “News form Indian Country”, aprile 1997 (in rete in “Hakomagazine”). Per gli inserti pubblicitari della Regione Calabria, cfr., per esempio, “Il Corriere della Sera”, 1 e 8 marzo 2007. Il libro a firma dell’improbabile Ron Biber è pubblicato da Aliberti, a Reggio Emilia, nel 2007.

ogni domenica dalle 12.30 alle 13.00

a cura di Felice Accame e Carlo Oliva

caccia(at)radiopopolare.it

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